UNO SGUARDO AL FUTURO

I manager empatici
valorizzano i dipendenti
«E così incrementano
l’efficienza sul lavoro»

Francesco Gerardi

MILANO

L’ECONOMISTA visionario Jeremy Rifkin profetizzava l’avvento imminente della civiltà dell’empatia, solo chiedendosi se ciò sarebbe avvenuto in tempo utile per evitare il collasso planetario o meno. Un decennio dopo, l’urgenza di un mondo più empatico è ancora sentita, tanto che al prossimo ‘Cross industry innovation summit’ (a Milano, il 29 e 30 giugno) – una due giorni dedicata all’economia del futuro e imperniata sull’intuizione fondamentale della crossindustry di settori anche lontani in grado di ispirarsi l’un l’altro – una delle sette sfide globali che l’umanità sta affrontando è proprio quella dell’empatia. «Un modo differente di gestire le relazioni, anche nel mondo del lavoro, si sta diffondendo. Trovo sempre più spesso nella mia attività persone sensibili a questi temi. Se penso com’era 15 anni fa, quando nelle aziende già parlavo di intelligenza emotiva, vedo oggi tutt’altra situazione. Anche il manager più freddo e spietato inizia ad accorgersi che questa nuova cultura è un valore importante, rende gli ambienti più armonici e permette di fare più business e vendere di più. Poi magari ha difficoltà a praticarla…». Gian Maria Bianchi è titolare della cattedra di ‘Intelligenza emotiva e business’ all’Università Cattaneo Liuc e il suo curriculum trasversale pare l’incarnazione vivente del principio base della cross industry: laurea in politica economica, commercialista, imprenditore nel mondo fieristico e congressuale, praticante delle tecniche del buddismo tibetano e da 25 anni consulente per grandi aziende su sviluppo e crescita personale.

Professore, che cos’è l’empatia e come si può declinare nel mondo del lavoro?

«Daniel Goleman, il grande divulgatore dell’intelligenza emotiva, ha definito l’empatia lavorativa come la somma di quattro capacità: comprendere gli altri, valorizzare gli altri, far leva sulle diversità e utilizzare l’intelligenza politico-sociale».

Può spiegarle?

«Vede, ognuno di noi è diverso, un universo unico. Comprendere l’altro implica una vera e propria indagine per cogliere il suo mondo di riferimento. Strumento fondamentale e presupposto è l’ascolto profondo e non giudicante. Un’abilità solo in parte naturale e che necessita di uno sforzo di volontà, un voler capire. Nel lavoro le implicazioni sono miriadi, come la comprensione dei bisogni del cliente, dei collaboratori e del capo».

E una volta che si è capito?

«A quel punto occorre dare valore alla specificità di chi si ha di fronte. Ad esempio: non costringere i dipendenti a fare un lavoro che non fa per loro, per poi lamentarsene se non ottengono i risultati attesi. Se attraverso l’ascolto capisco che una persona sa fare benissimo una certa attività, è a quella che dovrei destinarla. Questo aumenta enormemente la produttività. Come, del resto, chi è più bravo in una certa attività non è detto sia anche il capo migliore».

Le diversità, dunque, sono un valore?

«Vedo certi manager circondarsi di collaboratori uguali a loro, ma solo se accogliamo visioni e modi di agire diversi otteniamo risultati nuovi. Intelligenza politico-sociale, infine, significa muoversi in un ambiente in modo efficace. Lo si fa costruendo relazioni autentiche e basate su un vero scambio, non quelle dei social».

Come si può misurare l’efficacia delle cose che lei insegna alle aziende?

«Esistono strumenti come il sito Mychangemeter, che misurano il miglioramento dei cambiamenti individuali: sono degli allenatori per cambiare comportamenti».


Il ciclone Trump ha cambiato tutto
Oggi la volatilità è geopolitica
L’Italia si salva solo con l’Europa

di GIORDANO LOMBARDO*

MENTRE IN ITALIA sono tutti concentrati sulla formazione del nuovo governo, lo scenario di politica internazionale è in sommovimento e i mercati finanziari se ne sono decisamente accorti. Dopo un 2017 quasi ‘perfetto’, grazie a politiche monetarie ancora accomodanti e ad una crescita globale in espansione ‘sincrona’, il 2018 ha portato incertezza e volatilità. La mia tesi è che questa fase di maggior volatilità non sia temporanea, ma legata ad un cambiamento strutturale nell’ordine dei rapporti internazionali. Destinato ad avere conseguenze profonde sulle dinamiche di performance economica dei vari blocchi, Usa, Europa e mercati emergenti. E quindi sulle scelte di portafoglio di chi investe, per molti anni a venire.

NEGLI ultimi 10 anni i mercati sono stati dominati dagli effetti delle politiche monetarie espansive delle banche centrali. Ma oggi le relazioni internazionali hanno assunto un’importanza che in passato non avevano, pur essendo da sempre monitorate dagli investitori macro. È la conseguenza dell’irrompere sulla scena di Trump. Che ha messo in dubbio alcuni punti fermi dello scenario degli ultimi 30 anni: espansione della globalizzazione, stabilità dei rapporti con gli alleati tradizionali, intensificarsi del rapporto Usa/Cina. Secondo alcuni osservatori, Trump si muove sullo scenario internazionale come una variabile impazzita. È probabile invece che ci sia del metodo in questa follia, con la conseguenza che oltre ad un ciclo economico (quello espansivo delle banche centrali), si sta chiudendo anche un ciclo politico. Quello legato alla teoria secondo la quale la globalizzazione è un destino ineluttabile, anziché un processo soggetto a fasi storicamente caratterizzate di maggiore o minore apertura dei mercati.

