«La nostra fabbrica sull’orlo del baratro
Tanti sacrifici, ma ora è un gioiellino»

FIRENZE

«ERAVAMO nel pallone più totale. Dilettanti allo sbaraglio. Avevamo solo debiti…». Graziano Chini, 60 anni, rivive le incertezze, i timori dei giorni che segnarono la nascita della Ipt di Scarperia, nel Mugello. Uno dei casi storici di azienda rilevata dai suoi dipendenti, che si costituirono in cooperativa nel 1994 per salvare produzione e posti di lavoro.

Chini, lei è presidente della cooperativa Ipt dal 2002. Il vostro è un caso di workers’ buyout di successo…

«Ci stiamo provando, siamo sempre sul pezzo».

Lei alla nascita della Ipt lavorava in officina.

«Io sono in questo stabilimento dall’ottobre 1978. Avevo 22 anni, a scuola avevo fatto il Cellini, poi l’università, che non avevo finito però. Allora eravamo sotto una società americana che aveva tre stabilimenti: oltre a questo, un altro a Sant’Agata del Mugello e il terzo, più piccolo, a Cesenatico, in tutto circa 600 dipendenti. Facevamo sacchetti di plastica, l’obiettivo era sfondare sul mercato europeo, in crescita. Ma andò male. Gli americani lasciarono a un’altra società nel 1983 e andammo avanti fino al 1993, quando le cose precipitarono».

A quel punto nacque l’idea della cooperativa, in che modo?

«L’idea nacque dal consiglio di fabbrica di allora. Sì, c’erano dei valori, dei sentimenti tra gli operai, c’era uno spirito di compartecipazione. Il progetto nacque dal sindacato, per salvare i posti di lavoro».

Oggi c’è ancora quello spirito delle origini?

«Facciamo di tutto per conservarlo. Tra di noi c’è ancora un clima di solidarietà. E di responsabilità. Il 22 dicembre abbiamo fatto l’assemblea e anche stavolta, come accade dal 2002, ogni decisione è stata presa all’unanimità».

Torniamo al passato, all’inizio fu dura…

«Dura è dire poco. I dipendenti per costituire la cooperativa versarono un anno di indennità di mobilità ma non bastava. Ci fu bisogno di integrare, dovemmo fare sacrifici pesanti. Nel mio caso fui costretto a prendere un prestito in banca, garantì mia moglie che lavorava alla Super Rifle dei Fratini, lo restituii dopo due anni. Partimmo in 78. Io ero all’ufficio acquisti, non fu facile riallacciare i rapporti con i fornitori, eravamo pieni di debiti. Tutti i soldi che mettemmo nel capitale servirono per saldare loro e comprare le materie prime. Producevamo il film trasparente. Rinunciammo più di una volta allo stipendio per andare avanti».

Oggi quell’esperienza sarebbe possibile?

«Il mercato è cambiato molto ma con tanta umiltà e impegno penso di sì».

C’è stato un momento in cui pensavate che sarebbe andata male…

«Nel 2007-2008 eravamo ridotti a 31 lavoratori. Poi ci fu l’esplosione del bio».

I sacchetti di bioplastica hanno fatto la vostra fortuna.

«Siamo arrivati a volumi produttivi notevoli, nel 2017 oltre 7.000 tonnellate. La grande distribuzione è il nostro mercato di riferimento. Per il secondo anno consecutivo abbiamo fatto 31 milioni di fatturato. Possiamo crescere ancora, non solo in Italia».

Prospettive di mercato?

«Ci sono investimenti in atto. Abbiamo scommesso sulla plastica biodegradabile quando nessuno ci credeva», aggiunge Chini con un certo orgoglio da imprenditore ex operaio.

Stefano Vetusti

 

IL DENARO NON DORME MAI
di GIUSEPPE TURANI

DAZI IN ITALIA UN AUTOGOL POPULISTA

IN POLITICA è consentito, se non proprio copiare, almeno imparare dall’esperienza altrui. Servono però dei fondamenti di base. Qui da noi Matteo Salvini ha visto che Trump in America mette dei dazi per limitare le troppe importazioni, e allora subito rilancia: mettiamoli anche noi. Perché? Boh, se lo fa Trump non può mica essere una cosa sbagliata, facciamola anche noi. Nel fare ciò è incorso in due gravi errori. Il primo da matita rossa, senza rimedio. I dazi, in Europa, li può mettere solo Bruxelles. Quindi, tecnicamente, Salvini, anche se dovesse andare mai al governo, potrebbe solo scrivere una lettera alla Commissione, pregandola di considerare l’opportunità, ecc. Il secondo errore è più di sostanza. L’Italia è un Paese che vive di esportazioni, siamo fra i più bravi al mondo. Il nostro benessere (un po’ sceso negli ultimi tempi) deriva dalla grande libertà di commercio che esiste fra i vari paesi. Quindi che si sia proprio noi a chiedere un ritorno alla politica dei mercati chiusi, nazionali, ben protetti da dazi, fa veramente ridere.

MA NON BASTA. Salvini è lo stesso che vuole a tutti i costi uscire dall’euro. Persino Di Maio ha avuto qualche ripensamento. Salvini no. E per realizzare questo suo sogno si è circondato di ben tre economisti, tutti anti-euro. E tutti vanno in giro difendendo la loro idea. Idea un po’ peregrina. Non esiste alcuna procedura prevista per uscire dall’euro. Nessuno sa come si potrebbe fare (a parte gli ovvi svantaggi). La prima cosa che viene in mente è che, mentre si fa il cambio della moneta, sarà inevitabile chiudere le banche e i mercati finanziari almeno per una settimana. Le aziende dovranno riscrivere tutta la loro contabilità, e così lo Stato. Roba da far venire il mal di testa a quel milione di ragionieri che dovrebbero occuparsi di queste faccende. E poi c’è sempre, sta lì, dietro l’angolo, misterspread. Al solo pensiero dell’Italia che torna alla lira, per poterne stampare quante ne vuole e innescare così un finto benessere di carta straccia, lo spread comincerebbe a volare altissimo, facendo salire il costo del nostro debito a livelli da default immediato. L’avventura si concluderebbe con il ritorno sulla scena di qualche Monti, per riportarci dentro l’euro e calmare i mercati, promettendo e realizzando una quota aggiuntiva di rigore. Non si fa prima a lasciare le cose come stanno?