TROPPE LITI DOPO LE CRISI DEL CREDITO

Controversie finanziarie, è boom
L’arbitro fischia prima dei giudici
sulle azioni e i bond spazzatura

Andrea Telara

MILANO

SPESE DI TROPPO sui conti correnti, interessi sui mutui sopra il tasso usurario, azioni o bond spazzatura venduti allo sportello e poi trasformatisi in carta straccia. Sono tante le ragioni che possono spingere i risparmiatori a fare causa alla propria banca. Chi vuole evitare le lungaggini e le incertezze della giustizia italiana, però, oggi può battere altre strade. Esistono infatti due organismi extra-giudiziali di risoluzione delle controversie che, pur non emettendo delle vere e proprie sentenze, possono stabilire in tempi brevi se i diritti di un correntista o di un piccolo investitore sono stati davvero violati. Si tratta dell’Arbitro Bancario Finanziario (Abf) e dell’Arbitro per le Controversie Finanziarie (Abf), nati in seno a due tra le più importanti authority esistenti nel nostro Paese: la Banca d’Italia e la Consob, cioè la commissione che vigila sui mercati finanziari.

L’ABF E L’ACF hanno un meccanismo di funzionamento molto simile. A distinguerli sono più che altro le rispettive materie di competenza. Il primo organismo, che fa capo a Bankitalia, si occupa solitamente dei prodotti e dei servizi strettamente bancari, per esempio delle controversie sui conti correnti, le carte di credito o il bancomat, il prestiti personali, i mutui immobiliari o le segnalazioni sui debitori alla Centrale dei Rischi. L’Acf, che è nato più di recente in seno alla Consob, si occupa invece di servizi di investimento che, non necessariamente vengono erogati dalle banche ma anche dalle compagnie assicurative o dalle società di gestione del risparmio.

È IL CASO per esempio della vendita di polizze finanziarie, di azioni, obbligazioni o di quote di fondi comuni. Quando la lite riguarda tutti questi prodotti, occorre dunque rivolgersi all’Arbitro per le Controversie Finanziarie e non all’Abf. Entrambe gli organismi non producono decisioni vincolanti come quelle della magistratura. Chi non accetta la deliberazione dell’arbitro può fare ricorso alla giustizia ordinaria, cioè rivolgersi al tribunale, ben sapendo tuttavia di avere buone probabilità di perdere la causa, visto che i collegi arbitrali dell’Abf e dell’Acf sono composti da giuristi o esperti in materia finanziaria che conoscono bene diritti e doveri delle banche e dei risparmiatori.  Ricorrendo a questi organismi si ottiene un vantaggio soprattutto nei costi e nei tempi di risoluzione della lite. Per rivolgersi agli arbitri non occorre infatti avere un avvocato difensore, anche se spesso è bene farsi assistere da un’associazione dei consumatori. Tutte le procedure avvengono in forma scritta senza udienze tra le parti e secondo una tabella di marcia ben definita. Una volta ricevuto il ricorso, l’Arbitro valuta entro 7 giorni se le carte consegnate dal risparmiatore sono complete e regolari e le girano tempestivamente alla banca. Quest’ultima ha 30 giorni di tempo (45 giorni nel caso in cui si faccia assistere da un’associazione di categoria) per presentare le proprie osservazioni in modo da difendersi e provare di aver agito nel rispetto delle regole.

UNA VOLTA completata questa fase, il risparmiatore può replicare inviando ulteriori documenti entro i 15 giorni successivi. A quel punto il fascicolo è chiuso e il collegio arbitrale è pronto per prendere una decisione nell’arco di qualche settimana. Complessivamente, tutta la procedura si conclude di solito in un paio di mesi o in un trimestre, cioè molto più velocemente di quanto impiega di solito giustizia ordinaria che, si sa, spesso procede al rallentatore.

Contro corrente di ERNESTO PREATONI
DA MONTI ALLA BREXIT FAKE NEWS DI CARTA

IL MONDO dei media ha scoperto le fake news su internet. Ma quante bugie sono state raccontate in questi anni in tv e sulla carta stampata? Nell’ordine hanno voluto farci credere: primo che con l’euro saremmo entrati nel migliore dei mondi possibili e, rinunciando alla sovranità monetaria, saremmo vissuti in un’Europa felice; secondo che la crisi del 2011 era stata causata dal bunga bunga e, terzo, che Monti e la Fornero ci avrebbero salvato; quarto che con i nostri soldi (tanti) avrebbero salvato la Grecia (ma chissà perché a gioire sono state le banche tedesche e francesi); quinto che la politica di austerità che ci sta salassando è stata fatta per il nostro bene; sesto che la Troika, se arrivasse, sarebbe solo perché non abbiamo fatto i compiti a casa; settimo che l’Italia è oggi in piena ripresa anche se la disoccupazione non scende e la povertà aumenta.

E ANCORA: che la Brexit (nella foto l’ex premier David Cameron) sarebbe stata bocciata al referendum perché altrimenti la Gran Bretagna sarebbe sprofondata nel Terzo Mondo; che se il 4 dicembre 2016 avesse vinto il no lo spread sarebbe esploso, ci sarebbe stata una fuga di capitali, il Pil sarebbe sprofondato, si sarebbero persi migliaia di posti di lavoro. Che la vittoria di Trump, mi dicevano tutti i banchieri che incontravo, sarebbe stato un disastro per l’economia Usa. Fra l’altro molti di essi (con il coro di politici incompetenti) sostenevano la solidità del sistema bancario italiano mentre io, in assoluta solitudine, affermavo che il valore delle banche non superava quello della loro licenza all’esercizio del credito.

