UN VANTO TRICOLORE IN TAVOLA

Salumi, l’export riprende quota
Alla conquista di nuovi mercati
La minaccia dei dazi di Trump

MILANO

NELL’ANNO che ha segnato un record storico per le esportazioni dell’agroalimentare italiano – oltre 41 miliardi di euro (+7% sul 2016) –, carni e salumi hanno giocato un ruolo da protagonista. L’analisi più accurata dei dati è quella fatta da Assica, l’associazione dei produttori legata a Confindustria, che certifica come, nei primi sei mesi del 2017, siano stati inviate 85.137 tonnellate di carni e salumi (+6,3%), per un fatturato di 718,9 milioni di euro (+10,7%). Un risultato trainato dalle richieste dei Paesi comunitari, ma anche dalle buone performance di mercati come quello statunitense, che l’anno precedente aveva subito una flessione. All’interno dell’Unione europea, spicca la performance verso il Regno Unito che, grazie a un +14,2% in quantità per 7.989 tonnellate e a un +11,2% in valore per 82,7 milioni di euro, ha consolidato la propria terza posizione fra i mercati di riferimento per i nostri salumi.

SIGNIFICATIVA crescita anche per le spedizioni verso la Francia, che, con un +5,4% per 16.141 tonnellate e +9,9% per oltre 130 milioni di euro, è divenuta prima piazza di destinazione fra i partner comunitari in termini di volumi, pur rimanendo al secondo posto, dietro alla Germania, con riferimento ai fatturati. Tonico anche l’export verso la Germania: +5,7% per 16.076 tonnellate e +13,1% per quasi 154 milioni di euro, trainato dalla domanda di pancette, salami e prosciutti cotti. Buoni anche i numeri verso la Spagna, che ha visto i salumi tricolore confermare il trend crescente degli ultimi due anni e salire a circa 6.123 tonnellate (+4,6%) per circa 23,4 milioni (+14,1%).

FUORI dal Vecchio Continente, da gennaio a giugno 2017, sono state spedite 15.517 tonnellate di salumi (+9,4%) per un valore di 154 milioni di euro (+12,2%). Il principale partner commerciale fuori dalla Ue restano gli Stati Uniti, con 4mila tonnellate di salumi (+8,1%) per un valore di 48,3 milioni di euro (+8,8%), un buon risultato dopo quello, deludente, del 2016. A dare slancio alla crescita del nostro export sul mercato statunitense sono stati i risultati di salami e insaccati cotti, mentre sono apparsi stabili i prosciutti crudi stagionati: si tenga presente che, solo nel 2015, l’America ha riaperto le porte alle importazioni di salumi made in Italy, grazie al lavoro diplomatico del Ministero delle Politiche agricole. Il timore maggiore è che i dazi minacciati da Trump da circa un anno, e che sono stati già applicati in questi giorni su prodotti come l’acciaio e l’alluminio, possano incidere anche su carne e salumi italiani. In compenso, va molto bene il Canada: nel 2017 (12 mesi) si è registrato un incremento delle esportazioni pari al 37% in quantità e al 39% in valore (per 34 milioni di dollari), grazie soprattutto ai buoni risultati di salami (+77%) e prosciutti crudi (+29%).

OTTIMA la performance verso il Giappone, che con circa 2.136 tonnellate (+21,7%) per 20,6 milioni di euro (+19%) nei primi 6 mesi 2017 si è confermato terzo mercato di destinazione per i nostri salumi. A trainare la crescita dei nostri prodotti nel mercato del Sol levante sono stati prosciutti crudi e pancette. La diplomazia, poi, ha permesso il via libera alle importazioni in Giappone di carne bovina, dopo uno stop che durava dal 2001 a seguito del morbo della ‘mucca pazza’.

L’uomo è ciò che mangia
di DAVIDE GAETA

IL VOTO ANTI EUROPA DELL’AGRIBUSINESS

IL DIBATTITO sull’esito elettorale, così come sulle ipotesi di governabilità del Paese, è in corso e ovviamente non include, se non marginalmente, considerazioni connesse alla politica agricola. Eppure può essere interessante capire se il settore agricolo abbia avuto una qualche relazione, se non influenza, nelle decisioni di voto di molti italiani, anche se non direttamente legati alle problematiche del comparto. Anche l’analisi del voto di un settore economico come l’agribusiness può essere utile per cogliere gli umori del Paese. Forse stupirà ma molti dei temi che appartengono a questo sistema economico, pur rappresentando una ridotta componente, sembrano essere di grande aiuto nel tentare di capire cosa ha portato a votare gli italiani.

IL TEMA anti-europeista, per esempio, è un forte segnale che emerge dal voto. E non si può negare che nell’approccio emozionale che caratterizza sempre più gli appuntamenti elettorali, non solo italiani, la polarizzazione sull’Europa che non funziona è stata evidente. Ebbene è a tutti noto che la politica agricola è il cuore della politica europea, sia perché è stata la prima e per tanti anni la principale voce del bilancio, sia perché è stata il collante dell’Unione Europea. Cosa emerge dunque dalla diffusa protesta antieuropeista? Si potrebbe osservare che un tema forte su cui il dibattito pre-elettorale ha insistito è stato il ricupero di una sorta di «orgoglio nazionale» da esprimersi attraverso una maggiore (o nuova) rappresentatività nelle stanze alte di Bruxelles, dove spesso si parla tedesco, francese, olandese o danese. Di fatto il tema cosiddetto antieuropeista ha diverse nature di dissenso al suo interno prima fra tutti la cosiddetta eurocrazia, ossia l’immagine distante e rigida del funzionario di Bruxelles rispetto al mondo reale ed animato da un’idea di ipertrofia normativa che regoli l’Unione. Proprio il mondo agro-alimentare lamenta a gran voce questo eccesso di burocrazia che ha trasformato l’attività dell’agricoltore in un compilatore di moduli e dichiarazioni. Allo stesso modo, nel cosiddetto dissenso antieuropeista, si legge un tema di perduta competitività del nostro sistema economico sia dovuto all’ingresso nell’euro sia per non aver saputo difendere le barriere europee dall’invasione commerciale di alcune aree del globo. Restando in tema di presunte o reali invasioni è evidente che un altro tema del voto riguarda il lavoro e l’immigrazione; di nuovo il caso dell’agricoltura è di scuola. Nelle campagne il lavoro irregolare supera il 18 per cento e la forza lavoro è in larga parte costituita da manodopera extracomunitaria. I dati dicono che sia in aumento in tutta Italia, anche perché il settore necessita di occupazione spesso concentrata in determinati periodi dell’anno, come per esempio la raccolta. Legato al tema del lavoro in agricoltura vi è inoltre il problema del caporalato che spesso ne ottiene i principali profitti. Questo acuisce, in molte aree del Paese, la questione dell’integrazione, presupposto per lo sviluppo del territorio. Lavoro, immigrazione, sovranità nazionale, semplificazione dalla burocrazia; sembra dunque di ritrovare molti temi che hanno acceso il dibattito elettorale. Davide.gaeta@univr.it

 

Di | 2018-05-14T13:14:08+00:00 12/03/2018|Focus Agroalimentare|