Boom del biologico, l’Italia è leader
Il giro d’affari sale a quota 5 miliardi
Ma cresce anche il numero delle truffe

BOLOGNA

BIO-BOOM. L’Italia è prima in Europa come superfici coltivate a biologico (1,8 milioni di ettari) e numeri di operatori del settore (oltre 72mila), una crescita del 20,3% rispetto al 2015. Il giro d’affari tocca i 5 miliardi di euro, così divisi: poco più di 3 per il mercato interno e quasi 2 destinati all’export (il 5% del totale dell’agroalimentare made in Italy). Cifre che raccontano di un comparto in forte salute – grazie anche all’attenzione al benessere e alle ‘mode’ salutiste che si stanno affermando sempre di più nel nostro Paese – e che può rappresentare il futuro dell’agricoltura italiana. Ne è convinta Federbio, l’associazione che riunisce la gran parte degli attori della filiera, che sottolinea come il settore abbia contribuito in modo determinante alla ripresa dei consumi. «Dal 2008 c’è una crescita a due cifre, unici in controtendenza nella fase più difficile della crisi – esordisce Paolo Carnemolla, presidente di Federbio -. Nel 2016 l’aumento del biologico ha inciso per il 40% su quello complessivo dell’alimentare, di fatto, teniamo in piedi il settore, nonostante siamo ‘solo’ il 3,5% delle vendite complessive». Un trend che balza all’occhio guardando gli scaffali dei supermercati: le linee e i prodotti bio si moltiplicano a tutti i livelli, dal discount alle catene più conosciute. Le possibilità di acquisto non mancano, i consumi occasionali aumentano. Il profilo del consumatore abituale è quello di «coppie mediamente giovani con figli, reddito medio-alto e istruzione elevata. Poi ci sono nuovi consumatori – continua Carnemolla – come i neopensionati attorno ai 60 anni, che hanno una disponibilità economica discreta e che sono molto attenti al benessere». La concentrazione di queste tipologie è nelle aree del Nord, compresa l’Emilia Romagna. Negli ultimi anni, però, il consumo è cresciuto anche nel centro-sud, dove i prodotti sono meno presenti nelle catene della grande distribuzione, ma la voglia di acquisto non manca. Del resto, le prime tre regioni per numero di produttori sono la Calabria, la Sicilia e la Puglia.

OVVIAMENTE c’è anche un rovescio della medaglia del bio-boom. Una crescita così elevata di superfici e operatori ha necessità di un controllo capillare sul territorio, per verificare che le produzioni biologiche siano veramente tali. I fondi Ue destinati a chi coltiva senza diserbanti né pesticidi fanno gola a molti. Nell’ultimo blitz della Guardia di finanza, nel Ragusano, è stata scoperta una truffa bio costata 8 milioni di euro in tre anni ai consumatori. Attualmente, l’autorità che è demandata al controllo è l’Ispettorato centrale della tutela della qualità e della repressione frodi.

MA SECONDO Federbio «c’è bisogno di un cambio di passo – insiste Carnemolla -. La preoccupazione c’è, l’aumento di nuove aziende sta mettendo il sistema di certificazione in affanno e l’attuale coordinamento tra autorità centrale e Regioni funziona solo in alcuni territori. Noi caldeggiamo l’affidamento dei controlli al nuovo Comando che ha incluso le guardie forestali nell’Arma dei Carabinieri. Avrebbe la presenza sul territorio necessaria ai controlli». Poi c’è il Testo unico sull’agricoltura biologica del governo che «tocca alcuni aspetti regolatori, dal conflitto di interesse alle sanzioni, che sono necessari: bisogna lavorare affinché siano realmente efficaci e non si risolvano solo in un costo per le aziende – osserva il presidente di Federbio -, ma ci auguriamo che non sia stravolto dall’iter parlamentare, per noi è una riforma essenziale». Tanto più dopo il voto di Bruxelles sull’uso del glifosato, con il governo tedesco che ha ‘smentito’ il suo rappresentante per l’Agricoltura, decisivo per l’ok alla proroga di cinque anni che questo diserbante ha ottenuto, nonostante sia ritenuto potenzialmente cancerogeno da più parti. «Una vicenda imbarazzante, sulla quale chiederemo il riesame del voto – taglia corto Carnemolla -, usare questi prodotti è ormai una battaglia persa: io sono un agronomo, quando iniziai a studiare dicevano che il glifosato era sicuro, invece chiunque si faccia un’analisi delle urine ne trova traccia. Più si resiste su queste cose, più i cittadini si allontanano dall’Europa, bene che i ministri del nostro governo abbiano mantenuto il loro ‘no’».


