«La Borsa, scommessa vinta
C’è feeling con i piccoli azionisti
Il fondo Usa prima o poi lascerà»

FORLÌ

UNA SVOLTA senza rimpianti, anzi, di successo. Lo dicono i numeri. Unieuro è stato il primo distributore italiano d’elettronica di consumo a entrare in Borsa, lo scorso aprile. Valutato 220 milioni di euro, in sette mesi ha portato il valore di ogni singolo titolo da 11 a 14 euro. A ottobre i soci hanno messo sul mercato un altro 17%, pari a 3,5 milioni di azioni: e sono state vendute – l’amministratore delegato Giancarlo Nicosanti dice «bruciate» – a un valore ancora più alto, 16 euro l’una, per un totale di 56 milioni di euro. Con quest’ultima mossa, oltre la metà di Unieuro (il 52%) è sul mercato. Il 63% degli azionisti viene dall’estero, soprattutto Europa. Nessuno supera il 5%. Curiosità: il fondo sovrano norvegese ha acquistato l’1%. È una storia che comincia da lontano. Per niente dimenticata, anzi. «Prima della quotazione, abbiamo fatto il roadshow nelle principali piazze internazionali, incontrando investitori in tutto il mondo – racconta ancora Nicosanti –. Ci hanno creduto. Ed erano colpiti da questa azienda che è nata con una famiglia, è cresciuta a Forlì, ci resta e vuole ancora crescere. Questa è la vera scommessa che abbiamo vinto». Rispetto alla forchetta di prezzo iniziale, Unieuro ha preferito partire con un valore un po’ più basso: «Cercavamo meno hedge fund, più stabilità e più investitori di qualità». La crescita? Era attesa. Sul mercato azionario sembra destinata a restare l’unica del settore in Italia, almeno per un bel po’: il principale concorrente è una multinazionale come Mediaworld, gli altri – italiani – hanno dimensioni troppo piccole.

IL QUARTIER generale è lo stesso dei tempi di Sgm, la società con l’insegna Marcopolo: la sigla stava per ‘Silvestrini Giuseppe e Maria Grazia’, ovvero i fratelli fondatori. La famiglia resta con un 5% di capitale sociale, un altro 2% è nelle mani del management. Poi ci sono i partner internazionali: il 7% della catena inglese Dixons e il 34% di Rhone Capital, il fondo americano di private equity che è entrato nella compagine nel 2005. Lo sbarco in Borsa è frutto della volontà dell’azionista di maggioranza di monetizzare l’investimento: già oltre la metà delle sue quote sono state vendute. «Un giorno, lo sappiamo, se ne andrà». Unieuro diventerà scalabile e avrà un nuovo ‘padrone’? «Possibile, ma questo è uno sprone a focalizzarci su buona gestione e crescita del titolo». La Borsa ha anche delle insidie, ma Unieuro sa difendersi: «Mediamente vengono scambiati 200mila azioni al giorno, con picchi del triplo. Il titolo, dunque, è liquido, facilmente vendibile e questo incoraggia gli investitori che sanno che potrebbero monetizzarlo in qualunque momento in caso di necessità». Unieuro ha chiesto di far parte del listino Star, una sigla che indica il segmento dei titoli ad alti requisiti di Borsa italiana: più controlli, più trasparenza e l’obbligo di quotare almeno il 35%.

m.b.