TRANSAZIONI DIGITALI

Boom delle transazioni digitali
L’impronta è l’ultima frontiera:
pagamenti a portata di pollice

Andrea Telara
MILANO

L’ULTIMA frontiera si chiama fingerprint, che in inglese significa impronta digitale. È quella che consente ai clienti di Poste Italiane titolari delle app collegate al conto BancoPosta o alle carte di pagamento Postepay di eseguire operazioni dispositive, controllare la lista movimenti e fare trasferimenti di denaro e pagamenti semplicemente appoggiando il dito al tasto dello smartphone (dotato di apposito sensore). Tutto si basa su un sistema avanzato che è in grado di riconoscere le impronte digitali dell’utente, evitando così che il conto o la carta possano essere utilizzati da terze persone malintenzionate. «Si tratta di un sistema che dona maggiore comodità di uso ai clienti, in linea con la già altissima sicurezza garantita dal sistema PosteID», fanno sapere da Poste Italiane che, ormai da molti anni, è il primo operatore in Italia del settore dei pagamenti digitali.

BASTI PENSARE che, tra tutti gli acquisti online fatti dai nostri connazionali, circa uno su quattro avviene attraverso la popolarissima Postepay, la carta di pagamento che Poste Italiane ha lanciato nel lontano 2003 con la fortunata formula del credito prepagato. A distanza di 15 anni, anche Postepay si è molto evoluta fino a dotarsi di un vero e proprio Iban (nella versione della carta che si chiama Evolution), su cui è possibile anche ricevere i bonifici e l’accredito dello stipendio. Per il gruppo Poste Italiane, il business dei pagamenti mobili e digitali è diventato una vera e propria gallina dalle uova d’oro che, nel primo trimestre del 2018, ha generato ricavi complessivi per oltre 143 milioni di euro, in aumento del 10% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

SOLTANTO nel segmento delle carte elettroniche, i pagamenti sono cresciuti di ben il 20%, rendendo di fatto le Poste un operatore ormai attivo quasi in ugual misura su due fronti: quello fisico degli sportelli presenti sul territorio e quello «virtuale» degli utenti digitali giornalieri. Non a caso, le persone che utilizzano ogni giorno le app e il sito di Poste sono in totale ben 1,4 milioni, poco meno del milione e mezzo di italiani che si reca quotidianamente negli uffici postali. Certo, la strada da percorrere è ancora lunga, sia per le Poste che per le banche, visto che nel nostro Paese oltre l’80% delle transazioni avviene con denaro contante. Tuttavia, molti analisti vedono all’orizzonte un’accelerazione del business dei pagamenti digitali, grazie soprattutto a un mix concomitante di fattori. Il primo è l’arrivo nel mercato dei servizi finanziari di una generazione di consumatori e risparmiatori millennial, nati dal 1980 in poi e cresciuti con l’avvento dell’era digitale. Il secondo fattore è l’impennata che si registra per alcuni tipi di pagamenti elettronici in particolare. Sono quelli che i ricercatori della Business school del Politecnico di Milano definiscono come New digital payment e che avvengono attraverso gli smartphone o le carte contactless, cioè le carte di credito, di debito e prepagate che consentono di pagare velocemente nei negozi, anche gli acquisti di piccolo valore, semplicemente avvicinandole al terminale Pos senza la necessità della classica strisciata.

SECONDO L’OSSERVATORIO sui pagamenti digitali del Politecnico di Milano, oggi le transazioni elettroniche valgono in Italia oltre 220 miliardi di euro e crescono a un ritmo del 10% all’anno. Lo specifico segmento dei new digital payment, però, viaggia letteralmente con il turbo: oggi vale già 46 miliardi di euro e nel 2020 varrà probabilmente ben 100 miliardi di euro. Quando molti italiani si saranno abituati a fare pagamenti con i cellulari di nuova generazione, in molti negozi il contante sarà sempre più raro.

Contro corrente di ERNESTO PREATONI
DECRETO DIGNITÀ, OLTRE LA POLEMICA

HO SEGUITO con molta attenzione le polemiche a proposito del cosiddetto ‘Decreto Dignità’ e dei posti di lavoro che mette a rischio. Ho alcune riflessioni da fare. A cominciare dal fatto che trovo abbastanza irritante l’abitudine di dare un nome, in genere molto ambizioso, ai provvedimenti del governo. Il primo decreto di Monti si chiamava ‘Salva-Italia’ e il risultato che ottenne fu quello di mandare l’economia in recessione. Quindi, piano con le parole visto che poi gli elettori hanno la memoria lunga. Il decreto cui sta lavorando il ministro Di Maio (nella foto) punta a rendere meno convenienti i contratti a tempo determinato. L’obiettivo è quello di spingere le aziende a stabilizzare le assunzioni. Nella relazione che accompagna il provvedimento è scritto,però, che la riforma mette a rischio 8.000 posti di lavoro l’anno sotto forma di mancato rinnovo dei contratti a termine. La precisazione ha fatto esplodere polemiche enormi perché mai si è vista una legge che si propone di distruggere lavoro anziché crearli.

IL MINISTRO DI MAIO, per difendersi, ha gridato che sono tutte falsità, frutto di un complotto ai suoi danni. Non escludo che sia così. Però è evidente che nessuno dei suoi collaboratori ha letto il testo prima di mandarlo in stampa. Le polemiche di queste ore non tengono conto di alcuni elementi fondamentali. Il primo è questo: i posti di lavoro non si creano per decreto. Serve una politica che favorisca lo sviluppo e dia fiducia alle imprese. Per il momento non vedo ancora le condizioni. La ripresa,che già era molto bassa, sta rallentando. Scendono gli investimenti, come ha segnalato l’Ufficio parlamentare del bilancio. Senza una vigorosa politica per lo sviluppo non si va da nessuna parte. Ecco perché trovo irrilevanti le polemiche sul Decreto. Si guarda alla pagliuzza anziché all’emergenza reale. Il problema vero è lo sviluppo: per uscire dai guai l’Italia dovrebbe crescere fra il 3 e il 4% nei prossimi anni. Fino a quando restiamo nell’euro è un sogno irrealizzabile. È questo il vero problema che il governo dovrebbe affrontare. Il resto è solo sterile polemica.

Di | 2018-07-23T14:44:04+00:00 23/07/2018|Dossier Economia & Finanza|