La vocazione di EcorNaturaSì
«L’agricoltura biologica è il futuro
Apriremo nuovi negozi nel 2018»

VERONA

PARTENDO da una filosofia imprenditoriale ben precisa, ma da sviluppare – la diffusione e la vendita di prodotti esclusivamente biologici –, Ecor NaturaSì è diventata una realtà di riferimento. Oggi il gruppo vanta un fatturato consolidato di 368 milioni di euro. Sono 250 i supermercati affiliati NaturaSì, altrettanti i negozi associati Cuorebio, oltre 1.200 i dipendenti. Con una sede commerciale e logistica a San Vendemiano, in provincia di Treviso, e la sede legale a Verona insieme all’ufficio acquisti, il gruppo si è specializzato nell’intero processo produttivo e distributivo servendo un migliaio di punti vendita specializzati in tutta Italia. «In questo momento – dice il direttore generale Roberto Zanoni – ci stiamo concentrando su nuove aperture mirate, o nei centri cittadini con negozi non di grandi dimensioni, o in vie commerciali con punti vendita di 400-500 metri quadri e con bistrot all’interno. Saranno una decina le aperture nel 2018: un paio a Roma, altre in città di medie dimensioni, mentre a Milano abbiamo acquisito due negozi esistenti, uno dei quali è il primo biologico italiano, il Girasole. L’obiettivo è consolidarci e crescere». Anche all’estero. «Stiamo lavorando sull’internazionalizzazione. Abbiamo acquisito un’azienda in Polonia con 40 punti vendita, siamo in Bulgaria, in Slovenia e in Spagna: quest’ultimo sarà un mercato sul quale punteremo».

ECOR NATURASÌ è nata nel 2009 dalla fusione di Ecor, il maggior distributore all’ingrosso di prodotti biologici e biodinamici nel comparto specializzato, e NaturaSì, il brand dei supermercati bio. «Siamo nati da un’esperienza di quasi trent’anni nel mondo dell’agricoltura biologica e biodinamica», dice il direttore generale. «Favoriamo lo sviluppo dell’agricoltura bio, intesa come metodo agricolo che nutre il terreno, che tutela l’ambiente e la biodiversità, e che assicura lavoro anche ai piccoli produttori offrendo prodotti sani e di qualità per l’uomo. La componente valoriale resta fondamentale per noi. Siamo intermediari tra produttori e consumatori». Sono quattro le aziende agricole biodinamiche che prendono parte direttamente alla mission di Ecor NaturaSì: la San Michele di Manzana di Conegliano (Treviso), la Fattoria Di Vaira di Petacciato (Campobasso), Cascine Orsine di Bereguardo (Pavia) e La Raia di Novi Ligure (Alessandria). Con i produttori, l’azienda stabilisce un percorso di collaborazione: un team composto da 10 agronomi e 16 addetti all’ufficio assicurazione qualità affianca i fornitori per definire le caratteristiche e gli standard del prodotto più idonei.  Perché il biologico, per Ecor NaturaSì, è il presente e il futuro. «L’Italia è il secondo produttore europeo dopo la Spagna ed è un grande esportatore. I terreni bio – spiega Zanoni – sono il 14,5%. Negli ultimi anni c’è stato anche un forte aumento dei consumi, il trend continuerà. L’agricoltura convenzionale ha fallito, ha portato inquinamento e problematiche per la salute innanzitutto per gli agricoltori. Mentre noi abbiamo ingerito pesticidi…». E allora «riteniamo non sia giusto che gli agricoltori biologici paghino la certificazione. Deve pagare chi inquina». Ecor NaturaSì vuole essere protagonista di una svolta epocale. «Siamo convinti che il biologico non sia un semplice ritorno al passato ma, grazie anche alla ricerca, l’alternativa per il futuro dell’agricoltura mondiale».

Carni bio di pollo e tacchino
Fileni, i precursori del settore

JESI (Ancona)

PRIMA azienda agroalimentare delle Marche, terzo player nazionale nel settore delle carni avicole, da 17 anni Fileni ha compiuto una scelta coraggiosa e lungimirante, puntando sull’allevamento biologico. Proprio il biologico oggi è un valore aggiunto, con numeri in crescita. E Fileni recita un ruolo da protagonista. Gli animali allevati dall’azienda con metodo bio si nutrono di mangime vegetale biologico (proveniente dal mangimificio del Gruppo Fileni, inaugurato nel 2014 a Jesi). «Questo tipo di allevamento – spiega l’azienda – è concepito per soddisfare al meglio le esigenze legate al benessere animale, garantendo temperatura idonea, cibo e acqua sempre disponibili, spazi aperti a cui accedere senza limitazioni, un opportuno numero di ore di buio. La crescita più lenta rispetto a quella della filiera convenzionale è elemento fondamentale per assicurare carni ancora più ricche di nutrienti». I polli vengono allevati per almeno 81 giorni, i tacchini per 100 (femmine) e 120 (maschi). La gamma completa di prodotti Fileni Bio risponde alle esigenze di chi vuole mangiare biologico.