UN SETTORE DOMINATO DAI COLOSSI

Concimi, sementi e fertilizzanti
Si chiude la stagione delle nozze
Le multinazionali sono più forti

MILANO

UN SETTORE complesso quello dell’agrochimica. Il mercato globale è guidato dalle multinazionali, tra i quali le nozze sono diventate ormai una regola. Si calcola che le prime dieci imprese dell’agrochimica detengano il 95% del mercato. Tra i nomi noti Syngenta (23% di quota di mercato), la Bayer CropScience (17%), la Basf (12%), la Dow AgroSciences (9,6%) e Monsanto (7,4%). Colossi da miliardi di euro, alcuni dei quali si sono uniti per sfruttare al massimo le economie di scala. I poli sono, di fatto, tre. Uno è costituito dalle due americane Dow e Dupont (leader con il marchio di sementi ibride Pioneer), che sono convolate a nozze dopo un percorso durato quasi due anni, mettendo insieme una dote da 130 miliardi di dollari. L’Antitrust europeo ha chiesto alcune garanzie – la cessione del ramo pesticidi e del settore Ricerca e sviluppo di Dupont – ma ha poi dato l’ok.

GLI ALTRI PLAYER non sono stati a guardare. Il 2017 è stato un anno da ricordare anche per la cinese ChemChina (già proprietaria di Pirelli), che ha ‘mangiato’ la svizzera Syngenta pagandola oltre 43 miliardi di dollari. Un boccone appetitoso: Syngenta conta 28mila dipendenti in tutto il mondo e ha un fatturato di 15 miliardi di dollari. Ultima – ma solo in ordine di tempo – l’americana Monsanto, che verrà fagocitata dalla Bayer, creando un titano da 50 miliardi: per convolare a nozze serve l’ok dell’Antitrust europeo, atteso entro il 5 aprile, ma le ultime indiscrezioni convergono su una linea morbida. Bayer prevede di convincere Bruxelles vendendo i suoi asset di sementi e diserbanti a Basf per 7,2 miliardi. Un piccolo prezzo nella gara a chi ha le spalle più larghe. Una concentrazione che non è passata inosservata. «L’acquisizione di Syngenta da parte di ChemChina chiude il cerchio di una manovra che porta il 70% del mercato degli agrofarmaci e il 60% delle sementi nelle mani di sole tre multinazionali, con le fusioni tra Bayer e Monsanto e tra DuPont e Dow Chemical, con effetti devastanti per la concorrenza e per il potere contrattuale degli agricoltori», ha tuonato Coldiretti a caldo.

E IN ITALIA? I produttori nostrani hanno sviluppato un’attenzione particolare per i biostimolanti e i prodotti di origine oligominerale, ritagliandosi una fetta di mercato tutt’altro che trascurabile, e che costituisce il 3,4% circa di tutta la produzione chimica italiana. Assofertilizzanti, associazione di Federchimica, calcola un giro d’affari superiore al miliardo di euro solo per le proprie consociate, pari all’80% del fatturato complessivo. «Anche se la mancanza di una normativa condivisa ostacola da tempo le esportazioni di certi prodotti – sottolineano da Assofertilizzanti -, ci sono imprese italiane che si fanno valere anche fuori confine. Anzi, l’export è in crescita».

LA RICERCA di prodotti biocompatibili è uno de nuovi filoni d’oro dell’agricoltura, sebbene resti ancora ridotta rispetto all’uso dei fertilizzanti sintetici. Tra i primi gruppi al mondo c’è la bolognese Biolchim, presente in oltre 50 Paesi, il cui pacchetto di maggioranza è in mano ai fondi Nb Renaissance e Chequers Capital. La società è cresciuta per acquisizioni successive, tra cui spiccano quella di Cifo (marchio dell’home&garden) e quella di Ilsa (concimi organici), di cui ha comprato il 60%. Il valore del gruppo supera i 115 milioni. Di fertilizzanti si occupa anche Novamont, sebbene più nota per le bioplastiche, che ha siglato nel tempo accordi con le associazioni di agricoltori per il riutilizzo degli scarti di produzione. E ancora l’abruzzese Valagro, che propone biostimolanti e concimi di origine vegetale con oltre 100 milioni di ricavi, punta di diamante del settore.

 

L’uomo è ciò che mangia
di DAVIDE GAETA

IL REDDITO NEI CAMPI E IL PESO DEI CONSUMI

È NOTO CHE, nel valutare la redditività aziendale, si mettono a confronto i tradizionali parametri della produzione in valore e i costi; la differenza tra queste voci esprime il margine che l’impresa produce. Questi indicatori, da soli, spesso non sono sufficienti a valutare la corretta gestione aziendale. Bisogna anche tenere conto delle condizioni ‘esterne’ in cui l’azienda è costretta a muoversi. Il contesto è spesso determinante perché può spiegare le ragioni dello sviluppo oppure l’opposto. Per questo è utile ricorrere all’analisi di indicatori di settore che forniscano un opportuno riferimento per comprendere l’allineamento o meno dell’impresa alle condizioni generali. A tale proposito è interessante analizzare il rapporto tra il valore della produzione e l’indice dei prezzi dei consumi intermedi. Questi ultimi sono rappresentati dai beni e servizi consumati o trasformati dal produttore agricolo durante il processo produttivo.

TALI BENI entrano una volta soltanto nel ciclo della produzione per essere totalmente consumati. Tipicamente si pensi all’uso dei concimi e fertilizzanti. Sottraendo i consumi intermedi al valore della produzione si ottiene il valore aggiunto. Se esplodiamo il dato aziendale a livello di aggregato abbiamo i dati di settore o dell’intero sistema economico. Negli ultimi anni, analizzando i dati aggregati dei Paesi comunitari, il valore complessivo della produzione agricola ha avuto una crescita modesta, alternata a veri e propri cali. Se poi analizziamo la produzione dell’agricoltura italiana negli ultimi due anni, l’Istat riferisce di un calo nei volumi (-0,5%) assieme a un andamento negativo dei prezzi dei prodotti venduti (-3,4%), solo in parte controbilanciato dalla flessione sia dei prezzi dei mezzi tecnici acquistati (-1,5%) sia del volume (-0,4%). Ciò ha contribuito alla caduta del reddito reale dell’agricoltore. Il sistema economico agricolo dunque, non potendo crescere nei prezzi e nei volumi, ricorre alla razionalizzazione dei consumi intermedi anche attraverso un uso più oculato e una ricerca di maggiore qualità degli stessi per difendere la redditività aziendale. Davide.gaeta@univr.it

Di |2018-02-28T08:25:53+00:0028/02/2018|Focus Agroalimentare|