L’Italia rompe il tabù contanti
Boom di carte e bancomat
Valgono quasi 200 miliardi

Luca Zorloni

MILANO

L’ULTIMO ASSIST potrebbe arrivare dal giro di vite sull’uso del bancomat e dalla multa di 30 euro per il negoziante che si rifiuterà di accettare un pagamento elettronico. Nel Paese del contante la svolta per smaterializzare il denaro è ormai necessità. E come ha rilevato Confesercenti, l’anno scorso i dispositivi per pagare con le carte elettroniche, i Pos, sono cresciuti del 12% rispetto al 2015. Di pari passo, è cresciuto il numero di italiani che acquista senza ricorrere alla cartamoneta. «Nel 2016 i pagamenti digitali con carta in Italia sono cresciuti del 9%, raggiungendo i 190 miliardi di euro, pari al 24% dei consumi delle famiglie italiane», spiega Alessandro Perego, direttore scientifico degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano. Letransazioni, però, non passano più solo dalla carta di credito o dal bancomat.

AVANZANO anche in Italia i pagamenti digitali più puri e virtuali, al confronto dei quali la targhetta di plastica con chip appare un reperto antidiluviano. E il telefonino è sempre più protagonista. Secondo i dati raccolti dall’osservatorio del Politecnico di Milano, l’acquisto di prodotti e servizi via smartphone, app o siti che si possono navigare anche dal display del telefono, l’anno scorso ha raggiunto in Italia un controvalore di 3,9 miliardi di euro, in aumento del 63% rispetto al denaro circolato sui medesimi canali nel 2015. Ed è una cifra destinata, per l’università milanese, a crescere fino a 7,7 miliardi di euro entro il prossimo triennio. Crescono anche pagamenti via smartphone di bollette e bollettini (115 milioni di euro), biglietti dei mezzi pubblici, ticket di sosta, taxi, car e bike sharing, per un controvalore di 90 milioni di euro. Questi servizi, osservano dal Politecnico, «hanno un valore medio della transazione molto bassa, ma una frequenza di utilizzo sempre più alta e interessante da parte degli utenti: hanno quindi il merito di abbattere progressivamente le barriere all’utilizzo del cellulare da parte degli utenti e fare da traino anche agli altri servizi», tanto che «nel 2019 il transato raddoppierà raggiungendo 1 miliardo di euro».

ANCHE la trasformazione dello smartphone nel sostituto di un Pos sta agevolando la rivoluzione digitale in Italia: nel 2016 già 85mila unità erano abilitate per ricevere transazioni. Il settore è tornato alla ribalta dopo il debutto a maggio di Apple Pay, il portafoglio digitale del gruppo di Cupertino. Tuttavia l’Italia ha espresso già sue innovazioni nel settore dei pagamenti digitali. Come la startup Satispay, che collega il portafoglio sul telefonino non alla carta di credito, bensì al conto corrente. Sempre italiana è Jiffy, nata da Sia, il gruppo di monetica che gestisce i pagamenti di grandi banche centrali e di multinazionali. Jiffy è stato il primo servizio di pagamento via telefonino da persona a persona attivo nell’area euro e, dai primi di agosto, è anche sbarcato nei negozi, a cominciare da 150 esercizi convenzionati da Intesa Sanpaolo. Jiffy ha 4,2 milioni di utenti e 120 banche italiane aderenti. L’anno scorso anche Poste Italiane ha aggiornato la sua app, consentendo funzioni di scambio di denaro tra persone attraverso lo smartphone.

NELLA COMPETIZIONE sono entrate le compagnie telefoniche. Sia Tim sia Vodafone hanno sviluppato portafogli su smartphone, che si attivano con la tecnologia nfc (near field connection). Mentre, alla fine di luglio, Paypal si è aggiunta agli strumenti di pagamento ammessi da PagoPa, il sistema che permette di pagare via internet gli uffici pubblici. Perché se il Paese deve fare un salto in avanti nell’addio al contante, il balzo più lungo tocca proprio alla pubblica amministrazione. «C’è una componente di diffidenza da parte del cittadino rispetto alla capacità della Pubblica amministrazione di realizzare servizi digitali affidabili – osserva Michele Benedetti, Direttore dell’Osservatorio e Government del Politecnico di Milano – a cui si aggiunge, secondo le ricerche della nostra università, una percepita scarsa usabilità del canale on line della Pa e la non conoscenza dell’esistenza del servizio».


Contro corrente GIOVANI SCORAGGIATI
UNA BOMBA SOCIALE

di ERNESTO PREATONI

L’ ITALIA è davvero uno strano Paese. Non a caso da anni ho portato molto lontano i miei investimenti. Il dibattito di politica economica dell’estate (e non solo) è occupato dalle pensioni. Governo e sindacati stanno discutendo animatamente sul congelamento dell’età pensionabile il cui innalzamento è previsto dalla legge Fornero. Contemporaneamente è stata approvata l’Ape che consente, a certe condizioni di lasciare il lavoro in anticipo. Per non deludere nessuno (le elezioni incalzano) si sta parlando di nuovi tagli contributivi per favorire l’occupazione giovanile. La lite riguarda i limiti d’età: bisogna dare il vantaggio a chi ha compiuto 29 anni oppure alzare l’asticella a 32 considerando che più si diventa ex giovani e più difficile è trovare un’occupazione? Nel frattempo è passato in secondo piano l’espansione record dei Neet. Si tratta dei ragazzi fra 15 e 24 anni «not in education, employment or training» . Vuol dire che non lavorano, e nemmeno si danno da fare sui libri. Una generazione paralizzata cui viene riservata un’attenzione compassionevole. In realtà rappresenta una bomba sociale. Finché a sostentarli penserà il welfare familiare, quello dei genitori che tappano le falle occupazionali dei figli grazie alla generosità perduta delle pensioni, potremo continuare ad illuderci. Poi un giorno dovremo fare i conti con la realtà. Una generazione è stata perduta inseguendo politiche di austerità imposte dall’euro. I governi italiani invece di pensare al lavoro hanno puntato su sussidi e pensioni. Hanno preferito distribuire pesci (magri per la verità) anziché investire sulle canne da pesca. Eppure è noto che il lavoro non si crea per decreto ma creando le condizioni di fiducia per spingere le imprese ad assumere. Che dire? Alcide De Gasperi sosteneva che un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista alla prossima generazione. I governi italiani hanno messo insieme l’impossibile: spendono per la generazione di ieri, i pensionati, e lasciano affondare quella di domani, i giovani.