Petrolio, croce e delizia
Il barile tra 50 e 60 dollari
Chi perde e chi guadagna

Anno chiave per l’oro nero. Potrebbe essere quello del picco della domanda. Strategie di riduzione della produzione potrebbero non bastare per spostare i prezzi in alto.

IL PETROLIO ha iniziato l’anno col botto, ma poi l’entusiasmo si è smorzato. Il Brent europeo – che si era spinto oltre i 58 dollari al barile nei primi giorni di gennaio – ora è sceso sui 53 dollari e l’americano Wti è tornato a quota 50. A pesare sulle quotazioni sono i dati sulle scorte Usa e la ripresa della produzione in Libia, che rischia di vanificare l’accordo sul taglio della produzione raggiunto dall’Opec con i maggiori produttori non-Opec. Da qui in poi, gli esperti sono divisi: c’è chi prevede prezzi in risalita sui 60 dollari per la seconda metà di quest’anno, come ha lasciato intendere il numero uno dell’Eni Claudio Descalzi, in buona compagnia con Goldman Sachs e altri, ma c’è anche chi propende per un declino al di sotto dei 50 dollari, come Nick Butler, esperto del King’s College e convinto assertore di un futuro energetico più pulito per il pianeta. Per Butler e altri analisti sulla sua stessa lunghezza d’onda, il mondo si avvicina a grandi passi al picco della domanda di idrocarburi, grazie alla crescente competitività delle fonti alternative e al forte sviluppo dell’auto elettrica. Se la sua visione è corretta e la domanda dovesse cominciare a rallentare in tempi brevi, non ci saranno tagli all’offerta che tengano. L’incertezza quindi resta alta e per quest’anno la volatilità è assicurata. Le quotazioni, peraltro, in un anno sono quasi raddoppiate (il punto più basso è stato raggiunto nel gennaio dell’anno scorso, a 27 dollari al barile), con buona pace degli automobilisti, che hanno già visto ripartire i listini di benzina e diesel, ma anche delle compagnie aeree, che dovranno fare i conti con i costi del carburante in forte ripresa. In definitiva, tutti i consumatori subiranno gli effetti dell’aumento dell’inflazione. Ma c’è anche chi trarrà vantaggio dalla ripresa dell’oro nero.

Le prime a guadagnare, ovviamente, sono le compagnie petrolifere, che potranno mettere sul mercato a prezzi maggiori il prodotto delle loro scoperte e perforazioni. Gli Stati petrolieri ne trarranno vantaggio più di tutti ed è per questo che stanno manovrando per ravvivare le quotazioni mettendo un freno alla produzione. L’accordo che l’Opec ha siglato lo scorso 11 dicembre con la Russia e altri dieci Paesi non Opec prevede un taglio di quasi 1,8 milioni di barili al giorno per sei mesi, ma come sempre l’applicazione reale del piano sarà tutta da verificare.

D’ALTRA parte, un prezzo del petrolio in rialzo comporta anche vantaggi per i produttori di energia verde, altrimenti messi fuori mercato da una fonte produttiva più economica, seppure più sporca. Analogamente, un alto prezzo del greggio incentiva le società che investono nella ricerca di nuove soluzioni per l’efficienza energetica, basti pensare che la vera spinta all’auto elettrica si è avuta quando il petrolio viaggiava sopra i 100 dollari al barile. Da ultimo, anche gli Stati altamente indebitati, come l’Italia, potrebbero avvantaggiarsi dalla crescita del greggio: il rapporto fra debito e Pil è inversamente legato all’inflazione, pertanto un rialzo dei prezzi a livelli fisiologici avrebbe un impatto positivo anche sull’indebitamento.

L’AUMENTO del greggio può rappresentare invece un problema per tutte le categorie di consumatori finali, che non possono trasferire i rialzi su qualcun altro. Aumento del petrolio vuol dire aumento del costo dei trasporti, quindi crescita del prezzo di praticamente tutti i beni che viaggiano su gomma: dagli alimentari ai mobili. Allo stesso tempo, il petrolio spesso trascina con sé il prezzo del gas: da ciò discende un aumento del prezzo della bolletta energetica, vale a dire luce e gas per le famiglie.

Il caro-greggio può impattare negativamente anche su alcuni settori specifici di attività: le linee aeree sono definite spesso «i canarini nella miniera», quindi le prime a mandare segnali di sofferenza in seguito all’aumento dei prezzi dei combustibili. In passato, col petrolio a livelli record, si è assistito a fusioni, tagli e riduzione di tratte per gestire il calo dei passeggeri: se la clientela business non soffre di un aumento dei prezzi, altrettanto non si può dire di chi viaggia per piacere che, di fronte a costi troppo elevati, preferisce scegliere mete più vicine ed abbordabili.

Un anno fa, barile a soli 27 dollari

Le quotazioni in un anno sono quasi raddoppiate: il punto più basso è stato raggiunto nel gennaio 2016, a 27 dollari al barile.

Esperti divisi, ma si resta su quota 50

Quotazioni odierne a 53 dollari al barile. Esperti divisi: chi prevede i 60 dollari chi vede invece i 50.

Deciso taglio alla produzione

L’accordo che l’Opec ha siglato in dicembre con la Russia e altri dieci Paesi non Opec: taglio di quasi 1,8 milioni di barili al giorno