Ubi pronta al cambio di governance
Dopo le fusioni stop ai doppi vertici
All’orizzonte un incrocio con Mps

Camilla Cresci

MILANO

DOPO IL SALVATAGGIO delle tre good bank Ubi è entrata in una fase che i tecnici chiamano di consolidamento. Malgrado le apparenze però il gruppo lombardo nato nel 2007 all’ombra di Giovanni Bazoli è in una situazione tutt’altro che statica. In questi ultimi mesi dell’anno infatti il consigliere delegato Victor Massiah e i suoi più stretti collaboratori hanno dossier molto importanti sulla scrivania. A partire dal cambio di governance che dovrebbe essere annunciato entro la fine dell’anno e arrivare in assemblea tra aprile e maggio.

UBI È RIMASTA l’ultima banca italiana con il sistema di governance duale, il marchingegno introdotto in Italia a metà del decennio scorso a imitazione (a detta di molti non riuscita) delle imprese tedesche. L’idea di fondo del duale è separare proprietà e gestione per consentire ai dirigenti di lavorare in piena autonomia. Più prosaicamente la versione italica è stata un escamotage per duplicare le poltrone disponibili durante la stagione delle fusioni, insomma un’elegante evoluzione del manuale Cencelli. Lo dimostra il fatto che, assorbite le spinte campanilistiche, il modello è tornato senza rimpianti nel cassetto. Così per prima ha fatto Mediobanca dove la nuova governance era stata disegnata su misura per Cesare Geronzi, poi trasmigrato in Generali. Così ha fatto Intesa Sanpaolo, convertendosi al monistico sotto la vigile regia del professor Bazoli.

IL DOPPIO consiglio della Popolare di Milano, costruito a tavolino da Bankitalia per commissariare i sindacati interni, si è invece sciolto dentro il nuovo gruppo Banco Bpm. Ora tocca a Ubi che, peraltro, già due anni fa ha detto addio alla forma cooperativa. Anche a Brescia insomma i tempi sono maturi per archiviare una dispendiosa forma di governance che, a detta degli insider, è più che altro servita per ammansire la fronda bergamasca. L’altro fronte aperto è quello del credito deteriorato. Finora Ubi ha avuto un approccio molto prudente al tema: poche e discretissime cessioni e molta gestione interna. Si vedrà se, anche alla luce dell’addendum Bce, i ratio del gruppo si riveleranno sufficienti per sostenere questa strategia. Oggi infatti Ubi ha un livello di copertura delle sofferenze al 58,8% contro, ad esempio, il 66,5% di Unicredit, giudicato da molti come la nuova asticella del mercato. È pur vero che gli npl non sono titoli cartolari e quindi non hanno un prezzo standard visto che il loro valore dipendente dalle caratteristiche intrinseche del portafoglio. Di certo Massiah monitorerà con attenzione il tema, in stretto contatto con l’autorità di vigilanza. Il terzo fronte è quello delle aggregazioni. Ubi sta ancora digerendo Etruria, BancaMarche e Carichieti, il cui percorso di integrazione si concluderà all’inizio del 2018.

MA IN UN periodo di profonda trasformazione per il settore è possibile che il gruppo si faccia tentare da qualche nuova operazione. Se le prede di piccola taglia non mancherebbero, la madre di tutte le battaglie potrebbe però essere l’acquisto del Montepaschi dal Tesoro. Massiah ha già guardato più volte il dossier della banca senese e non ne è mai rimasto conquistato. In molti però ritengono che prima o poi le strade di Ubi e del Monte si incontreranno.


Creval Caccia ai soci forti per l’aumento da 700 milioni

MILANO

ARROCCATO nelle valli alpine, finora è rimasto ai margini delle cronache finanziarie. Ma l’annuncio improvviso dell’aumento di capitale da 700 milioni ha portato il Credito Valtellinese sotto i riflettori del mercato. La banca presieduta da Miro Fiordi e guidata da Mauro Selvetti ha messo in cantiere un’ambiziosa manovra patrimoniale che servirà per pulire l’attivo e ridurre il costo del credito nei prossimi anni. Una manovra non inedita visto che iniziative simili sono state prese nell’ultimo anno da Unicredit, Mps e Carige con esiti diversi. Il Creval, ex banca popolare trasformata in spa da un anno, ha sofferto a lungo di una cattiva qualità del portafoglio crediti, figlia non solo della crisi economica ma anche della forte espansione territoriale del passato. L’istituto comprò infatti il Credito Artigiano, il Credito Siciliano e la marchigiana CariFano, mostrandosi assai più aggressivo della vicina-rivale Popolare di Sondrio, sempre cresciuta per lo più per linee interne con un forte radicamento sulla Lombardia. DOPO ALCUNE iniziative prese negli ultimi mesi per ridurre il profilo di rischio, ora la banca ha scelto di proporre il mercato una scommessa sulla sua ristrutturazione industriale. Una scommessa però accolta con grande freddezza degli investitori. Non solo perché l’importo richiesto ai soci è oltre quattro volte l’attuale valore di borsa, ma anche perché l’assenza di soci forti rende incerto l’esito dell’operazione. In questo è evidente la differenza con Carige che nei giorni si è salvata per il rotto della cuffia grazie all’impegno di Vittorio Malacalza. L’advisor Mediobanca sta già sondando i mercati alla ricerca di investitori ma, nonostante lo sconto implicito nell’operazione, l’esito è tutt’altro che scontato. Lo scenario ha riacceso i rumor su una possibile aggregazione della banca valtellinese, candidata negli ultimi anni a molti matrimoni ma rimasta finora nubile. Ancora una volta però l’incastro non è semplice. La Popolare di Sondrio, candidata naturale a una fusione, non ne vuole sapere e ribadisce con forza la scelta dell’autonomia. Bper Banca guarda ormai ad altri lidi, sotto la regia del primo socio Unipol. Intesa e Ubi Banca hanno già fatto la loro parte nella partita dei salvataggi. Il destino del Creval appare dunque incerto. Un’incertezza che potrebbe alimentare nuove speculazioni sulla tenuta delle piccole banche italiane.

Camilla Cresci