La fusione dell’Acciaio Italia
Ilva «spenta» dai ricorsi
Piombino ostaggio di Algeri
ThyssenKrupp, addio Terni

Maila Papi

PIOMBINO

UNA TEMPESTA perfetta si è abbattuta sull’acciaio italiano. Se si escludono le aziende del nord che operano con i forni elettrici, tutti i siti storici della siderurgia nazionale, da Piombino a Taranto, da Genova a Terni, sono in crisi grave. Nei casi migliori, vanno avanti tra forti incertezze. In ballo ci sono migliaia di posti di lavoro, più di 20mila. Un settore strategico per l’economia italiana. La filiera dell’acciaio mette in moto oltre il 60% della nostra produzione manifatturiera, la seconda, dopo la Germania, in Europa. A Piombino, dopo due anni e mezzo dalla firma dell’accordo per la cessione delle ex Acciaierie Lucchini al gruppo Cevital, dell’imprenditore algerino Issad Rebrab, c’è una situazione di stallo. Appena interrotta, pochi giorni fa, da un comunicato dell’ad Said Benikene che ha annunciato la volontà dell’azienda di mettere in vendita le Acciaierie. Il progetto viene ritenuto ancora valido, ma «è impossibile procedere senza il supporto del Governo». Lo stabilimento, che prima dello stop all’altoforno, nel 2014, produceva due milioni di tonnellate di acciaio, ha conservato i treni di laminazione per rotaie e vergella, ma le lavorazioni si sono progressivamente ridotte per la difficoltà di approvvigionamento del semiprodotto. I sindacati sono riusciti ad ottenere che tutti i 2000 dipendenti Lucchini venissero riassunti nella nuova società denominata Aferpi, ma in fabbrica ne sono tornati pochi. La maggior parte ha un reddito minimo assicurato dagli ammortizzatori sociali. E soprattutto Rebrab non è riuscito a realizzare il piano presentato alla firma dell’accordo. NIENTE nuovo forno elettrico e nuova acciaieria, ma un continuo rinvio degli impegni che, alla fine, il 31 ottobre ha convinto il ministro dello sviluppo economico Calenda a dare il via alla lettera di inadempienza con la quale rescinde il contratto di affidamento delle acciaierie a Cevital. Rebrab ha cercato anche nuovi partner e ha avuto contatti con British Steel e Jindal per la cessione di Piombino. Ma l’accordo non è stato raggiunto. E il ministro Calenda durante il suo intervento all’assemblea nazionale della siderurgia ha spiegato: «Rebrab è pronto ad uscire (da Piombino, ndr) a patto che qualcuno gli dia il doppio di quello che ha investito. Questa è speculazione e noi non ci stiamo». Il doppio dell’investimento significa circa 200 milioni di euro, dato che il capitale iniziale di Aferpi era 100 milioni. L’ad Benikene ha risposto a Calenda: «Non chiediamo il doppio, la cifra è più bassa». L’ultimo colpo di scena, l’annuncio del pignoramento dei conti correnti di Aferpi da parte del commissario governativo Nardi.

A PIOMBINO c’è anche lo stabilimento Arcelor Mittal, la storica fabbrica della Magona d’Italia fondata nel 1891, che produce lamiere zincate e verniciate. L’azienda ora ha 500 operai e, dopo anni di difficoltà, ha ripreso a macinare utili arrivando a circa 600 mila tonnellate annue di produzione. La sua vicenda però si sta pericolosamente intrecciando con quella dell’Ilva di Taranto. L’antitrust europeo, esaminando il dossier delle cessione Ilva al colosso Arcelor Mittal, avrebbe rilevato una posizione di predominanza sul mercato. Quindi, per consentire l’operazione avrebbe imposto la cessione dello stabilimento Arcelor Mittal di Piombino. Eventualità che ha messo in allarme i sindacati e i lavoratori: quale futuro per l’azienda? Il problema per ora rimane in sospeso perché tutta la vicenda Ilva è di fatto congelata dal ricorso al Tar presentato dal governatore della Puglia Michele Emiliano sul piano di ripristino ambientale. «Ho deciso che congeleremo il negoziato sull’Ilva – ha spiegato Calenda – aspettando la decisione del Tar di Lecce sull’impugnativa del governatore Emiliano, e del Comune di Taranto. Sono inutili i tavoli finché non è chiara la situazione. Se il Tar accoglie l’impugnativa, l’amministrazione straordinaria dovrà procedere allo spegnimento dell’Ilva».

QUINDI i due poli principali dell’acciaio, Taranto e Piombino sono in una situazione di stallo. Infine Terni, un sito strategico per la produzione di acciaio, perché al sicuro da attacchi di paesi nemici. Ma oggi, che le guerre economiche si combattono senza cannoni, Terni non è più al sicuro. Ast, Acciai speciali Terni, è tornata in attivo dopo anni difficili, ma questo non basta a far prevedere una vendita dello stabilimento da parte del gruppo tedesco Thyssenkrupp che non ritiene più strategico il sito italiano. Lo dice chiaramente l’ad di Ast, Massimiliano Burelli, commentando le dichiarazioni del ceo di Tk, Heinrich Hiesinger, secondo il quale il sito ternano è in vendita. In una nota – d’ accordo con il cda di Ast – Burelli sottolinea che da quando il sito è tornato in Thyssenkrupp, nel 2014, «l’azionista ha sempre dichiarato che l’azienda è un’importante risorsa, con un grande potenziale, ma non costituisce un asset strategico. Una valutazione che risale a più di tre anni fa e si riferisce al ruolo dell’azienda all’interno di una visione strategica della Thyssenkrupp».