Nuove paure sui mercati globali
«Cina e Nord Corea, rischi palesi
Ma i debiti sono la vera mina»

Davide Nitrosi
PARIGI
PIÙ che la fine della politica monetaria accomodante della Bce, i rischi alla stabilità economica globale arrivano da altre parti: l’incertezza geopolitica legata alla Nord Corea, ad esempio, ma anche le tensioni in Medio Oriente, il debito cinese e la possibile rinascita di movimenti populisti. Raghuram Rajan, professore di finanza alla Chicago Booth dopo essere stato presidente della Banca centrale indiana e capo economista del Fmi, analizza l’evolversi delle tensioni mondiali. E davanti alla fotografia dei rischi non drammatizza, ma neppure nasconde gli avvertimenti.
Professore,dopo la grande crisi cominciata nel 2007, vede profilarsi altri choc per l’economia mondiale?
«Non mela sento di dire che non mi aspetto altri choc.Ci sono rischi palesi e altri meno. Ad esempio oggi si è diffusa la convinzione, dopo le ultime elezioni in Francia, che l’ondata populista si sia fermata in Europa. Temo però che ciò che sta alla base dei problemi che hanno provocato il populismo non sia sparito».
Quindi che cosa può accadere?
«Penso che il populismo possa emergere in forme diverse, forse persino più forti rispetto ai movimenti che esistono oggi. Possiamo immaginare che emergano nuovi partiti e nuovi leader magari con posizioni diverse rispetto a quelle dei partiti già esistenti. Come il caso di Trump, che non è né repubblicano né democratico, ma semplicemente uno che parla agli arrabbiati».
Dove vede altri rischi globali?
«Il secondo grande rischio è ciò che accadrà in Cina dove si è formato un immenso debito. I cinesi stanno provando a ridurlo, stanno facendo una notevole pulizia del settore finanziario;ma resta senza risposta la grande ineguaglianza nella ricchezza che si è formata».
Non teme un atterraggio brusco dei mercati finanziari?
«La crescita dei mercati è un altro rischio. Sono cresciuti rapidamente, forse troppo, e a questo punto c’è il rischio di un aggiustamento significativo. Ma oltre ai rischi manifesti, ci sono quelli non prevedibili, geopolitici. Nessuno sa dove, quando e in che forma appariranno».
Lei quali teme?
«Dal punto di vista degli Stati Uniti il rischio maggiore è la Nord Corea. Cosa succede se i coreani raggiungono davvero una tecnologia missilistica nucleare in grado di colpire l’America? Che cosa faranno gli Usa a quel punto? Questo è un esempio di quanto sia difficile capire come possa evolvere la situazione mondiale. Un’altra fonte di incertezza resta il Medio Oriente. Guardiamo che cosa sta succedendo nelle relazioni fra il Qatar e il resto dell’area. Questa crisi era assolutamente inattesa. Siamo in una situazione senza precedenti per la politica».
Lei ha parlato dei rischi di una bolla dei prestiti per finanziare gli studi dei giovani americani. Da questo capitolo possono soffrire altri Paesi?
«Ci sono due tipi di prestiti da tenere d’occhio. I prestiti per acquistare auto e quelli per studiare. Nel caso delle auto sono legati al valore dell’usato che calano e potrebbero esserci significative perdite, credo localizzate negli Stati Uniti. Improbabile che diventi un problema globale. Anche se ci saranno problemi quando i tassi di interesse saliranno».
Non accadrà come con i mutui subprime?
«Stavolta le banche sono più consce, anche perché sono state colpite pesantemente in passato da perdite. E non sono coinvolte così tanto nei prestiti per gli acquisti di auto, forse un po’ più nei crediti per gli studenti.E’ vero chela crisi dei subprime ci ha mostrato che nulla è isolato, ma al tempo erano coinvolte le maggiori banche del mondo».
La preoccupa l’ammontare del debito pubblico italiano?
«Dopo la crisi il livello del debito pubblico nel mondo è sicuramente un aspetto di cui preoccuparsi, specialmente in Italia dove la popolazione è anziana. Non so quale sia la quantità del debito pubblico che serve per il sistema pensionistico e per il sistema sanitario. Se si tengono sotto controllo queste voci, il debito pubblico può essere gestito, altrimenti diventa sempre più problematico. L’Italia però ha fatto riforme del sistema pensionistico importanti e questo aiuta».
L’instabilità politica italiana è un problema?
«Non credo ci sia una chiara associazione fral’ideologia dei partiti el’abilità di essere prudenti sul piano fiscale. In India ilmiglior bilancio è stato fatto dal governo che è durato meno. La verità sta nelle parole che una volta disse Juncker: i governi sanno quali riforme devono fare, ma non sanno come vincere le elezioni dopo averle fatte».


La ricerca L’anno d’oro del welfare aziendale

MILANO

CRESCE E il welfare aziendale, soprattutto negli ultimi mesi. Lo dice una ricerca condotta dall’Università Cattolica del Sacro Cuore commissionata dalla Welfare Company. I risultati di 326 interviste a direttori e manager delle risorse umane dicono infatti che il 67% delle imprese fa welfare, e il 18,4% del campione ha introdotto welfare negli ultimi dodici mesi. Merito anche delle nuove agevolazioni fiscali per il 37% degli intervistati, convinti che le nuove normative abbiano incentivato l’attivazione di piani di welfare aziendale, ma non in modo decisivo. Non c’è soltanto economia di scala dietro, ma anche il benessere e l’attrattività del proprio luogo di lavoro: la maggior parte delle aziende, infatti, ammette di aver avviato piani di welfare non solo per ridurre il costo del lavoro (70,6%), ma per migliorare il clima aziendale (81%), attrarre talenti (62,7%) e incrementare la produttività (57,1%).
L’OFFERTA, quindi: i benefit più diffusi sono le mense aziendali e i buoni pasto (60%), la flessibilità degli orari (46%), le polizze sanitarie (41,4%), le convenzioni per il consumo (38,2%), l’assistenza sanitaria (36,8%) e i benefit per lo studio dei figli (30%). «Dalla ricerca – commenta Chiara Fogliani, ad di Welfare Company – emerge che in un’azienda su tre il tasso di conversione del premio di produttività in servizi di welfare risulta inferiore al 30%, ma un buon piano di comunicazione può aumentare la percentuale di conversione anche fino all’80%, con vantaggi per tutti». Luca Pesenti, docente che ha realizzato la ricerca, segnala «uno sviluppo culturale rilevante nelle relazioni industriali: le aziende che fanno welfare sono anche quelle che lavorano per trovare nuovi sbocchi di mercato, che innovano i processi, che investono su logistica, marketing e distribuzione». Il futuro del welfare? Per il 33,6% del campione il punto da sviluppare è lo smart working.