VENDITE IN CONTINUA CRESCITA

Spezie e aromi sono un affare
Le multinazionali mettono il sale
sul business globale dei sapori

Andrea Bonzi

ROMA

UN BUSINESS saporito. Il mercato di sale e spezie – pur molto segmentato, visto che copre tipologie di prodotti di origine diversa – ha volumi interessanti e una crescita che aumenta di anno in anno. Parrebbe una ovvietà, pensando ai miliardi di persone che, ogni giorno, conservano e insaporiscono i propri piatti con essenze di origine vegetale e minerale (nel caso del sale), ma i numeri fanno comunque effetto. Secondo il centro di ricerca americano Tranparency market research, il mercato globale di spezie e condimenti dovrebbe raggiungere addirittura i 16,6 miliardi di dollari entro il 2019. Una quota di mercato che, sempre a livello mondiale, viene ripartita grossomodo così: il sale, i suoi sostituti e le varie tipologie del pepe coprono la metà circa del settore, l’altro 50% è destinato alle spezie.

ANCHE I NOMI delle aziende leader mondiali – quasi tutte multinazionali – fanno capire l’interesse attorno a questo business: Kraft Food, Mdh Spices, Knorr, Nestlé e McCormick&Company, tra le altre. Proprio McCormick ha recentemente acquisito il gruppo toscano Giotti, tra i principali player europei, fondando così un presidio in Italia. A livello di produzione, sono 36mila le aziende che in Europa coltivano piante aromatiche e da condimento, su una superficie di 234mila ettari: tra 2007 e 2010, c’è stato un aumento di circa il 50% del numero delle imprese, segno che il business tira.

MA QUALI sono le ricadute nel Belpaese? In Italia il giro d’affari calcolato per le spezie e gli aromi (dati ad agosto 2017) è di circa 140 milioni di euro, con 87 milioni di pezzi venduti, in continua crescita. I prodotti che sono aumentati maggiormente sono la curcuma (+41%), lo zenzero (+26,9%), la cannella (+3,4%), la noce moscata (+1,9%), il peperoncino (+0,4%) e il pepe (+0,2%). Una classifica data anche dalla crescente passione per la cucina etnica lungo lo Stivale. Gli acquisti avvengono preferibilmente nei supermercati, che assorbono il 38% dei volumi complessivi, e nei discount, che pesano per un altro 23,5%. Un po’ diverso è il discorso che riguarda il mercato del sale. La produzione italiana, infatti, è concentrata in poche zone, ma il sale che ne esce è spesso di ottima qualità e dunque ricercato. In provincia di Ravenna c’è la salina più a nord d’Italia: il sale di Cervia, integrale e di origine marina, è definito anche ‘dolce’, perché è composto di cloruro di sodio purissimo, con una quasi inesistente presenza di altri cloruri più amari. È un prodotto che ha ricevuto il marchio di presidio Slow Food.

LA SALINA più grande d’Italia è invece quella di Margherita di Savoia, in Puglia: ha un’estensione di 4.500 ettari, la maggior parte dei quali ricoperti dalle acque. Ogni anno si producono circa 5,5 milioni di quintali di sale. A lavorare questa salina è l’azienda leader Atisale, ex Monopoli di Stato privatizzata nel 2003, che annovera anche il sito di S.Antioco, in Sardegna, da cui si estraggono circa 2 milioni di quintali di sale l’anno. Marchio Igp, infine, per il sale di Trapani, in Sicilia, molto puro e ricco di magnesio. Infine, c’è il salgemma, una parte del quale viene utilizzato anche per uso industriale: le miniere sono collocate in Toscana (a Volterra), in Calabria e soprattutto in Sicilia. A Petralia, in provincia di Palermo, si trova uno dei giacimenti di sale più ricchi di tutta Europa.

 

L’uomo è ciò che mangia
di DAVIDE GAETA

L’AGRICOLTURA PAGA IL COSTO DELLA BREXIT

LA COMMISSIONE Europea anticipa il budget post Brexit che partirà dal 2021. Il documento di Bruxelles parte dalla constatazione che mancheranno almeno 10 miliardi di euro alle casse europee con l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue. Non bastasse, altri fondi saranno necessari per le nuove priorità. Dato che con l’uscita del Regno Unito si perderà un significativo contributo al finanziamento delle politiche Ue, un’ipotesi, molto ottimistica in realtà, potrebbe prevedere un rimpolpamento da parte dei Paesi rimasti. Ma gli Stati membri non sembrano pronti ad allargare i cordoni della borsa.

Chi pagherà allora il prezzo del buco della Brexit? Il Commissario al Bilancio vorrebbe rimediarvi col 50% di tagli e il 50% di nuove risorse da pescare nelle tasche degli Stati nazionali; e per questo la Commissione Europea anticipa che è necessario «uno sguardo critico sui tagli e l’efficienza delle priorità»; tradotto in linguaggio meno politichese significa che l’aria è cambiata. Dunque i tagli al sostegno della politica agricola e di coesione mentre gli aumenti alle nuove emergenze, soprattutto immigrazione, sicurezza e difesa. Con una spruzzata sempre efficace di parole chiave: rilancio della ricerca, innovazione e mondo digitale.

PER SODDISFARE le nuove esigenze Bruxelles immagina diversi scenari, più o meno innovativi, chiedendo agli Stati membri di aumentare il loro contributo tutto destinato alle nuove priorità, in primis la sicurezza che comprende anche l’immigrazione: Bruxelles descrive tre opzioni con impieghi crescenti di risorse finanziare partendo da un’ipotesi minima, pari all’attuale status quo sino ad una versione massima che ipotizzi un sistema di controllo delle frontiere stile Usa. Le uniche voci di spesa per le quali la Commissione propone scenari di tagli sono le politiche di coesione e quelle agricole. Le prime, le politiche di coesione, rappresentano più di un terzo del bilancio Ue, 460 miliardi nel 2014-2020. Bruxelles propone tre scenari: mantenere lo status quo, con fondi per tutte le Regioni; riduzione di un quarto aiutando solo quelle meno sviluppate (in Italia solo il Mezzogiorno); oppure tagliare di un terzo e di fatto sostenere solo i Paesi dell’Est Europa. Questi tagli, tra cui i fondi strutturali, porterebbero inevitabili conseguenze negative anche all’agricoltura italiana, secondo beneficiario in Ue dopo la Polonia. Del resto anche la stessa politica agricola subirebbe, in ogni caso, drastiche riduzioni; la Commissione prevede ipotesi quali lo status quo, un taglio del 15% o uno più drammatico sino al 30% delle risorse. Quali che siano i risultati del compromesso inevitabile che scaturirà dai lavori a Bruxelles nel prossimo futuro il segnale che il budget europeo delle priorità è cambiato è ormai netto. Troppe le pressioni ed il peso politico e mediatico su altri temi che forse il sistema agroalimentare non riesce a controbilanciare.

 

Di |2018-10-02T09:24:48+00:0020/02/2018|Focus Agroalimentare|