UN DISTILLATO DI SUCCESSO

La formula vincente del Fernet-Branca
«I dipendenti fanno yoga al lavoro
E i profitti finanziano la ricerca»

MILANO

LA COLORATISSIMA ciminiera che domina lo stabilimento della Fratelli Branca Distillerie in via Resegone a Milano è la migliore immagine del motto, «Novare serbando», che da 173 anni accompagna la vita dell’azienda. Innovare mantenendo le tradizioni. Fedeli ai valori delle origini e a questo storico stabilimento, inaugurato nel 1911, ma al tempo stesso guardando al futuro e facendo dipingere la vecchia ciminiera dai maestri della street art e facendola firmare, alla base, da tutti i dipendenti. La tradizione è soprattutto la ricetta segreta del Fernet, rimasta la stessa dal 1845 quando Bernardino Branca creò una prodigiosa miscela di 27 erbe, radici e spezie provenienti da tutto il mondo. Fu lui a iniziare la produzione del distillato in un piccolo laboratorio a Milano, a commercializzarlo, a dargli il nome di Fernet-Branca. Oggi, con quella stessa formula, è un amaro famoso in tutto il mondo, esportato in più di 160 Paesi. La ricetta è gelosamente custodita in cassaforte dal conte Niccolò Branca, presidente e ad, quinta generazione della famiglia al timone dell’azienda. Un imprenditore appassionato, moderno e responsabile. E in qualche modo anche atipico, perché non è da tutti invitare i dipendenti a praticare lo yoga in orario di lavoro, o definire l’azienda non una macchina che si limita a fare un prodotto, ma piuttosto un «organismo vivente», e cioè un insieme di persone che cooperano per un bene comune che investe tutta la collettività. Se alla Branca si viene a lavorare col sorriso sulle labbra, il merito è suo, della sua capacità di coinvolgere tutti, senza paternalismi, nella crescita virtuosa dell’azienda.

Presidente Branca, che significato hanno per lei le parole Novare serbando e come si traducono in pratica nella sua azienda?

«È un motto molto importante per noi. La formula segreta del Fernet-Branca, capostipite di tutti i prodotti, ha avuto successo nel mondo perché mantiene quello che dice. Il segreto sta nel dosaggio delle sue erbe e radici. Il serbare significa continuare a fare questo prodotto di qualità da sempre nello stesso modo. Allo stesso tempo però siamo attenti al nuovo; innovare per noi significa riservare il 75 per cento e oltre degli utili in ricerca e sviluppo. Significa anche sforzarsi di anticipare i tempi, in giusta misura, che non vuol dire improvvisare ma semmai prepararsi bene al domani. Puntare al domani ma guardando all’oggi, un po’ come l’aquila del logo della nostra azienda, che con un occhio guarda a terra e con l’altro guarda lontano».

C’è ancora spazio per aziende familiari come la sua?

«Sono un tessuto fondamentale del Paese. Oggi hanno successo quelle aziende familiari che hanno scelto bravi manager. Quando si crea questo connubio fra imprenditore e manager nasce quell’alchimia giusta per ottenere risultati importanti. Sono ruoli diversi. L’imprenditore dà le linee guida, i manager devono dirigere l’azienda. Ci dev’essere il giusto equilibrio, ciascuno deve fare il suo mestiere senza invasioni di campo».

Ha detto che l’azienda non è una macchina per profitti…

«Sì, ma intendiamoci, l’azienda deve fare profitti perché servono per pagare stipendi, tasse, fornitori. Però questo va fatto nel rispetto delle persone e dell’ambiente. Alla logica del profitto infinito io preferisco contrapporre quella che chiamo economia della consapevolezza. Il profitto è indispensabile ma deve assicurare benessere a tutti. L’azienda deve perseguire un ritorno economico ma in funzione di un bene collettivo. L’attenzione alla persona da noi si traduce in un codice etico, un codice di sicurezza e salute sul lavoro, un bilancio ambientale e sociale».

Lei da 25 anni pratica la meditazione, che è al centro dei due libri che ha scritto. In che modo la vita di un imprenditore può conciliarsi con la meditazione?

«Per me meditazione vuol dire presenza consapevole, ritornare alla centralità, all’essenza, alla scoperta di noi stessi. Come lo yoga, che io condivido qui in azienda, una disciplina che aiuta a respirare nel modo giusto, a superare gli stress, le tensioni. In questo modo cerchiamo di dare ai dipendenti strumenti per vivere bene». La Branca è un esempio di eccellenza del made in Italy. Dal 1945 ha sempre chiuso il bilancio in attivo, ha 318 milioni di fatturato, 275 dipendenti, i suoi prodotti sono presenti in 160 Paesi, oltre allo stabilimento di Milano ha un secondo polo produttivo in Argentina. Qui nel 2001 superò la crisi di un Paese in default senza licenziare un solo dipendente. In passato ha fatto importanti acquisizioni, come la grappa Candolini e la Carpano (Punt e mes, Antica Formula e Caffè Borghetti). La portaerei è il Fernet-Branca ma sono molto apprezzati anche il BrancaMenta e lo Stravecchio Branca.

Giuliano Molossi

Di | 2018-05-14T13:14:16+00:00 19/12/2017|Imprese|