VENTURE CAPITAL

Le idee vanno a caccia di soldi
Finanziamenti micro per startup
La scommessa dei risparmiatori

Andrea Telara
MILANO

PRODUTTORI di motori elettrici per le bici, supermercati online per comprare un po’ di tutto su internet, applicazioni per fare pagamenti digitali in sicurezza o scuole di formazione a distanza. Sono alcune delle imprese che si trovano ancora in una fase di startup (cioè di avviamento e crescita) e che stanno chiedendo soldi ai risparmiatori italiani. Lo stanno facendo attraverso il crowdfunding, una forma di finanziamento alle imprese regolata in Italia da una legge del 2012 poi perfezionata da alcuni provvedimenti successivi. Tecnicamente, il crowdfunding si realizza ogni volta che un gruppo di persone (crowd, che in inglese significa ‘folla’) elargisce delle somme di denaro (funding) per sostenere qualsiasi progetto, anche di tipo culturale, sociale o umanitario. Pure la pubblicazione di un libro, la raccolta fondi per restaurare un opera d’arte o per finanziare un’associazione di beneficenza possono avvenire in crowdfunding, che si svolge di solito sulla rete di internet, in un sito web specializzato in questo tipo di attività.

SE I SOLDI RACCOLTI sono destinati a un’azienda e chi la finanzia ne diventa socio, l’operazione realizzata si chiama equity crowdfunding e rappresenta un’ innovativa forma di investimento, che può rivelarsi anche molto fruttuosa nel lungo periodo, quando il progetto realizzato riscuote grande successo. L’equity crowdfunding è dunque il modo più semplice con cui i risparmiatori italiani possono investire nelle startup del nostro Paese, anche impiegando piccole cifre di appena qualche centinaio di euro.

PER QUESTO TIPO di attività esistono alcune piattaforme ad hoc, nate sulla rete e che operano sotto la sorveglianza della Consob, l’authority che vigila sui mercati finanziari. Si tratta in totale di 26 siti web in cui le startup chiedono ai risparmiatori privati di sostenerle versando una somma di denaro, dopo aver illustrato la loro iniziativa imprenditoriale sul web e aver specificato l’importo di cui hanno bisogno per realizzarla, oltre ad aver indicato la data di scadenza della loro raccolta fondi. Se la startup riesce a raccogliere la cifra di cui ha bisogno, il risparmiatore che ha versato i soldi ne diventa azionista e, nel caso in cui il progetto imprenditoriale sia destinato al successo, ha buone probabilità di vedere rivalutarsi notevolmente nel tempo la quota di azioni sottoscritte. Se la raccolta fondi non riesce a centrare l’obiettivo, invece, chi ha aderito riceve indietro la somma di denaro versata. Occorre tuttavia ricordare che l’equity crowdfunding può dare comunque rendimenti consistenti soltanto nel medio e lungo termine, per esempio nell’arco di 3 o 5 anni, perché le startup hanno bisogno di un po’ di tempo per crescere e affermarsi. Di conseguenza, è bene destinare a questo tipo d’investimento una quota limitata della propria ricchezza complessiva, come opzione per diversificare il portafoglio e magari per dargli un po’ di sprint. Attualmente, secondo i dati della School of management del Politecnico di Milano, le piattaforme di crowdfunding attive in Italia su internet sono 26 e hanno raccolto finora circa 33 milioni, in media 218mila euro per ogni start up.

LA PIÙ POPOLARE sul web è al momento Mamacrowd, dove sono stati raccolti più di 9 milioni di euro. Segue CrowdFundMe che ha «rastrellato» nel complesso circa 6,8 milioni. Un po’ più distanziate, con una somma di 3,5 milioni per ciascuna, sono altre due piattaforme, StarsUp e OPStart, seguite a loro volta da Walliance con più di 2,5 milioni. Le risorse raccolte da tutti gli altri operatori di equity crowdfunding attivi in Italia (sono una ventina in tutto) è invece limitata a qualche centinaio di migliaia di euro. Segno evidente che questa forma di investimento nelle startup si trova ancora in una fase embrionale.

Contro corrente di ERNESTO PREATONI
GOVERNO NEMICO DELLE IMPRESE

E’VERO CHE IL LAVORO non si crea per decreto. Ma è anche vero che una regola cattiva può distruggere molti posti di lavoro esistenti o impedire la nascita di nuovi. La riflessione mi è venuta in mente vedendo i primi interventi del nuovo governo sul fronte economico. Per essere il «governo del cambiamento» (nella foto Giuseppe Conte), come ama definirsi, non ha cambiato molto. Assoluta continuità sul fronte dei conti pubblici e molta prudenza, non priva di qualche arretramento, la strategia per quanto riguarda il lavoro. L’audizione del ministro Tria in Parlamento non ha riservato alcuna sorpresa. Ha esposto un programma identico a quello di tutti i ministri che lo hanno preceduto nel recente passato. Se ha un asso nella manica, lo ha tenuto ben nascosto. Speriamo che lo tiri fuori a settembre, preparando la manovra finanziaria per il 2019. L’unica notizia positiva è la conferma che, per il 2018, non ci sarà la manovra correttiva da 6 miliardi (ma forse di 9) che Bruxelles avrebbe molto apprezzato. Decisione inevitabile per non spegnere quel barlume di ripresa che si vede in giro. Insomma, dalle parole del ministro traspare, come sempre, la preoccupazione di non far imbizzarrire lo spread finanziario.

MA ANCHE la risposta allo spread sociale non è molto coraggiosa. Non entro nel merito delle singole decisioni. Vedo però che dal decreto traspare una sostanziale sfiducia nei confronti di noi imprenditori, visti come soggetti dotati di una propensione innata a violare la legge. Un approccio inaccettabile. Soprattutto nella parte che punisce le delocalizzazioni. Una vera assurdità. Io sono fra quelli che ha scelto di non investire più in Italia, considerandolo ormai un Paese dov’è impossibile fare impresa. Questa novità mi convince, ancora di più, che avevo visto bene e che in Italia non cambia mai nulla. Casomai la situazione può solo peggiorare. Non ho nessuna intenzione di investire in Italia. Ma se anche l’avessi pensato questo decreto mi avrebbe fatto subito cambiare idea.

Di | 2018-07-09T12:49:37+00:00 09/07/2018|Dossier Economia & Finanza|