TUTTE LE KERMESSE DI MAGGIO

Cibo, l’oro dell’export italiano
In vetrina lungo la via Emilia
le eccellenze dell’alimentare

Lorenzo Frassoldati

BOLOGNA

TEMPO FA chiesero al presidente degli enologi francesi quale fosse la ragione dello straordinario successo del vino italiano nel mondo. Lui rispose: perché il vostro vino accompagna la cucina più buona al mondo. Wine&food, quindi, è il vero marchio del made in Italy globale, un binomio che certifica e fa volare le nostre eccellenze enogastronomiche sui mercati: non solo vini, ma anche pasta, formaggi, salumi, aceto balsamico, ortofrutta fresca. Questo maggio sarà il mese delle fiere del wine&food italiano. Iniziato in aprile con Vinitaly a Verona, prosegue con Cibus a Parma (7-10 maggio), Macfrut a Rimini (9-11 maggio) e Milano Food City (7-13 maggio).

IL 2017 SI È CHIUSO con numeri importanti per l’economia agroalimentare del Belpaese. Il vino, con 6 miliardi, ha fatto il record dell’export. L’ortofrutta fresca, con 5 miliardi (altro record storico), segue al secondo posto e starebbe al primo se consideriamo anche il prodotto trasformato. Il fatturato complessivo del nostro settore alimentare nel 2017 è schizzato a 137 miliardi, dopo quattro anni di stop a quota 132. Quasi il 4% in più (dati Federalimentare), risultato del combinato disposto tra aumento produttivo e incremento dei prezzi alla produzione. L’export 2017 della sola industria alimentare ha sfiorato i 32 miliardi (+6,3%), con crescite a due cifre nei comparti acquaviti e liquori, lattiero-caseario e dolciario. Nell’ambito dei primi venti mercati, le performance più vistose sono state registrate, nell’ordine, da Russia (+28%), e poi Cina (+19%), a seguire Spagna (+16%) e Polonia (+13%). Aumenta anche l’import: +6% a quota 22 miliardi, a conferma che il nostro è anche un grande paese trasformatore del food. Ne esce comunque un saldo attivo export-import di quasi 10 miliardi (+7%).

CAPITOLO CONSUMI: nel 2017 le vendite alimentari hanno chiuso con variazioni quasi piatte (+0,8% in valore e -1,0% in volume), quindi stagnazione. La fiducia del consumatore resta modesta. I consumi si polarizzano: crescono i segmenti low cost e premium, in mezzo resta schiacciata la classe media. Le previsioni 2018 dell’industria alimentare sono intonate a un cauto ottimismo. Quindi si scommette su consumi interni «in marginale ripresa in volume e valore. Ma, al massimo, parliamo di progressi dell’ordine degli zero virgola», dice Federalimentare. Molto dipenderà dal clima politico-economico: «Eventuali ritocchi Iva, anche limitati, potrebbero infatti ‘gelare’ nuovamente un mercato interno ancora fragile e molto volatile».

A NOMISMA mettono l’accento sui rischi legati al clima di protezionismo che si respira nel mondo. «Nel 2018 il consolidamento della ripresa economica sia in Europa sia in Nord America (dove si concentra il 78% delle nostre esportazioni agroalimentari) dovrebbe favorire il nostro export, così come negli altri mercati dove siamo ancora poco presenti, come l’Asia», dice Denis Pantini, responsabile Area agroalimentare del think tank bolognese. «Ma un export come il nostro, che ancora oggi fatica ad arrivare nei mercati più lontani, deve sperare che i già difficili equilibri geopolitici e commerciali globali non si spezzino a causa di Trump e delle sue politiche protezionistiche (leggi dazi) e di rapporti con il resto del mondo (Iran e Russia), i cui interventi potrebbero generare una serie di ripercussioni su molti mercati importanti per l’Italia», chiude Pantini.

 

Coltiviamo il futuro di DAVIDE GAETA

UN SISTEMA FORTE CHE PUÒ MIGLIORARE

È TEMPO DI FIERE e, come ogni anno, si alternano relazioni e convegni sullo stato di salute dell’economia agroalimentare italiana. Giusto compiacersi dei valori positivi che il sistema dimostra, ma altrettanto utile è analizzare, accanto ai punti di forza, le debolezze sulle quali si può, si deve, agire. Un’indicazione fondamentale per comprendere cosa è successo a un comparto economico tra i più strategici per l’Italia si ottiene dall’osservazione dell’evoluzione del valore aggiunto del sistema nel tempo. Immaginando la catena del valore di un prodotto alimentare come un complesso di anelli che vanno dalla produzione agricola all’industria di trasformazione, sino ai trasporti, alla distribuzione, ai consumi, il valore aggiunto di ogni comparto ci dice quali sono i settori che crescono e quali soffrono. Fatto cento il totale dei consumi alimentari, tra 2000 e 2015 il valore della produzione scende sia per l’agricoltura sia per la prima trasformazione alimentare. Al contrario, il trasporto e la distribuzione recuperano valore. Una dinamica che conferma l’inarrestabile erosione di reddito della produzione agricola e della trasformazione e rende urgenti politiche di ristrutturazione ed incentivazione del sistema. Se il valore della produzione è dato da prezzo per quantità, dunque, possiamo dire che si è incrementata poco la quantità venduta e sono cresciuti troppo poco i prezzi, anche per la concorrenza internazionale. Questa osservazione trova un’ulteriore motivazione analizzando la stasi, se non riduzione, dei consumi delle famiglie italiane rispetto a quelli dei Paesi dove esportiamo, in crescita. Dai primi anni duemila ad oggi, sono cresciuti in valore pochi settori come le bevande e la ristorazione, mentre gli acquisti domestici sono calati, in quantità, molto più dei non alimentari.

VI SONO PERÒ elementi positivi. Il sistema vanta un’elevata valorizzazione dell’offerta in grado di soddisfare diverse tipologie di domanda, sia quella più legata alle abitudini tradizionali, sia quella che asseconda i nuovi stili di consumo quali i prodotti salutistici e biologici, o che incorporano alti livelli di servizio, come la categoria dei ‘porzionati’, preparati per single o famiglie poco numerose. Altrettanto premiante per il nostro sistema è l’elevata incidenza di prodotti Dop e Igp che ricoprono una crescente importanza, strategica oltre che quantitativa, nel sistema dei consumi delle famiglie italiane. Questo vale per il settore vitivinicolo e per quello lattiero-caseario, per le carni lavorate, per olio e frutta, che garantiscono un’elevata immagine internazionale degli ingredienti della nostra cucina e accrescono il valore, anche turistico, dei territori e distretti da cui provengono. Altri punti di forza sono il grado di apertura commerciale di molte regioni, cioè la propensione all’esportazione e al dialogo coi mercati internazionali delle nostre imprese, il know how del management delle aziende del sistema e l’enorme investimento in tecnologia, genetica, controllo e certificazione di prodotto e di processo. Tra i punti deboli, i costi di produzione spesso molto più elevati rispetto ai concorrenti esteri, dovuti anche alla natura bipolare del sistema: da un lato, la grande frammentazione di molte realtà, sia pure di eccellenza, dall’altro grandi gruppi industriali di carattere internazionale.

Davide.gaeta@univr.it

 

Di | 2018-05-14T13:14:02+00:00 09/05/2018|Focus Agroalimentare|