Le due Popolari in mezzo al guado
Creval guarda a Sondrio dopo la crisi
Bari, una coop tra Borsino e inchieste

Camilla Cresci

MILANO

TRA LE MOLTE incertezze che pendono sul sistema bancario c’è anche quella relativa al futuro delle banche popolari. Dopo la riforma del governo Renzi, che nel gennaio 2015 ha imposto la trasformazione in spa ai primi dieci istituti cooperativi, alla fine del 2016 il colpo di coda del Consiglio di Stato ha congelato il processo. Se la gran parte degli istituti coinvolti aveva ormai compiuto la storica svolta, le popolari di Sondrio e di Bari restano nel limbo. Le due banche, diversissime per storia, hanno conservato il voto capitario e attendono ora il responso della Corte costituzionale. Responso che, come sempre accade in Italia, arriverà con tempi di tutto comodo. Per l’istituto valtellinese l’incertezza non sta creando particolari contraccolpi. La cooperativa è uno dei pesi medi del listino bancario con una capitalizzazione di 1,4 miliardi che proietta un multiplo prezzo/patrimonio netto di 0,5, in linea con le altre banche commerciali. Gli indicatori di bilancio certificano un’attenzione all’efficienza operativa, un livello di sofferenze sotto controllo e un costo del credito allo 0,68%.

COOPERATIVA O SPA insomma, la Sondrio appare una banca solida. Una situazione per il momento diversa da quella del vicino/rivale di sempre, cioé il Credito Valtellinese che ha appena annunciato un maxi aumento di capitale da 700 milioni. La banca presieduta da Miro Fiordi ha abbassato a fine giugno l’npl ratio netto dal 7,3% al 3,6%, determinando però una crescita del costo del rischio al 3,48% e una discesa del coefficiente di capitale al 10,5%: la pulizia dell’attivo richiederà ora una delicata manovra di rafforzamento patrimoniale. E la Borsa ha punito sonoramente l’operazione. In Valtellina le difficoltà del Creval hanno riportato in auge l’ipotesi di una fusione con la Popolare di Sondrio, finora orgogliosamente autonoma nello scacchiere bancario. Si vedrà se questa volta il dossier mieterà maggiori consensi tra gli stakeholder.

TUTTA DA DECIFRARE è invece la situazione della Popolare di Bari. Pur restando una cooperativa, l’istituto saldamente governato dalla famiglia Jacobini ha fatto qualche apertura alle ragioni del mercato. Ad esempio ammettendo le azioni a un borsino chiamato HI-Mtf, dove sono negoziati i titoli di altre piccole banche non quotate. La mossa, stimolata da Consob, non è stata esente da polemiche visto che quel mercato ha bassa liquidità e vendere è difficile. Va da sé che l’attenzione del regolatore è alta, specie dopo i precedenti delle due banche venete dove gli azionisti hanno bruciato quasi la totalità dei propri investimenti. A Bari le orecchie sono dritte anche per una seconda ragione: ad agosto si è avuta notizia di un’inchiesta che la procura locale starebbe conducendo su ipotesi di reato di associazione per delinquere, ostacolo all’attività di vigilanza, falso nel prospetto informativo, maltrattamenti ed estorsione. Nel registro degli indagati sarebbero finiti tra gli altri il presidente Marco Jacobini, l’ex direttore generale Vincenzo De Bustis, ex amministratore delegato di Mps e Deutsche Bank Italia, i due figli di Jacobini, Gianluca e Luigi (rispettivamente condirettore generale e vice). Difficile prevedere gli esiti ma certo, se ci sarà un’apertura al mercato, gli investitori chiederanno certezze e trasparenza.


Carige Soci forti e consorzio, accordo contro il crac

L’ENNESIMA banca pericolante è stata provvisoriamente messa in sicurezza. Dopodomani partirà l’aumento di capitale da 560 milioni (prezzo di emissione 1 centesimo per azione) che terminerà il 6 dicembre. Sull’esito dell’operazione si respira ora maggiore ottimismo visto che gli azionisti di peso hanno firmato impegni precisi per sottoscrivere pro-quota e, nel caso di Malacalza Investimenti e Gabriele Volpi, persino per aumentare la partecipazione. Credit Suisse, Deutsche Bank, Barclays ed Equita garantiranno l’inoptato. Anche se l’operazione avrà successo, basterà a condurre Carige fuori dal guado? Due numeri. La famiglia Malacalza per l’operazione è pronta a mettere sul piatto altri 150 milioni dopo i 260 già investiti (e in gran parte bruciati) negli anni scorsi. Al fianco degli imprenditori piacentini si sono schierati i soci Gabriele Volpi e Aldo Spinelli, ma anche gli ex obbligazionisti Intesa Sanpaolo, Unipol e Generali che dovrebbero garantire qualche decina di milioni. Senza dimenticare l’intervento del Credito Fondiario, pronto a entrare nel capitale con una piccola ma decisiva partecipazione. Sull’inoptato potrebbero poi intervenire soggetti esterni come i fondi di investimento che negli ultimi mesi hanno messo sotto la lente il dossier. I tasselli del complicato puzzle sono andati a posto sotto la paziente regia dell’ad Paolo Fiorentino che negli ultimi giorni ha lavorato intensamente con le banche del consorzio di garanzia e con gli azionisti, ricucendo gli strappi che si erano creati in consiglio. Il salvataggio in extremis di Carige va in controtendenza con quanto visto nei casi Mps, Popolare di Vicenza e Veneto Banca dove i tentativi di mettere in atto una soluzione privata sono falliti aprendo il passo all’intervento pubblico.

IL SEGNALE è senza dubbio positivo per un settore che negli ultimi giorni era finito di nuovo nel mirino della speculazione. L’ottimismo però deve essere cauto. Non solo perché negli ultimi 10 anni la stessa Carige ha già chiesto oltre tre miliardi ai soci senza mai uscire dalle sabbie mobili. Ma anche perché il quadro generale resta complicato. Dal primo gennaio potrebbero entrare in vigore le nuove regole di Bce sulla contabilizzazione dei crediti deteriorati. Regole che potrebbero determinare nuovi aumenti di capitale per gli istituti più fragili. Per le piccole banche la vita sarà sempre più dura, con la competizione crescente e la pressione regolamentare. Ecco perché le aggregazioni saranno una strada obbligata, forse anche per la Carige risanata e non tutti sono pronti a scommettere che Fiorentino potrà sedersi dalla parte giusta del tavolo.

Camilla Cresci