DOPO AVER fatto credere tutto ciò (e anche altro su cui per mancanza di spazio, sorvoliamo) questi stessi media (e politici) ci avvertono, allarmatissimi, che c’è il terribile pericolo delle fake news in internet. E quelle messe in giro finora dal conformismo nazionale come dobbiamo chiamarle? Autentiche panzane confezionate per un popolo che, speriamo a torto, si crede formato da creduloni.


L’impresa non è più
un affare di famiglia
«Una svolta storica»

Pino Di Blasio

ROMA

UNO DEI MATTONCINI più resistenti nel dna del capitalismo italiano è l’impresa familiare. Un caso di studi per economisti da Nobel e università internazionali, un modello inimitabile, ma non troppo esaltato, fuori dai confini. Forse ora è arrivato il momento di una svolta epocale; di dare l’addio ai geni per passare al «genio», di lasciar perdere la successione dinastica e affidarsi a manager esterni per far sopravvivere l’impresa di famiglia in un mondo nuovo. Ne è convinto Umberto Bussolati Dell’Orto, senior partner della Eric Salmon, prestigiosa società di consulenza internazionale che si occupa anche della ricerca di manager. «Le imprese familiari – ammette Bussolati Dell’Orto – sono uno dei segreti dell’economia italiana, o almeno lo sono state. Hanno generato realtà eccellenti, grandi imprese di successo come Barilla, Ferrero, Luxottica e le aziende farmaceutiche multinazionali. Ma, vista in proiezione storica, la peculiarità italiana sta perdendo terreno».

Qual è il motivo? Ha citato imprese che sono ancora leader nei loro settori…

«Sì, ma la maggior parte delle imprese familiari è di dimensioni medio-piccole. E anche quelle grandi hanno un problema di ricambio dei manager. Il tessuto economico italiano si è svuotato di scuole manageriali, ruolo svolto un tempo dalle nostre multinazionali. Il problema del nanismo, poi, della riluttanza a stringere alleanze con altre imprese, è diventato più acuto. Il rimanere piccoli non è più un vantaggio».

Perché non va più bene?

«Il mercato interno si è liquefatto. La domanda italiana per tanti settori è diventata risibile. Prima il fatturato delle imprese veniva per l’80% dall’Italia e il 20 dall’estero, oggi è l’esatto contrario. Questo nuovo trend ha imposto un cambio di mentalità, un obbligo a competere in mercati non conosciuti. I padroni delle aziende hanno chiesto aiuto, hanno dovuto rinforzare il management e i consigli d’amministrazione, per scegliere dove investire e come. Oggi la necessità di fare il salto dimensionale è ancora più pressante».

Secondo uno studio della Bocconi, su 253 casi di successione in una media impresa familiare, in 59 casi si è scelto un leader non della famiglia. Siamo al 23%..

«Fino a poco tempo fa non se ne parlava nemmeno. Stando anche ai dati forniti dall’Aidaf, l’associazione che riunisce le aziende familiari, il processo di trasformazione è in atto. Le vecchie generazioni di imprenditori hanno cominciato a capire che l’età conta e che non sempre si è in grado di formare un successore in famiglia all’altezza. Ci sono tante pratiche virtuose che possono essere perseguite nella fase di successione».

Faccia qualche esempio….

«Ci sono tre colonne per trasformare un’impresa: puntare sui manager, internazionalizzarla, nel senso non di limitarsi all’export ma al farla diventare sostenibile sui mercati internazionali, e infine far entrare capitali di altri. Quest’ultimo è il tabu più duro da abbattere. Ci sono tante aziende che hanno registrato profitti ingenti per autofinanziarsi. Mapei, Menarini, Barilla, Ferrero fanno questo da sempre. Ma aprirsi ai mercati finanziari, mettere a punto meccanismi di governance per crescere, sono tutte opportunità importanti».

Ma non c’è solo la Borsa…

«Sono d’accordo. Ci sono tante buone pratiche da seguire, senza essere quotate. L’impresa deve essere al centro, la famiglia è uno degli attori. Si possono allargare i consigli d’amministrazione, distinguere i manager dalla governance, regolare gli assetti familiari puntando su trustee (come hanno fatto in diversi) o su scelte che selezionano gli ingressi dei familiari ai vertici. Spesso l’azienda più virtuosa è quella dove la famiglia fa un passo indietro».

Lei cita casi come Campari o DeAgostini. Qual è il vantaggio reale?

«La famiglia non deve trasformarsi nella zavorra che fa affondare l’azienda. L’impresa passa diversi cicli nella sua vita, non c’è un manager adatto per tutte le stagioni. Se il capo è uno di famiglia, è più difficile rimuoverlo. Se invece è un manager basta fissare regole d’ingaggio. Questa è una delle migliori pratiche».

Di |2018-10-02T09:24:54+00:0019/12/2017|Dossier Economia & Finanza|