Il Paese più ricco nel club
del patrimonio Unesco
«Non diamo valore venale

ai nostri siti eccezionali»

Olga Mugnaini

FIRENZE

CHI HA assaggiato la vera pizza napoletana capisce perché recentemente l’Unesco abbia deciso di iscrivere questo tesoro d’Italia nell’elenco dell’Unesco, definendolo patrimonio dell’umanità, anche se bene immateriale. Perché in effetti, non c’è concorrenza. E infatti, sia nel caso di siti e città, o immateriali come l’arte dei maestri pizzaioli, uno dei requisiti per aspirare al «blasone» è proprio l’eccezionalità. In questo campo il Belpaese continua a non avere rivali, svettando in testa a tutti i 108 Paesi rappresentanti dall’Unesco. Con 53 località, siamo ancora la nazione con il più alto numero di siti riconosciuto, davanti alla Cina con 52. Ma quanto vale questo «bollino» blu? Che vantaggi porta ai singoli territori e quali obblighi derivano da questo titolo? Ci sono finanziamenti a cui si può attingere per la manutenzione o valorizzazione? «Assolutamente no, anzi ci sono investimenti da fare e parametri da rispettare, ma il ritorno è immenso», spiega Carlo Francini, coordinatore scientifico dell’associazione Beni italiani patrimonio mondiale Unesco e referente per il sito Centro Storico di Firenze. «Per come va il mondo, un paese come il nostro dovrebbe puntare sempre di più sul cosiddetto Soft power – prosegue Francini – quel “potere morbido” o “potere dolce” che deriva proprio da risorse intangibili quali la cultura, capaci di fare la differenza specialmente nelle relazioni internazionali». In passato non è che l’Italia abbia sfruttato poi troppo questa pagella di bellezza e cultura, ma in effetti le cose cominciano a cambiare. E anche se qualche volta abbiamo zoppicato, non abbiamo mai perso un riconoscimento Unesco.

DAL PRIMO del 1979 con le Incisioni rupestri della Val Camonica, all’ultimo di quest’anno con le Opere di difesa veneziane tra XVI e XVII secolo, i nostri siti sono rimasti tutti nell’elenco del patrimonio dell’umanità da difendere. Cosa che non è successo invece alla Germania, che di solito sembra più brava e precisa di noi, ma che invece si è fatta ‘beccare’ su Dresda: «Nel 2009 la bella città sull’Elba venne cancellata dall’elenco – racconta Francini –. Ricordo che la decisione arrivò durante un incontro a Siviglia, con grande imbarazzo della Germania che si ritrovò con questo verdetto dopo una votazione a scrutinio segreto. Fu una bella lezione, perché da allora i tedeschi si sono messi a lavorare e hanno investito moltissimo, arrivando a 42 siti». PRIMA di essere declassati, ci sono avvertimenti e ammonizioni. Ma poi, se non si garantisce la tutela di quelle caratteristiche che hanno portato al riconoscimento di patrimonio dell’umanità, allora si perde il titolo. E difficilmente si recupera. Non c’è dubbio che i riconoscimenti Unesco siano linfa vitale soprattutto per chi, come l’Italia, vede sempre di più il turismo come una locomotiva della propria economia. Se realtà come Firenze, Venezia o Napoli possono comunque trovare una loro visibilità, diverso è invece il discorso per il Castel del Monte in Puglia, sito Unesco dal 1996, fantastico quanto scarsamente conosciuto oltre confine. Lo stesso si può dire per Orto botanico di Padova (1997), o il Duomo, Torre Civica e piazza Grande di Modena (1997). Ed ecco che diventare bandiera Unesco può fare la differenza. «Non esiste un preciso valore venale della World Heritage List – conclude Francini –. Diciamo che dipende dalla capacità di ogni territorio nel valorizzare le proprie bellezze, dal saper raccontare di essere custodi di un bene unico. Perché questa è la prerogativa per diventare un bene Unesco: essere eccezionali, nel senso vero del termine».

