UNA SMART CITY

«Nel mondo web vivere è più facile
Ma la datacrazia può essere dittatura»

MILANO

LA DIGITALIZZAZIONE delle città avanza rapidamente. Ci porta maggiore funzionalità nei servizi, più facilità negli spostamenti e comunicazioni migliori, ma ci fa stare meglio o ci sottopone a una dittatura degli algoritmi? Derrick De Kerckhove, allievo di Marshall McLuhan e direttore fino al 2008 del McLuhan Program dell’università di Toronto, oggi docente anche alla Federico II di Napoli, è convinto che la trasformazione sia inevitabile, ma va sorvegliata con attenzione.

Che cos’è una smart city?

«Tecnicamente, la smart city è una città ricca di dispositivi digitali, che le permettono di rendere più efficienti i servizi, dall’energia ai trasporti, dalle comunicazioni ai servizi sanitari. E anche di migliorare le comunicazioni con gli enti locali, facilitando l’ottenimento in tempi rapidi di certificati e documenti dalla pubblica amministrazione».

Quindi ci facilita la vita. Ma ci rende anche più felici?

«Dipende da come vengono gestiti tutti i dati che affidiamo alle reti cittadine. In Cina, ad esempio, ormai si usano i dati per inquadrare le persone in un sistema di ‘crediti sociali’, in base ai quali viene attribuito un punteggio al comportamento sociale dei cittadini, che possono essere sanzionati nel caso di un punteggio troppo basso, ad esempio vietando loro i viaggi in aereo, com’è già successo a milioni di persone. Bisogna quindi essere consapevoli di cosa comporta la digitalizzazione e vigilare sull’uso che ne fa la politica».

La Cina però è una dittatura…

«Certamente, ma non illudiamoci. Singapore, ad esempio, è la smart city per eccellenza, funziona a meraviglia, ma è una datacrazia. Chi ha in mano i big data sa tutto di noi, della nostra situazione personale, della nostra vita privata, della ricchezza, delle scelte politiche e culturali, delle idee, dei consumi. Che ci piaccia o no, è una situazione che stiamo già vivendo in questo momento, senza rendercene del tutto conto. Sta a noi decidere fino a che punto vogliamo accettarla».

In Italia per ora non mi pare che si corrano grandi rischi di datacrazia…

«Le città italiane sono meno ‘intelligenti’ di quelle del Nord Europa, semplicemente perché gli italiani sono meno connessi degli altri europei, con una media del 66% contro una media Ue del 75%. Ma questo dato cresce rapidamente, solo cinque anni fa era il 39%. Quindi anche in Italia cresce l’economia delle smart city, con il Nord Italia in testa e il Sud molto più indietro. Città come Bologna o Modena sono esempi molto interessanti di città intelligenti, decise a svilupparsi in sintonia con il mondo contemporaneo».

Se la città diventa smart dipende anche molto da chi la governa…

«Certamente. Ad esempio a Vico Equense, dove abito, vicino a Napoli, il sindaco ha deciso d’installare un wi-fi libero in tutto il Comune e, anche se non funziona benissimo dappertutto, è un segnale forte a favore della connettività».

Fatta la smart city ci vuole anche lo smart citizen.

«Il senso civico è essenziale per far funzionare una smart city. Comportamenti egoistici e irrispettosi del bene pubblico smagliano il tessuto cittadino. Su questo punto c’è ancora molto da lavorare».

Elena Comelli

 

IL DENARO NON DORME MAI di GIUSEPPE TURANI

IL DILEMMA DEL PAESE SENZA SOLDI

DUE COSE sono praticamente certe in questo momento: la congiuntura europea (e quindi anche quella italiana) sta rallentando e bisognerà trovare molti soldi per disinnescare le clausole di salvaguardia, cioè l’aumento automatico dell’Iva per tenere insieme i conti italiani. La frenata della nostra crescita sarà veloce, quasi immediata. Se quest’anno si riuscirà, forse, a fare ancora un aumento del Pil dell’1,5 per cento, come l’anno scorso, già nel 2019 saremo solo all’1,4 per cento e nel 2021 (fra tre anni) addirittura all’1,2 per cento. Il secondo pezzo della storia riguarda i soldi per evitare che scattino le clausole di salvaguardia. Si tratta, grosso modo, di oltre 15 miliardi quest’anno per salire poi fino a 20. In sostanza, di fronte a una congiuntura calante dobbiamo trovare cifre crescenti per disinnescare l’aumento automatico dell’Iva, che avrebbe effetti depressivi importanti e che finirebbe per abbattere ancora di più una crescita già difficile. E’ un po’ come se l’Italia avesse un’imposta extra sui suoi conti. Molti esperti suggeriscono di aggirare l’ostacolo trovando un modo alternativo per far fronte a questo impegno: il più sensato, però, è un taglio corrispondente delle spese. E si sa che questo è un argomento sempre difficile da affrontare in Italia. E c’è un terzo pezzo della storia. Nessuno sa che governo si andrà a fare. L’unica cosa che si sa è che le due forze che hanno avuto, complessivamente, il 70 per cento dei voti hanno programmi di spesa più che di risparmi: flat tax (che il Fondo monetario giudica non compatibile con la realtà italiana) o reddito di cittadinanza. Si sta determinando quindi un nuovo elemento di conflitto fra la realtà e la politica. La realtà richiederebbe una gestione della cosa pubblica molto oculata e con pochissime spese extra (anzi: risparmi, e grossi). La politica, invece, è orientata verso maggiori spese, e anche molto consistenti. Per ora, non abbiamo un governo e quindi la questione può sembrare irrilevante. Ma, quando ne avremo uno, il conflitto, oggi solo potenziale, verrà a galla e gestirlo non sarà affatto facile. Anche perché c’è solo una strada: un maggiore indebitamento. Ma questo, oltre a irritare, e molto, Bruxelles, potrebbe anche mettere in allarme i mercati, che sono quelli che i soldi ce li devono prestare. Di fatto, l’Italia è oggi fra l’incudine e il martello: l’incudine della spesa e il martello dei soldi che non ci sono.

Di | 2018-05-14T13:14:01+00:00 09/05/2018|Primo piano|