UNA RIVOLUZIONE

Dal turismo alla banda larga satellitare
«Una rivoluzione. E siamo solo all’inizio»

MILANO

LA conquista dello spazio da parte delle imprese private è una grande rivoluzione, di cui stiamo vedendo soltanto l’inizio. E’ la previsione di Andrea Sommariva, direttore dello Space Economy Evolution Lab della Sda Bocconi di Milano, un centro unico al mondo, focalizzato sullo studio interdisciplinare, per esaminare gli aspetti finanziari, economici, tecnici, legali e politici dell’economia dello spazio.

L’economia dello spazio gira attualmente soprattutto sui servizi forniti dai satelliti. Come si evolveranno?

«L’economia dello spazio è una data economy. Grazie alla miniaturizzazione dei circuiti, i costi dei satelliti si sono molto ridotti e così il costo dei servizi correlati. Da qui l’enorme diffusione di questi servizi, che vanno dalle telecomunicazioni al broadcasting, fino ai servizi meteorologici, al monitoraggio del clima e all’osservazione della Terra, che hanno vaste applicazioni in molteplici campi, in agricoltura, nella navigazione, nel traffico aereo, per le fonti energetiche alternative, per i servizi di business intelligence, per le assicurazioni. Oggi vediamo solo la punta dell’iceberg».

Quindi parlare di un giro d’affari da 350 miliardi è riduttivo?

«I 350 miliardi comprendono due grandi ambiti: la costruzione di infrastrutture, materiali e strumenti utili alle operazioni nello spazio e le applicazioni basate su queste infrastrutture spaziali, escludendo le missioni spaziali vere e proprie. Quindi al momento si quantifica solo il giro d’affari diretto, non le ricadute delle operazioni spaziali sulla produttività di interi settori, che sono molto ampie e andrebbero misurate, un’impresa difficile che stiamo affrontando insieme allo Space Policy Institute della George Washington University e alla Secure World Foundation».

In questo mercato gli Usa hanno metà della torta e la Cina un terzo, mentre all’Europa resta una fetta piccolissima, perché?

«L’Europa è troppo frammentata, manca un centro comune di policy e linee guida comuni, perché lo spazio è un campo che ricade nella sicurezza nazionale. Sul piano industriale, l’Europa è molto carente soprattutto nel campo dei lanciatori, di cui abbiamo solo un produttore in tutto il continente, ArianeSpace. Però ha un’imprenditorialità nascente che non va sottovalutata. In Italia, dove l’economia dello spazio ha un giro d’affari di 2 miliardi di euro, stanno nascendo parecchie startup interessanti, società che hanno sviluppato algoritmi avanzati per la gestione dei dati e altre che si occupano di nanosatelliti, come la lombarda DOrbit o la pugliese Sitael».

Quali saranno gli sviluppi più interessanti?

«Il progetto più promettente è sicuramente quello della banda larga satellitare, che con 20mila satelliti potrebbe portare la connessione internet a 2 miliardi di persone che non ce l’hanno, e soprattutto abbattere ulteriormente il costo del traffico dati per tutti. Ma anche i servizi di osservazione della Terra saranno sempre più importanti, in particolare con l’avanzata dei cambiamenti climatici».

E il turismo?

«Certo, è un business nascente ma crescerà. Branson è molto vicino alla commercializzazione dei suoi voli suborbitali e ha già venduto 700 biglietti, uno dei quali anche a un collega della Bocconi, quindi il mercato è reale. Quello di cui si parla poco, ma secondo me avrà grandi sviluppi, è il volo ipersonico, al confine fra tecnologia aerea e spaziale, che consentirà di andare in un’ora da Grottaglie a San Francisco o in due ore a Sydney. E’ un settore che ha un grande futuro».

Elena Comelli

IL DENARO NON DORME MAI
GARANTIRE IL RISPETTO DELLE REGOLE

«OGNI volta che firmiamo un contratto con un partner straniero – mi raccontava anni fa un industriale bolognese – in fondo mettiamo come clausola: foro competente per le controversie Milano, Roma, Bologna. Ma veniamo subito bloccati: ci avete provato ancora. No, cari, Parigi, Londra, Berlino. No Italia». Questo piccolo aneddoto si presta a due commenti. Il primo nasce dalla cronaca di questi giorni, quando è apparsa evidente una certa inattendibilità del sistema giudiziario italiano. Come dare torto allora ai nostri partner esteri che non vogliono correre il rischio di finire nelle mani della giustizia italiana? Il secondo commento è più generale e riguarda il fatto che un paese non è fatto solo dal suo Pil, dalla sua crescita, dalla validità della sua industria. Ma è fatto anche dal suo funzionamento. Dalla sua capacità di garantire regole di accettabile convivenza civile. Anni fa, ad esempio, un presidente del Consiglio, di cui non farò il nome per non innescare inutili polemiche, mi disse: «Abbiamo molte richieste di stranieri per insediamenti nell’area di Gioia Tauro. Ma tutti fanno una richiesta: siamo in grado di garantire la sicurezza di quegli eventuali insediamenti? Ho dovuto rispondere di no. E così gli investimenti sono andati altrove».

TERZO aneddoto. Una decina di giorni prima che venisse ucciso, ricevo una telefonata da Palermo del generale Dalla Chiesa. Mi dicono che gira senza un’adeguata scorta, è sicuro di quello che fa? «Se la mafia mi vuole davvero ammazzare, e io giro con trenta uomini, ne mobilitano sessanta e ne viene fuori una strage immane. La mia unica protezione è che si sappia che alle mie spalle c’è lo Stato, con tutta la sua forza e la sua determinazione». Come purtroppo abbiamo visto, in questo caso lo Stato non c’era e uno dei suoi migliori servitori è stato ucciso in mezzo a una strada. È importante che il paese disponga di una politica economica adeguata (e secondo i nostri partner europei non siamo in queste condizioni), ma sarebbe anche importante mettere in sicurezza il paese nei confronti della criminalità. Cosa che purtroppo sembra essere impossibile, con intere regioni dove di fatto comanda l’illegalità e dove, comprensibilmente, non si vede traccia di sviluppo. In quelle regioni si possono spedire tutti gli aiuti che si vogliono, ma non succederà niente: aumenteranno solo gli episodi criminali.

Di |2019-06-24T10:36:59+00:0024/06/2019|Primo piano|