E A SCORRERE l’elenco delle nostre meraviglie, in effetti sono tutte vere rarità. Fra i beni immateriali, prima della pizza ha destato stupore e ammirazione l’Opera dei pupi (iscritta nel 2008), il Canto a tenore (2008), la Dieta mediterranea (2010) l’Arte del violino a Cremona (2012), le macchine a spalla per la processione (2013) e la vite ad alberello di Pantelleria (2014) e la Falconeria. Insomma, accanto all’arte compaiono sempre più prodotti del nostro agroalimentare, per la gioia dell’intero universo del Made in Italy. Per quanto riguarda i siti storicoartistici, la regione con il più alto numero di luoghi protetti è la Lombardia con ben 10 località. Tra i territori più suggestivi da ricordare inoltre Ferrara e il suo Delta del Po, Piazza del Duomo di Pisa, le città tardo barocche del Val di Noto, il paesaggio vitivinicolo del Piemonte, Mantova e Sabbioneta, Assisi con la Basilica di San Francesco, l’area archeologica di Agrigento, le Strade Nuove e i Palazzi dei Rolli, i Sacri Monti di Piemonte e Lombardia, Vicenza e le Ville del Palladio, le Residenze della Casa Reale di Savoia, le ville e giardini medicei in Toscana.

IL DENARO NON DORME MAI di GIUSEPPE TURANI
SPLENDE IL SOLE SUL NUOVO ANNO
LA NUBE GRILLO

GLI ESPERTI della casa di investimenti Franklin Templeton sono sempre ottimisti, ma questa volta forse non sbagliano. Intanto spiegano che nel 2018 finirà la lunga stagione (dieci anni) in cui le banche centrali hanno dovuto sostenere le principali economie mondiali. Tutte e quattro le più importanti banche centrali hanno già cominciato (sia pure con ritmi e tempi diversi) a ridurre la politica monetaria accomodante e a far salire i tassi. Nonostante questo, si può rimanere positivi, e per una serie di ragioni. Eccole: Il 2017 è stato un anno di economia molto buona, con forte crescita e bassa inflazione. Il 2018 non dovrebbe essere molto diverso. I mercati hanno già assorbito l’idea della politica monetaria meno accomodante e non sono affatto spaventati. Anche l’economia europea corre abbastanza bene e sembra essere molto solida. Dopo la tempesta della Brexit, lo scenario politico europeo, secondo gli esperti di Templeton, dovrebbe puntare decisamente sul tranquillo. Prevedono un’attenuazione delle spinte indipendentiste della Catalogna, ma sono anche convinti che in Italia non ci sarà alcun governo populista, soprattutto dopo i cambiamenti della legge elettorale. D’altra parte gli stessi esperti avevano già spiegato che, anche con un governo populista il controllo di Bruxelles sarebbe stato talmente stretto che non sarebbe successo niente. Adesso, correggono un po’ il tiro e dicono che i grillini non andranno al potere.

MA SI DICHIARANO anche convinti che il positivo trend di Borsa che abbiamo visto nel 2017 possa ancora continuare, in particolare in Europa. Tanto ottimismo ha una spiegazione. Secondo i risultati di una ricerca a settembre del 2017 gli utili delle società europee risultavano poco al di sopra della metà rispetto a quelli di prima della crisi. Ci sono quindi grandi margini di recupero. Insomma, ottimismo a piene mani. La crescita continua, le banche centrali un po’ si defilano, le economie corrono da sole e i profitti delle aziende quotate dovrebbero salire verso l’alto e hanno un buon tratto di strada da percorrere. Tutto bene. L’unico ostacolo potrebbe venire da una non prevedibile (da Templeton) vittoria grillina nelle elezioni di primavera prossima. Per il resto viviamo, se non nel migliore dei mondi possibili, in un buon mondo.