USATO NON DI SERIE B

I giovani allungano la vita degli oggetti
«Servono regole unitarie per il settore»

BOLOGNA

«LA PERCEZIONE dell’usato è stata condizionata da un consumismo esasperato per cui tutti dovevano avere per forza l’oggetto più recente e nuovo fiammante. L’obiettivo della grande industria è sempre stato quello di trasformare un prodotto in un rifiuto nel più breve tempo possibile, per cui l’usato è stato associato a un’idea di povertà. Oggi, invece, con l’ecosostenibilità si è innescato un meccanismo virtuoso che, puntando ad allungare la vita degli oggetti, ha iniziato a cambiare anche quel vecchio schema mentale, soprattutto nelle nuove generazioni».

ALESSANDRO Giuliani è un po’ l’anima della ‘second hand economy’ italiana. Vicepresidente della Rete Onu, ossia l’associazione nazionale degli operatori del settore, è soprattutto il presidente di Mercatopoli e di Baby Bazar, i due network dell’usato. E se l’online ha rappresentato innegabilmente lo spartiacque e la svolta, proprio quelle due grandi realtà di negozi sono la dimostrazione che il fenomeno ha basi solide e che, come un’acrobata navigato, vola sul mercato anche senza… rete. Partito da Verona 15 anni fa, Mercatopoli ha oggi più di 80 negozi in tutta Italia (contando Baby Bazar si arriva a circa 130) e un volume d’affari intorno ai 30 milioni. La mentalità sta cambiando e il tempo dell’usa e getta può dirsi concluso?

«Direi di sì. Da un’analisi per fasce di età emerge anche un paradosso: le generazioni più anziane, che hanno conosciuto un’Italia più povera, hanno continuato a mantenere un buon rapporto con l’usato. Poi c’è l’anomalia della generazione di mezzo, figlia del consumismo anni Ottanta, che tende a sentirsi sanzionata socialmente se acquista di seconda mano. Infine i ragazzi della generazione Z, che considerano l’usato normalissimo e non di serie B, e che guardano più concretamente all’uso che al possesso».

Come funzionano i vostri negozi e perché sono fisici?

«La caratteristica fondamentale è che appunto sono offline e propongono esclusivamente in conto vendita da privato abbigliamento, oggettistica e arredamento, il tutto esposto con cura e con l’assortimento di un negozio normale. Sono fisici perché l’utente ha bisogno di valutare lo stato d’uso dell’oggetto. Quando si acquista un prodotto nuovo si è meno esigenti, per l’usato invece ho la necessità di controllarlo bene, vedere se le cuciture sono a posto, se ci sono tutti i componenti, eccetera. La soglia di attenzione è più alta».

Rispetto all’online quali sono i prodotti che vanno di più sul ‘fisico’?

«L’online è superiore sulle griffe, l’elettronica rigenerata e il collezionismo. Il resto del mercato, dai mobili all’arredamento, dall’oggettistica agli acquisti d’impulso e i regali doppi va di più sull’offline, perché si può esplorare maggiormente».

Altri vantaggi?

«Sa, è vero che molti che si approcciano alla compravendita dell’usato ne vedono la componente quasi ludica del pubblicare un annuncio e fare una trattativa, e in questo internet ha giocato un ruolo fondamentale, ma ci sono altrettante persone che hanno l’esigenza di liberarsi di un oggetto e non vogliono tanti ‘sbattimenti’. Pensano: ‘lo porto in negozio e poi si arrangiano loro’».

E in negozio chi trovano?

«Un professionista che conosce il mercato e sa cosa si può vendere e cosa no, e fa il prezzo in maniera corretta. Noi forniamo anche questa componente di expertise, perché capire qual è il prezzo giusto non è facile».

Nel frattempo siete diventati un soggetto economico che cerca un interlocutore politico…

«Abbiamo unito le varie anime dell’usato per darci regole unitarie e la proposta di legge in pole position è quella dell’onorevole Stefano Vignaroli. Speriamo passi». Francesco Gerardi


IL DENARO NON DORME MAI di GIUSEPPE TURANI

INVESTIMENTI PER RILANCIARE IL PAESE

VA DI MODA adesso sostenere la seguente tesi: il governo distribuisce denaro a un po’ di italiani, questi aumentano i loro consumi e l’Italia riparte. Non è così. E infatti è il governo stesso a dire che l’incremento del Pil dovuto alla crescita indotta dei consumi sarà quasi irrilevante. Ma c’è di peggio. Quando io ‘regalo’ soldi ai cittadini, questi non comprano solo pomodori o cipolle a chilometro zero, ma fragole che arrivano da Israele, salmone norvegese, o sandali vietnamiti. Finiti i soldi, il paese è esattamente come prima. Se invece quegli stessi soldi vengono utilizzati per investimenti (una strada, una scuola, un ospedale, una fabbrica), alla fine la ‘dotazione’ del paese si è arricchita. Il paese, cioè, è migliore, è più ricco. E, nel frattempo, un po’ di gente ha lavorato e quindi ha percepito uno stipendio. La differenza fra finanziare i consumi e finanziare gli investimenti è tutta qui. Con la prima si fa un’operazione di breve periodo, limitata nel tempo e che non porta niente al paese. Con la seconda il paese un po’ migliora. Aggiungiamo un altro fatto. Oggi l’Italia è il paese che cresce meno in Europa. Ed esiste una spiegazione. Da vent’anni la sua produttività non cresce. Nella competizione con gli altri stati cioè, si parte svantaggiati perché non siamo migliorati in vent’anni.

SE SI VUOLE cambiare questo stato di cose, bisogna tornare a investire massicciamente, magari anche a costo di sacrificare un po’ i consumi. Se non si riesce a fare questa inversione di marcia, le cose non miglioreranno e fra dieci anni saremo ancora ultimi. D’altra parte, la storia di questi due ultimi decenni proprio questo insegna: non si sono fatti abbastanza investimenti e il paese non è andato avanti. Vale insomma il vecchio proverbio: a uno che ha fame non regalare il pesce, insegnagli a pescare. Solo che la gente, di solito, preferisce il pesce senza pensare troppo al futuro. Ma il compito della politica dovrebbe essere appunto quello di pensare invece al domani e non all’immediato. Nella crisi americana degli anni Trenta Roosevelt trascinò il suo paese fuori dalla depressione investendo in cose utili (dighe, ponti, ferrovie). Ai lavoratori dava paghe ridicole, e con l’obbligo di mandare qualcosa a casa, ma alla fine l’America era davvero migliore. E lo si è visto nella Seconda guerra mondiale, quando ha sopportato quasi tutto il peso della lotta al nazismo, rifornendo l’Inghilterra di cibo e armi.

Di |2019-06-11T14:31:49+00:0011/06/2019|Primo piano|