Il welfare aziendale? A misura di dipendente

Ricerca Cgil-Nomisma: molti lavoratori non lo conoscono

Sono soprattutto gli operai a ignorare le opportunità
C’è chi preferisce ricevere denaro invece che servizi

di Cosimo Firenzani
MILANO

Spesso sono gli imprenditori a voler far conoscere i progetti di welfare aziendale che si svolgono nelle loro imprese. Ma che cosa ne pensano i lavoratori? Quali servizi vorrebbero davvero? Le risposte arrivano dallo studio di Cgil e Nomisma, società di consulenza che svolge attività di ricerca. Dal rapporto emerge che nelle aziende dove è presente un accordo solo il 55% dei lavoratori coinvolti utilizza i servizi di welfare e il 70% dei lavoratori li valuta positivamente. Dalla ricerca, che ha coinvolto oltre 70 aziende e un campione di 1.822 lavoratori suddivisi in impiegati (49%), operai (45%) e quadri (6%), emerge come più di un terzo degli intervistati sia pienamente consapevole rispetto al tema del welfare aziendale. Ma sono gli operai i meno informati sulle possibilità del welfare aziendale: il 28% di loro dichiara, infatti, di conoscere poco o nulla riguardo al tema welfare aziendale, contro il 20% degli impiegati e l’8% dei quadri. Dall’indagine si evince pure che all’aumentare della mansione lavorativa e del titolo di studio aumenta anche la fruizione dei servizi di welfare (per i quadri 66% e per chi possiede una laurea 62%). La mancata capacità di intercettare gli attuali bisogni dei lavoratori (39%), seguita dalla scelta di ricevere al posto del servizio di welfare somme di denaro – seppur soggette a una tassazione più elevata (38%) – sono i motivi che spingono maggiormente i lavoratori all’allontanarsi da questi servizi. «Il welfare contrattuale – afferma Roberto Ghiselli (nella foto a destra), segretario confederale Cgil – va ripensato complessivamente, rideterminando gli ambiti, i contenuti, le forme di gestione e di sostegno con l’obbiettivo di qualificare i servizi erogati, favorire l’integrazione con il sistema pubblico di welfare, di estendere la platea dei lavoratori che ne possono beneficiare». Dallo studio emerge anche che il paniere dei servizi definiti negli accordi per migliorare il benessere dei propri dipendenti è ampio: dall’assistenza sanitaria, passando per la previdenza assicurativa per giungere allo sport, al benessere e ai servizi di previdenza. I servizi che presentano il maggior grado di soddisfazione da parte dei lavoratori sono: mobilità casa- lavoro, mutui e prestiti oltre che educazione e istruzione. «Lo studio ha messo in evidenza come il welfare aziendale, pur essendo un potente strumento per migliorare il benessere dei lavoratori, non stia ancora esprimendo appieno le proprie potenzialità. È emersa in maniera netta l’esistenza di un conflitto tra ciò di cui avrebbero bisogno i lavoratori e la capacità dello strumento di soddisfarli – spiega Luigi Scarola, responsabile sviluppo territoriale e welfare di Nomisma – È necessario innanzitutto che i piani di welfare siano costruiti partendo dalle reali esigenze e che vi sia una valutazione seria degli impatti in azienda. Il recupero della finalità di integrazione tra welfare pubblico e welfare aziendale, rende necessario individuare meccanismi innovativi che partano dal territorio e contribuiscano al perseguimento di una logica universalistica». Secondo i risultati dell’indagine di Nomisma il 70% del complesso dei lavoratori ha espresso, comunque, una valutazione positiva rispetto all’utilità delle iniziative di welfare. «Parlare di welfare richiede ora più che mai un approccio a 360°: non possono più esistere barriere e cesure tra welfare pubblico, welfare territoriale e welfare aziendale – afferma Martina Tombari, responsabile divisione sviluppo Cgm (società che si occupa di servizi alla persona attraverso 800 cooperative) e Cgmwelfare, – Obiettivo per tutti questi ambiti è la risposta ai bisogni della popolazione. Perché il welfare aziendale sia autentico è necessario che esso anticipi sempre più una domanda sociale latente che il welfare pubblico, oggi più che mai, non è in grado di soddisfare ».

Cdp scommette sull’Economia Reale

Il progetto presentato ai principali fondi pensione italiani

ROMA

Cassa Depositi e Prestiti, Assofondipensione e Fondo Italiano d’Investimento Sgr hanno presentato il Progetto Economia Reale a oltre quaranta fondi pensione italiani. Il Progetto, le cui linee guida erano state annunciate dall’ad di Cdp Fabrizio Palermo, mira al potenziale coinvolgimento di tutti i fondi pensione italiani di natura privatistica. Sono oltre un miliardo di euro le risorse potenziali a supporto dell’economia del Paese. Lo scopo del Progetto Economia Reale è quello di fornire ai fondi pensione aderenti la possibilità di co-investire con Cdp in strumenti diversificati e con potenziali ritorni in linea con le finalità del risparmio da loro gestito e al contempo di supportare la crescita e la competitività delle imprese italiane facilitando l’afflusso di investimenti verso l’economia nazionale attraverso una piattaforma, costituita da fondi di fondi, gestita dal Fondo Italiano di investimento Sgr (Fii Sgr, controllata da Cdp Equity), che investirà in fondi di private equity, private debt, nonché potenzialmente in altre asset class. I fondi pensione attualmente gestiscono per conto dei loro aderenti oltre 100 miliardi di euro e possono esercitare un ruolo importante per favorire il sostegno all’economia, all’occupazione e alla crescita del Paese, cogliendo al contempo la possibilità di maggiori rendimenti per i loro iscritti, per un welfare integrativo sempre più efficiente e inclusivo.