UNA RISORSA NON SEMPRE SFRUTTATA

Ecco l’Italia che coltiva il mare
Allevamenti ittici e pesca,
c’è un’industria sulle coste

Antonio Fulvi

LIVORNO

L’ALLEVAMENTO ittico – quasi sempre orate e spigole – sta crescendo lungo le coste del Tirreno, fino ai golfi liguri davanti a Lavagna, con un insediamento storico a Orbetello, in Toscana, che sta figliando anche una grossa espansione in gabbie in mare aperto nel golfo di Follonica, poco più a nord. Per quest’ultima realtà si parla già di un centinaio di gabbie, che si aggiungono alle tante vasche della laguna, ormai arrivate a un altissimo livello di specializzazione, con ricambio continuo dell’acqua, controlli sanitari avanzati, produzione anche di avannotti e sistemi di ‘dissuasione’ per i predatori, specialmente quelli alati.

ORBETELLO ha fatto la storia dell’itticoltura: poi c’è chi, con sistemi diversi e meno intensivi ma altrettanto interessanti, sta facendo la cronaca di oggi, e forse anche la preparazione di un domani più ancora specializzato. È la cooperativa Maricoltura e ricerca che dal 1998 «coltiva il mare», come affermano orgogliosamente il giovane Giorgio Romano e il socio Fabio Giorgi, con un numero crescente di gabbie in mare totalmente aperto, per di più all’interno del parco naturale dell’arcipelago toscano. Oggi davanti all’insenatura di Porto Vecchio di Capraia – l’antico scalo delle navi romane – ci sono otto gabbie per una produzione annua di circa 300 tonnellate tra orate e spigole: una goccia nel mare totale della produzione nazionale, circa 180mila tonnellate annue tra Tirreno ed Adriatico, ma comunque una buona fetta del consumo della Toscana, dove si ferma la quasi totalità del prodotto. Anche qui, una frazione del consumo italiano, tanto che il nostro Paese deve importare prodotto dall’estero, quasi sempre sotto la voce del congelato fresco.

COLTIVARE il mare, sottolinea Giorgio Romano, era il vecchio sogno di suo padre Lorenzo, che, nato a Capraia, aveva inizialmente puntato a laurearsi in biologia. Ma aveva poi ceduto al richiamo della pesca, fino a creare lui, insieme al lucchese Fabio e al terzo socio Stefano Dini, la cooperativa. Una scommessa piena di incognite, da affrontate con spirito indomito e un po’ incosciente di chi ha acqua salata nelle vene fino ad ottenere, intorno al 2005, i primi risultati incoraggianti, grazie anche al supporto della Regione e dello storico sindaco Gaetano Guarente. Enzo e Gaetano non ci sono più, ma la cooperativa va avanti e malgrado le tante difficoltà fa anche ricerca. «Con mio padre abbiamo anche tentato di allevare saraghi e prai – ricorda Giorgio –, ma non c’era resa sufficiente. Adesso stiamo studiando un nuovo esperimento con le ombrine, che sembra rispondano bene. Ma sono tentativi da avanguardia scientifica». Insomma: c’è tanta passione. PASSIONE e problemi, problemi e passione. Per un allevamento in mezzo al mare, a 70 chilometri dalla costa, i problemi si chiamano trasporti marittimi, con il traghetto che ogni tanto ha lasciato in porto a Livorno, per il maltempo, i camion degli avannotti vivi, rischiando di decimarli; si chiamano predatori alati, con la migrazione dei cormorani e l’assalto dei gabbiani che, forti delle aree spopolate, saccheggiano le gabbie e costringono a costose coperture di stagione; si chiamano costi del trasporto del mangime, della lavorazione del pesce fresco per poterlo avviare subito ai mercati del continente. A Capraia oggi ci lavorano dieci persone. Un dettaglio: è la più grande azienda di un’isola che d’inverno mette insieme, sì e no, un centinaio di abitanti ed ha come sola ricchezza il mare.

 

Coltiviamo il futuro di DAVIDE GAETA

NORME EUROPEE
BOOMERANG SUL BIO

SE MANCASSERO esempi, ma così non è, su quanta fatica stia facendo questa Europa comune ad essere (e non solo chiamarsi) Unione Europea, il recente via libera alle nuove norme comunitarie sui prodotti biologici rappresenta un caso esemplare. La cronaca riporta che il Parlamento europeo ha approvato recentemente – con gli eurodeputati italiani che hanno votato, in massa, contro – la riforma delle regole sull’agricoltura biologica. Per capire la gravità delle decisioni intraprese, occorre ricostruire l’antefatto. È noto quanto crescente sia l’attenzione dei consumatori, non solo europei, per questa filiera, che raccoglie sempre più preferenze negli acquisti. La sua prima regolamentazione comunitaria risale al 1991 ma, via via, si sono susseguite varie revisioni della norma con l’intento di garantire sempre più il consumatore rispetto a ciò che acquista. Ebbene, il tema del regolamento portato alla votazione del Parlamento riguarda, fra le altre disposizioni, le soglie dei fitofarmaci consentiti per i cibi di origine extra-europea. Nella nuova norma è stato stabilito che, rispetto ai tanti prodotti alimentari che l’Unione Europea importa, gli alimenti bio provenienti da Paesi terzi debbano rispettare gli standard europei e non, semplicemente, standard equivalenti. Attenzione: dove sta l’inghippo? Il tema del contendere sono, appunto, le soglie di fitofarmaci presenti negli alimenti o meglio, più specificatamente, le deroghe concesse ai Paesi extra europei. Allo stato di questa norma, i Paesi, come l’Italia, che sono più rigorosi nella tutela dei propri cittadini prevedendo livelli di soglie di fitofarmaci impiegati molto restrittive, possono continuare a mantenerle, ma non bloccare i prodotti provenienti da Paesi senza soglia o più tolleranti nei livelli delle stessa. Infatti, il rispetto di standard equivalenti (ma non uguali) a quelli europei continuerà a valere, ad esempio, per gli accordi commerciali bilaterali.

COSÌ I PAESI che, come l’Italia, sono i più virtuosi nelle regole di soglia per la tutela e certificazione degli alimenti consumati, potranno continuare a farlo, ma non impedire la commercializzazione nel proprio mercato di prodotti provenienti da altri Paesi europei che si comportano diversamente e che, perciò, possono consentire l’ingresso dai Paesi terzi di alimenti meno virtuosi. Quindi, di fatto, si potrebbero verificare triangolazioni commerciali di prodotti importati che, essendo ammessi da un Paese membro, per il principio del mercato unico europeo, potranno circolare in Italia anche se la nostra legislazione è più restrittiva. Insomma, il nuovo regolamento, consentendo agli Stati membri di mantenere in vigore differenze sensibili tra soglie più e meno restrittive per i residui di fitofarmaci, potrebbe portare alla banalizzazione del marchio di certificazione biologica, rischiando di perdere distinzione tra agricoltura bio e convenzionale. Il regolamento in realtà, se sarà formalmente approvato dal Consiglio Ue, entrerà in vigore dal 1° gennaio 2021. Non tutto è perduto dunque: se vi fosse una forte e univoca levata di scudi di tutte le categorie sociali coinvolte. Ma per questo ci vuole coesione. Appunto.

Davide.gaeta@univr.it

Di |2018-10-02T09:24:35+00:0023/04/2018|Focus Agroalimentare|