UN BUSINESS DOLCE

Zucchero ok, basta non esagerare
«Meglio un cucchiaino nel caffé
che una bibita gassata a pranzo»

Paola Benedetta Manca
ROMA

LO ZUCCHERO è dannoso per la nostra salute e la nostra alimentazione soltanto se assunto in quantità eccessive, come del resto la maggior parte dei cibi. A fare chiarezza su questo tema è Lucilla Titta, nutrizionista dell’Istituto europeo di Oncologia. «Per stare bene non è assolutamente necessario privarsi degli zuccheri – sottolinea –. Basta consumarli nelle dosi opportune».

Dottoressa, lo zucchero fa male alla salute?

«Non abbiamo assolutamente evidenze scientifiche che correlino l’assunzione di zuccheri semplici alla diretta insorgenza di patologie o a un maggiorato rischio che si presentino. Questo vale, però, nel caso in cui la quantità di zuccheri semplici che assumiamo sia al di sotto della soglia raccomandata dall’Organizzazione mondiale della sanità o dalla Società italiana di nutrizione umana».

Qual è la quantità giusta da consumare giornalmente?

«Non più del 10% delle calorie totali assunte nella nostra giornata può provenire da zuccheri semplici. Su una dieta da 2.000 calorie, dunque, parliamo di 50 grammi di zuccheri semplici, che comprendono però anche quelli apportati dalla frutta. Di conseguenza, gli zuccheri aggiunti sono più o meno 20 grammi, che in una giornata non sono pochi».

Quindi non è necessario far scomparire lo zucchero dalla nostra alimentazione?

«No, assolutamente. È sempre una questione di dosi quando si parla di zuccheri semplici. Non importa da dove essi provengano (zucchero ricavato dalle barbabietole, zucchero d’uva, d’agave o miele), l’importante è sempre la quantità, che non deve superare una determinata soglia. Non bisogna demonizzare il consumo di zucchero a prescindere, solo quello eccessivo».

Via libera, dunque allo zucchero nelle bevande a colazione?

«Sì. Se il saccarosio viene assunto in dosi normali, si possono tranquillamente zuccherare il tè o il caffè. È chiaro che, se uno zucchera molto la colazione poi si mangia un gelato e dopo uno yogurt zuccherato, e questo lo fa ogni giorno, rischia di nuocere alla sua salute».

Il rischio a cosa è dovuto?

«Il rischio è legato non all’assunzione in sé di zuccheri, ma al fatto che chi esagera con gli zuccheri ha una maggiore probabilità di essere sovrappeso o obeso. Entrambe sono condizioni del nostro fisico che, invece, incidono molto sul rischio di patologie che possono essere sia cardiovascolari che oncologiche. Si tratta, quindi, di un un effetto indiretto: se una persona mangia tanti zuccheri, ha molte possibilità di diventare grasso o obeso e ciò aumenta il rischio dell’insorgenza di malattie. Per questo, una delle ultime raccomandazioni internazionali del Fondo per la ricerca sul cancro è quella di ridurre al minimo bevande gassate e zuccherate perché sono un fattore di rischio per l’obesità ».

Quindi gli obesi ne consumano tante?

«Sì. Si può dire che il 99% degli obesi pasteggi con queste».

Quali sono gli zuccheri che, invece, possiamo consumare in grandi quantità?

«È necessario avere un determinato apporto di carboidrati, perché attraverso quelli complessi riusciamo a ricavare molecole di glucosio, che è lo zucchero che serve al nostro organismo a livello metabolico. Il 45-60% delle calorie giornaliere assunte da una persona deve essere rappresentato da carboidrati complessi».

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IL SETTORE della barbabietola da zucchero e dell’industria saccarifera italiana rappresenta una perfetta esemplificazione dei fallimenti di una serie di scelte politiche europee. Nel 1948 in Italia si contavano 62 zuccherifici. Nel 2003 si erano ridotti a 19; oggi gli impianti produttivi in tutta la penisola sono 3. L’introduzione della nuova Organizzazione del mercato dello zucchero da parte di Bruxelles, nel 2006, ha determinato un drastico ridimensionamento delle quote nazionali riducendo le aree bieticole. Nei primi anni del Duemila lo zucchero italiano rappresentava quasi il 20 % della produzione dell’Unione europea e copriva tre quarti del fabbisogno interno; nel 2008 la produzione di barbabietola da zucchero superava le 3,5 milioni di tonnellate, concentrate soprattutto nelle campagne del nord-est, mentre ora si è ridotta a circa 300mila tonnellate, perdendo quasi il 75% per cento dei quantitativi.

EPPURE l’Italia è il terzo mercato per il consumo di zucchero in Europa grazie soprattutto all’importanza dell’industria dolciaria, che assorbe l’80 per cento della domanda e, pur avendo avuto la potenzialità di coprire larga parte del fabbisogno, è costretta a importare quantità rilevantissime. La barbabietola rischia di sparire dalle pianura padana; eppure per anni ha rappresentato una fonte di reddito per l’agricoltura insieme con il frumento e il mais. Come si è arrivati a questa follia? Ecco il paradosso delle errate politiche europee, o meglio delle politiche che avvantaggiano alcuni Paesi membri a svantaggio di altri, nella sostanziale rassegnazione e ignavia dei nostri governi. Nel 2017, il regime delle quote produttive nel settore saccarifero fissato da Bruxelles è stato eliminato come esito finale della riforma varata nel 2006. Esistevano quote zucchero in Europa così come le quote latte. Fissavano tetti produttivi, un massimale annuo per Paese, che consentiva una sorta di armonizzazione produttiva in ogni Paese ma al contempo permetteva alla Francia e Germania, aiutati da ragioni climatiche ed organizzative, di moltiplicare le rese produttive e la posizione dominante in Europa fino a diventare eccedentari, facendo crollare i prezzi.

LA FINE delle quote di produzione, sventolata come ritorno alla libertà di mercato, arriva quindi come un doppio conto che devono pagare gli Italiani e gli altri Paesi del Sud Europa: l’oligopolio franco-tedesco, dopo aver controllato al ribasso i prezzi e acquisito buona parte degli zuccherifici italiani, Eridania in primis, si trova la concorrenza dei Paesi extra-europei come Brasile ed India con zuccheri a basso costo che entrano nella filiera dei prodotti dolciari, importantissima fonte di consumo per il nostro Paese. In sostanza la liberalizzazione dalle quote proposta dalla Ue minaccia di dare un ulteriore grave colpo, sperando non sia letale, ad un intero settore agro-industriale italiano. Davide.gaeta@univr.it

Di |2018-10-02T09:24:22+00:0023/07/2018|Focus Agroalimentare|