WHIRLPOOL

Whirlpool: abbiamo investito più di tutti
«I 600 esuberi evitabili con la cassa»

Pino Di Blasio
SIENA

IL 17 MAGGIO l’incontro a Roma con l’ex ministro per lo Sviluppo economico Carlo Calenda finì con uno scontato nulla di fatto. «A quel tavolo abbiamo affrontato i problemi di tutti gli stabilimenti che Whirlpool ha in Italia. Abbiamo confermato la nostra volontà di fare investimenti. Ma senza ammortizzatori sociali sarà durissima riassorbire gli esuberi». Davide Castiglioni è il vicepresidente delle operazioni industriali Whirlpool nell’area Emea (Europa Medio Oriente-Africa) e ad di Whirlpool Italia. La vertenza del colosso degli elettrodomestici è una tra le più spinose delle 160 sul tavolo del governo. Ma si è ingarbugliata solo per il passaggio da un esecutivo all’altro.

Qual è la richiesta di Whirlpool per togliere il dossier dall’elenco delle vertenze?

«Il nodo centrale – risponde l’ad Castiglioni – è la proroga degli ammortizzatori sociali. Dal primo gennaio finirà la cassa integrazione, che ha permesso una gestione molto più tranquilla degli esuberi. Il nostro piano industriale è ambizioso, ma è chiaro che il governo deve supportarlo».

Il vostro interlocutore sarà il vicepremier Di Maio.

«Di Maio è il titolare del dicastero dello Sviluppo economico. Ma il governo recita un ruolo di mediatore in questa trattativa. Il confronto sul piano industriale è tra l’azienda e i sindacati. Il prossimo incontro a Roma è in calendario il 6 luglio. In quell’occasione conosceremo il nostro interlocutore governativo. A cui ripeteremo che Whirlpool vuole continuare a investire in Italia ed è in grado di riportare la vertenza industriale sotto controllo».

Basteranno i proclami per convincere governo e sindacati?

«Dopo l’acquisizione di Indesit nel 2015, Whirlpool ha investito 584 milioni di euro sui siti industriali, sui processi produttivi e sulla ricerca e sviluppo in Italia. È l’investimento più cospicuo fatto da una multinazionale in Italia negli ultimi 3 anni. Whirlpool è l’unica corporation che ha il quartier generale per l’area Emea in Italia, oltre a sei siti produttivi a Cassinetta (Varese), Siena, Napoli, Melano (Ancona), Comunanza (Ascoli Piceno) e Carinaro (Caserta). Abbiamo 6.100 dipendenti e un piano industriale serio. Molto di più di proclami».

Però la partita si gioca su centinaia di dipendenti in esubero.

«Quando fu acquisita Indesit, furono individuati, su circa 7mila dipendenti, 1.300 esuberi potenziali. O, come le chiamiamo noi, sinergie. La maggior parte di questi 1.300 erano concentrati nella zona di Caserta. In tre anni, grazie al piano industriale, siamo arrivati a circa 300 esuberi da smaltire, più altri 300 legati ai volumi di mercato insufficienti. Alcuni dipendenti sono andati via con esodi incentivati, altri sono stati riassorbiti grazie a nuove produzioni e reindustrializzazioni di siti».

Cioè, avete riaperto degli stabilimenti in Italia?

«Il progetto di reindustrializzazione dell’area di Albacina, per opera di Ariston Thermo di Merloni, segue quella del sito di None, in provincia di Torino, e poi la prossima tappa a Teverola, in provincia di Caserta. Non solo, abbiamo aperto il nuovo quartier generale a Pero, per rimarcare la centralità dell’Italia nelle nostre strategie».

I 584 milioni erano del piano fino al 2018. Poi cosa accadrà?

«Whirlpool continuerà a investire in nuove linee e innovazioni di prodotto. Con il piano industriale fino al 2021 contiamo di riassorbire la maggior parte dei 623 esuberi rimasti. Resterebbero fuori circa 200 dipendenti, ma con una grossa presenza industriale, sarebbe sufficiente che il mercato crescesse di uno ‘0 virgola’ per risolvere il problema».

Per voi è cruciale la proroga della cassa integrazione per 3 anni?

«Ci consentirebbe di estrarre più valore industriale dai nostri investimenti. E di gestire con più tranquillità le fasi di mercato. Ci sono tutti gli strumenti per poter superare le crisi e completare l’integrazione con Indesit senza particolari problemi. Ma serve un supporto del Governo».

IL DENARO NON DORME MAI di GIUSEPPE TURANI
PENSIONI D’ORO E FLAT TAX VIVA I RICCHI

IL DIAVOLO, come si sa, si nasconde un po’ ovunque, ma soprattutto nei dettagli. E nelle vicende delle nostre pensioni spunta un po’ ovunque. Aboliamo i vitalizi (dei parlamentari), si sente urlare. Peccato che siano già stati aboliti nel 2012 (sei anni fa) da Mario Monti. Ma sono rimasti quelli in vigore prima del 2012 (qualche migliaio in tutto). Aboliamo anche quelli, si ribatte. E sia. L’ammontare della spesa per quei vitalizi residui è però pari allo 0,0005% della spesa pensionistica totale italiana. La battaglia, cioè, non vale nemmeno la carta sulla quale è scritta. E di carta ne servirà tanta perché è prevedibile una pioggia di ricorsi alla Corte costituzionale, visto che quei vitalizi sono stati conseguiti del tutto legalmente in base alle vigenti leggi allora (prima dell’intervento, cioè, di Mario Monti). Allora ecco l’apertura di un altro fronte: le pensioni d’oro, anche qui qualche migliaio. Ma non importa, è una battaglia di principio. Soluzione drastica: venga applicato anche alle vecchie pensioni il metodo contributivo, si ricalcola tutto. Giustizia sarà fatta.

E QUI rispunta il diavolo. Sono stati fatti dei calcoli. Con il ricalcolo una pensione di 10mila euro al mese verrebbe a subire, in media, una decurtazione del 5-6%. In pratica una pensione da 10mila euro subirebbe un taglio di 500 euro al mese: non proprio una stangata, praticamente niente. Ma non è finita. Gli stessi che strepitano contro la vergogna delle pensioni d’oro sono poi quelli che propongono la flat tax. Poiché i titolari delle pensioni d’oro hanno un reddito annuale molto elevato, risparmierebbero soldi in imposte. Quanto? Secondo alcuni calcoli il risparmio per i privilegiati sarebbe di circa 2mila euro al mese. In pratica quella pensione d’oro, contro la quale si voleva scatenare l’inferno, verrebbe aumentata di oltre 1.500 euro al mese. Con una certa soddisfazione, suppongo, dei titolari delle suddette pensioni, che certamente ringrazierebbero i loro censori. Da questa piccola storia si ricava che non si può fare tutto e il contrario di tutto. Quella di lasciare più soldi in mano ai ricchi può anche essere una strategia (sbagliata, ma ognuno fa le sue scelte). Poi, però, non puoi, contemporaneamente, proporti di punire i titolari di pensioni d’oro, che sono appunto ricchi per definizione, almeno secondo la vulgata corrente. Governare è difficile. Soprattutto quando Belzebù è in agguato.

Di |2018-10-02T09:24:28+00:0012/06/2018|Primo piano|