TRASFERIRE DENARO VELOCEMENTE

L’anno dei pagamenti digitali
Giro d’affari a quota 300 miliardi
senza toccare neanche un euro

Andrea Telara

CONTANTI, bancomat o credit card? Da qualche mese a questa parte, molti consumatori italiani hanno scelto una quarta alternativa. Per pagare al supermarket o nei negozi, non utilizzano né le banconote, né le più moderne carte elettroniche ma preferiscono usare gli smartphone, i cellulari di nuova generazione che si stanno progressivamente trasformando in veri e propri borsellini digitali. Proprio gli smartphone, che in Italia sono assai diffusi, possono essere il volano capace di far decollare nel 2018 i pagamenti digitali, in un paese come il nostro rimasto finora molto più attaccato al vecchio e caro contante, rispetto al resto d’Europa. Già negli anni scorsi si sono visti significativi segnali di questo trend. Secondo le rilevazioni dell’Osservatorio Mobile Payment & Commerce del Politecnico di Milano, il valore complessivo dei pagamenti elettronici e digitali in Italia ha superato ampiamente i 190 miliardi di euro (dati aggiornati a inizio 2017) con tassi di crescita che sfiorano il 10% ogni 12 mesi. Nonostante queste cifre da capogiro, nel 2018 i pagamenti digitali potrebbero diffondersi a una velocità ancor più elevata che in passato, grazie al successo di alcune applicazioni che fanno appunto leva sulle tecnologie mobili. Si tratta di app che consentono di eseguire pagamenti o trasferire denaro con il telefonino, senza utilizzare neppure la tessera di plastica del bancomat o della carta di credito che, con l’impetuoso sviluppo della tecnologia, rischiano di diventare presto strumenti obsoleti.

RISALE al 2014 il lancio di Jiffy, un’applicazione che oggi conta oltre 4 milioni di utenti e consente di trasferire denaro in tempo reale dal proprio conto corrente a quello di un’altra persona, semplicemente utilizzando il cellulare. Questo servizio viene offerto ai correntisti da decine e decine di banche, a cui si sono aggiunti ben 150 negozi delle grandi città (Roma, Milano e Torino) che usano Jiffy per la ricezione dei pagamenti dalla clientela. Un’altra app che sta spopolando è Satispay. Consente di fare i pagamenti nei negozi con la stessa facilità con cui si inviano i messaggini su WhatsApp, attraverso i più comuni smartphone in commercio. Il tutto appoggiandosi a un conto bancario personale dell’utente dotato di codice Iban. Satispay è oggi utilizzabile in ben 26mila negozi e ha registrato oltre 370mila download. L’app è stata creata nel 2013 da Alberto Dalmasso, Dario Brignone e Samuele Pinta, tre giovani poco più che 30enni che hanno raccolto qualche decina di milioni di finanziamenti da diversi investitori istituzionali fiduciosi nel successo di questa startup, giudicata dagli esperti di Kpmg e H2 Ventures tra le 100 aziende più innovative nel fintech, cioè in quel settore che raggruppa le attività di sviluppo tecnologico applicato alla finanza.

ASSIEME A JIFFY e Satispay c’è un terzo operatore che punta a ritagliarsi uno spazio significativo. Si tratta di Tinaba, creata nel 2016 dalla Sator dell’ex-banchiere Matteo Arpe, che ha creato un’altra app per trasferire denaro con gli smartphone. Tinaba ha siglato di recente un accordo con l’Unione Italiana Radiotaxi d’Italia per fare pagamenti digitali a bordo di ben 11mila autovetture in diverse città della Penisola. In un mercato con notevoli margini di crescita come quello italiano, gli operatori esteri non potevano certo stare alla finestra. Risale infatti all’anno scorso lo sbarco del nostro paese di Apple Pay, la app per i pagamenti con l’iPhone, già adottata grandi gruppi finanziari come Banca Mediolanum e UniCredit che l’hanno resa disponibile per i propri clienti. Nei prossimi mesi dovrebbe invece arrivare nel nostro paese anche Samsung Pay, la app che il principale concorrente di Apple, cioè Samsung, ha già lanciato in una ventina di mercati diversi in tutto il mondo.


Contro corrente 

di ERNESTO PREATONI
LA RIPRESA SVANIRÀ TRA QUALCHE MESE

NON HO MAI creduto alla forza della ripresa in corso. Il miglioramento è un effetto di trascinamento dell’economia internazionale. Non a caso cresciamo più lentamente degli altri. I principali Paesi dell’Eurozona sono tornati ai livelli del 2007. Noi siamo indietro del 6%. Probabilmente di più considerando che, a partire dal 2014 nel Pil sono stati inseriti i proventi dell’economia nera a cominciare dalla prostituzione. Mi domando come sia possibile calcolare, seppure in via presuntiva, i guadagni ottenuti sul marciapiede. I miei dubbi sono stati confermati dall’indagine periodica di Confcommercio. I risultati non hanno avuto il risalto che meritavano. Cito testualmente il presidente Carlo Sangalli: «La spinta sembra essersi già esaurita: il nuovo anno si apre con alcuni segnali di rallentamento dei consumi e della produzione industriale». Esattamente quello che ho sempre sostenuto. L’indice dei consumi a dicembre è calato dello 0,1% dopo due mesi di crescita zero e, secondo le previsioni il Pil nel 2018 crescerà intorno all’1,1% contro l’1,5% dell’anno scorso. Capisco che in campagna elettorale il governo preferisca enfatizzare gli aspetti positivi. Ma la realtà è un’altra. Il prossimo premier avrà un compito difficile. Scadono, infatti, i termini per il Fiscal Compact che impegna l’Italia alle politiche di convergenza verso il pareggio di bilancio. Significa che bisognerà trovare almeno 17 miliardi per evitare che l’Iva salga al 25%. Un’operazione che stiamo rinviando da due anni. Ora però il tempo è scaduto. Ma non finisce qui. La Ue ha fatto sapere che la manovra di bilancio sul 2018 è troppo fragile. Gli esperti di Confcommercio hanno calcolato che, per rispettare gli impegni europei servirà una manovra da 48 miliardi. Un salasso cui si aggiunge la ripresa del prezzo del petrolio ormai stabilmente a 70 dollari e il prevedibile rialzo dei tassi perché la Bce cesserà di comprare titoli di Stato. Draghi (nella foto) è, in questo momento, il principale acquirente dei Btp. Lo stop arriverà verso la fine dell’anno e il Tesoro sarà costretto ad alzare i rendimenti per trovare nuovi acquirenti. L’aggiustamento avrà inevitabili effetti depressivi. Voglio vedere fra qualche mese chi parlerà ancora di ripresa.

Di | 2018-05-14T13:14:15+00:00 22/01/2018|Dossier Economia & Finanza|