TROVARE LAVORO

Professione educatore: ecco le lauree
Assunti da coop, scuole e oratori
Opportunità per chi ama il sociale

Davide Nitrosi

ROMA

UNA CERTA VOCAZIONE serve, ma quella dell’educatore è diventata per legge una professione qualificata con numerose opportunità di sbocco lavorativo. La normativa promossa dalla deputata Vanna Iori nella scorsa legislatura sancisce due percorsi di studio triennale: uno, nella Facoltà di Scienze della Formazione, prepara alla professione di educatore professionale socio-pedagogico. L’altro, nella facoltà di Medicina, forma l’educatore professionale socio-sanitario. La legge riconosce il titolo di studio anche per i paesi dell’Ue ed è uno spartiacque in questa professione, svolta in Italia da almeno 200mila persone.

Che fine faranno gli educatori non laureati?

«Per chi è prossimo alla pensione – spiega Vanna Iori – l’esperienza e la formazione maturata negli anni sono competenze sufficienti. Chi è a metà del guado e non è laureata, può acquisire 60 crediti dalle università di Scienze della Formazione per avere la qualifica (non la laurea) di educatore».

C’è anche un percorso universitario magistrale?

«La legge prevede la figura del pedagogista, con una laurea magistrale. Il pedagogista può coordinare le attività e le strutture educative, mentre l’educatore può solo coordinare un gruppo di lavoro».

Che sbocchi lavorativi ci sono?

«Nell’ambito educativo-formativo, innanzitutto, ma non solo. Le possibilità sono in ambito socioassistenziale e della famiglia (ad esempio i centri di mediazione familiare); nella cultura (ad esempio per accompagnare le scolaresche nelle visite guidate); in ambito giudiziario (nelle strutture carcerarie e nei tribunali quando ci sono processi che riguardano i minori); nella difesa dell’ambiente e in ambito sportivo (le società sportive, anche dilettantistiche, possono assumere un educatore oltre a un allenatore). E non dimentichiamo i servizi per i migranti e la cooperazione internazionale».

In questi settori chi assume gli educatori?

«Soprattutto le cooperative sociali e socio-educative, le associazioni che operano nell’infanzia come nel campo degli anziani, ma anche gli asili nido, le scuole, e chi si occupa di educazione informale».

Ovvero?

«Le ludoteche, i centri pomeridiani, gli oratori. Don Michele Falabretti, responsabile della Cei per la pastorale giovanile, vuole inserire in ogni oratorio un educatore professionale, da affiancare ai volontari».

Ma ci sono enti obbligati ad assumere educatori professionali per certe mansioni?

«Enti locali, cooperative ed enti pubblici saranno obbligati ad assumere educatori professionali per svolgere attività di educazione».

Lo stipendio medio?

«Finché non c’era una figura professionale riconosciuta, gli stipendi medi erano molto bassi, anche 700-800 euro al mese. L’istituzione della figura professionale apre una stagione di lavoro sindacale per il riconoscimento di stipendi adeguati».

Nelle scuole possono trovare spazio gli educatori?

«Un obiettivo è proporre la figura dell’educatore scolastico, complementare all’insegnante, che non ha compiti didattici ma educativi. Può supportare i ragazzi in condizioni di fragilità, può prendersi cura dei temi legati al bullismo o all’integrazione che non possono essere demandati al docente».

Altro campo di lavoro è la sanità.

«L’educatore socio-sanitario è chiamato a lavorare nelle strutture socio sanitarie, ma anche nei reparti di pediatria o geriatria, nei Sert e nelle strutture che fanno capo alle Ausl. L’educatore si occupa di persone da 0 a 99 anni, non ha limiti di età».

Ma davvero la laurea è sufficiente per lavorare come educatore?

«Il titolo è necessario ma non sufficiente. È un lavoro che richiede una formazione permanente e una manutenzione emotiva. Presuppone anche una vocazione, non è un lavoro impiegatizio. Ci chiama in causa come persone nelle relazioni, in modo coinvolgente, e serve un benessere emotivo da parte di chi svolge il lavoro. Il rischio di burn out è alto. Per questo la competenza professionale va accompagnata ad una competenza emotiva».

 

Acli Giovani precari: niente ferie pur di lavorare

ROMA

NASCONO precari e disposti a rinunciare ad alcuni diritti pur di tenersi stretto un posto di lavoro. Sono i ragazzi nati negli anni ‘90 – i Millenians – fotografati da uno studio nazionale delle Acli. L’indagine è raccolta nel saggio “Il Ri(s)catto del Presente. Giovani e lavoro nell’Italia della crisi” ed è stata condotta dall’Istituto di Ricerche Educative e Formative delle Acli nazionali coinvolgendo 2.500 under 30 italiani. «Sono nativi precari e affrontano il mondo del lavoro e soprattutto le difficoltà con molto più realismo e coraggio di quanto si creda», commenta il presidente delle Acli toscane, Giacomo Martelli. La ricerca ha evidenziato un’obbedienza preventiva alla precarietà, una sospensione dei propri diritti vissuta come una forma di adattamento dovuta al sistema del nuovo mondo del lavoro. Il 27,6% degli intervistati rinuncerebbe ai giorni festivi per mantenere il posto di lavoro, ma le percentuali scendono a favore di diritti più elementari, come i giorni di malattia retribuiti, e solo il 10,5% potrebbe rinunciarci. Il 12,4% si farebbe pagare meno del dovuto per tenersi il posto di lavoro e il 16,7% non andrebbe in vacanza pur di lavorare. Per il lavoro dei sogni accetterebbero anche di lavorare un periodo gratis (il 33,2%) e il 38% sarebbe disposto anche a lavorare nel tempo libero. «La formazione è la risposta – dice Martelli – E’ più che mai urgente un piano per i giovani che coinvolga formazione e percorsi professionalizzanti. La formazione deve diventare un nuovo diritto del lavoro». Altro punto chiave, le modalità di ricerca del lavoro. «Dobbiamo implementare meccanismi più efficaci per la selezione del personale e per migliorare l’incontro tra domanda e offerta, un nuovo sistema che parta proprio dal mondo della scuola».

fr.ger

 

Di |2018-10-02T09:24:33+00:0022/05/2018|Lavoro|