La Samsung batte anche gli scandali
Il titolo del gigante corre in Borsa
dopo la condanna del giovane Lee

Pino Di Blasio

FA MOLTA più paura Kim Jong-un che la condanna a cinque anni di carcere per corruzione inflitta a Lee Jae-yong, formalmente numero due del colosso. Samsung è terrorizzata dalle migliaia di pezzi di artiglieria che, dalle colline sopra la zona demilitarizzata della Corea del Nord, tengono sotto tiro Seul e gli obiettivi sensibili. Come fa a non rientrare nella categoria un chaebol (conglomerato di imprese nato per essere aggressivo sui mercati internazionali, infinitamente più grande e complesso delle holding europee) che da solo rappresenta il 20% del Pil sudcoreano. E che spazia dall’elettronica alle navi da crociera, dalle costruzioni imponenti, come le Petronas Tower e il Burj Khalifa alle assicurazioni e società finanziarie.

LA STORIA di Samsung, più di quella di Hyundai e Lg, è visceralmente intrecciata al decollo di una tigre asiatica cruciale per l’economia mondiale. Per di più è una storia letteraria, basata sulla figura di Lee Kun-hee, padre di Jae-yong e figlio a sua volta del vero fondatore del marchio nel 1938, Lee Byun-chull. Formalmente Lee Kun-hee è ancora al vertice del colosso, ma è gravemente malato, sarebbe ridotto allo stato vegetativo e per qualcuno sarebbe morto. Solo che la notizia sarebbe tenuta segreta, come accadde per la lunga agonia di Tito, per cercare di tenere unita la fragile Yugoslavia. Il pantheon di Samsung ha il suo Zeus in Lee Kun-hee. Il comandamento principale è quel dogma scolpito ovunque nel quartier generale del gruppo: «Cambiate tutto tranne moglie e figli». Dal 1938, anno di nascita del marchio Samsung, «tre stelle» in coreano, agli anni Novanta, il gruppo parte come una salumeria e un’impresa alimentare con40 dipendenti, poi si converte al tessile e alle assicurazioni, infine, negli anni ’60, approda all’elettronica, il settore che l’ha reso famoso nel pianeta. La svolta avviene nel 1993: fino ad allora Samsung vende televisori e apparecchi tecnologici per la classe medio-bassa coreana, le tv sono negli hotel più economici, l’appeal del marchio è ai minimi. Lee Kun-hee chiama tutti i dirigenti della società, li convoca al Grand Kempinski hotel di Francoforte, e per tre giorni interi li catechizza, pronuncia il suo «discorso della montagna», elencala strada da seguire. E come accadde per i corposi tomi di Deng Xiao ping, che i cinesi riassunsero in una sola parola, «Arricchitevi», così il discorso del Kempinski passò alla storia con quel «cambiate tutto, tranne moglie e figli».

QUELLO CHE SEGUÌ è un misto di miti e fatturati alle stelle, di prodotti innovativi e processi per plagio. Appartengono alla categoria dei miti, quel colossale rogo di migliaia di televisori sbagliati, secondo Lee, che bruciarono nel piazzale della Samsung, un falò delle vanità per far capire ai dipendenti che bisognava cambiare davvero tutto. Ma se venti anni fa nelle case degli occidentali non c’era nessun prodotto con il marchio delle tre stelle, basta fare un giro oggi in un qualsiasi appartamento per scoprire che la tv, il condizionatore, il forno a microonde, il frigorifero, la macchina fotografica e, quasi certamente, il cellulare, sono Sasmung.

COME è stato possibile? Sicuramente le parole non sono bastate, avrà contribuito anche il fatto che Samsung, negli anni Novanta, riforniva di microchip, quindi del cuore tecnologico, molti elettrodomestici anche dei concorrenti. Una volta acquisiti certi dati, migliorare sia lo stile che il software di tv e cellulari è stato più semplice. Non a caso oggi Samsung è leader mondiale nei chip, spodestando Intel anche con una strategia di apparente basso profilo. Nessuno sapeva che i microchip dentro i computer, telefonini o altri devices era Samsung. Mentre la musichetta di Intel sbandierava ad ogni accensione che dentro c’era il suo chip. In venti anni l’ascesa di Samsung è stata inarrestabile: tanti concorrenti, da Nokia nei cellulari a Thomson nei tv, sono stati spazzati via dal  mercato di riferimento. Mentre con altri concorrenti, Apple in primis, andavano in scena guerre giudiziarie su brevetti, accuse di plagio e di pratiche poco corrette che hanno intasato i tribunali internazionali del commercio.

CHE COSA accadrà ora? La condanna di Lee Jae-young avrà conseguenze sulla reputazione di Samsung? Basta guardare l’ultima settimana di Borsa per dare ragione a Standard & Poor’s: «Le vicende legali per corruzione, spergiuro e altre accuse continueranno, visto che il vicepresidente Lee presenterà appello, ma avranno un impatto limitato. L’evento non colpirà le operazioni ordinarie della società». Un messaggio che i mercati finanziari hanno recepito subito, visto che il titolo ha fatto segnare al Nasdaq una settimana di rialzi, attestandosi attorno a quota 1.035 euro; e la capitalizzazione del colosso ha superato ampiamente i 200 miliardi di euro. Non è il primo scandalo o processo che ha scandito la storia di Samsung. Che ogni volta ne è uscita più forte. Più che i giudici e i premier corrotti e poi deposti, sono i missili della Nord Corea che rannuvolano il cielo sopra Samsung. Per il resto, le tre stelle continuano a brillare.