SOLO nelle ultime settimane abbiamo visto tre importanti decisioni di Trump che hanno scosso i mercati: la rottura dell’accordo con l’Iran sul nucleare; le sanzioni su società russe e cinesi scelte come target individuali; le minacce agli alleati di imposizioni di tariffe commerciali se non di una vera e propria guerra commerciale, poi in parte ritrattate. Come muoversi di fronte a queste novità, è diventato il principale problema per gli investitori. Che erano già alle prese con due importanti transizioni: dalla fase espansiva delle politiche monetarie al graduale ritiro del Qe e rialzo dei tassi di interesse. E da una politica fiscale moderata dell’amministrazione Usa a una forte espansione del deficit, pur in una fase molto matura del ciclo economico. Su queste transizioni si è innestato il brusco cambio di marcia nelle relazioni internazionali. Il tutto ha fatto risorgere i timori di un ritorno dell’inflazione e riportato i rendimenti dei titoli decennali governativi Usa sopra la soglia psicologica del 3%. A sua volta, il dollaro ha invertito la rotta e ha ripreso ad apprezzarsi non solo nei confronti dell’euro ma anche delle valute dei paesi emergenti. Infine, le tensioni in Medio Oriente hanno avuto come conseguenza la risalita del prezzo del petrolio, con potenziali effetti inflazionistici e di riduzione della crescita globale.

GLI EFFETTI più forti delle giravolte geopolitiche di Trump si sono avuti nei mercati emergenti, con l’allargamento degli spread delle obbligazioni di questi paesi e un indebolimento delle loro valute. La combinazione dollaro forte/rialzo dei rendimenti Usa ha comportato un rientro di capitali da alcuni di questi paesi, segnatamente Argentina e Turchia, che i mercati ritengono più vulnerabili da un punto di vista macro. Quanto all’Europa, essa rimane sotto-rappresentata sul piano della politica internazionale, rispetto al proprio peso economico. Perché ha legato la sua visione istituzionale ed economica al vincolo dell’austerità, frenando così il proprio progetto di integrazione. E rimanendo con una crescita asfittica e forti differenziali di crescita e occupazione al suo interno. Il ritrovato attivismo politico da parte francese si ripromette di dare nuovo impulso alla riforma della governance dell’eurozona, cosa di cui l’area ha fortemente bisogno. Al momento non è chiaro che direzione verrà presa, ma l’operazione potrà avere successo solo se servirà ad abbandonare la logica del pareggio di bilancio a tutti i costi, per abbracciare quella del finanziamento sia pubblico che privato di un nuovo ciclo di investimenti.

IN DEFINITIVA, i mercati finanziari rimarranno d’ora in poi maggiormente soggetti a fasi di volatilità di natura “geopolitica”, e gli investitori dovranno attrezzarsi a leggere questi cambiamenti più di quanto non abbiano fatto in passato. Inoltre conterà sempre di più la capacità di “selezionare” i singoli paesi su cui investire, non solo in base alle variabili di natura domestica ma a come queste interagiscono con il nuovo sistema di relazioni internazionali. Per esempio, alcuni paesi emergenti sono oggi più a rischio di altri, tanto da rendere quasi irrilevante la categoria stessa di mercati emergenti come criterio di investimento: conterà molto di più la performance dei singoli paesi e la loro collocazione geopolitica in sfere di influenza.

E L’ITALIA in tutto questo? Il futuro del nostro paese è legato a doppio filo a quello della costruzione europea, e ogni tentativo in direzione opposta ci porterebbe rapidamente verso esiti economicamente disastrosi (oltre ad essere tecnicamente non fattibile). La reazione dei mercati alle vicende politiche di casa nostra è di crescente preoccupazione, ma finora ha relativamente tenuto grazie all’ombrello protettivo della Bce, con il programma di acquisto di titoli governativi dell’eurozona. Ma sappiamo che si tratta di una situazione temporanea. E’ molto probabile che gli investitori siano semplicemente in attesa di vedere cosa succederà. Sia sul piano delle nuove politiche proposte, che dell’abolizione di quelle in essere. E il tema non è solo di natura quantitativa (come trovare coperture finanziarie adeguate e credibili). Saranno apprezzatele riforme che sostengono la crescita e l’occupazione nel lungo periodo: sostegno della partecipazione dei giovani e delle donne al mercato del lavoro, riduzione della burocrazia, incentivi agli investimenti da parte delle imprese. Di questo tipo di riforme negli ultimi mesi si è parlato molto poco, a causa della loro minor “spendibilità” elettorale. Ma sono anche quelle che ci dovrebbero interessare di più, come cittadini prima che come investitori.

* Ex presidente di Assogestioni

Di |2018-10-02T09:24:32+00:0022/05/2018|Finanza|