Il mondo in un codice a barre
Custom, l’oro dagli scontrini
«Giocare d’anticipo è la chiave»

Giuliano Molossi

PARMA

C’È UN’AZIENDA italiana con la quale abbiamo a che fare ogni giorno, in ogni luogo. Quando andiamo a fare la spesa, quando andiamo al cinema o allo stadio, quando andiamo in treno o facciamo il check-in all’aeroporto, quando parcheggiamo la macchina, quando facciamo benzina, quando andiamo a un concerto, quando preleviamo i soldi al bancomat, quando prendiamo un biglietto della lotteria. Insomma, sempre. L’azienda ‘sempre presente’ è la Custom di Fontevivo, in provincia di Parma. Quest’anno festeggia i 25 anni di attività con un fatturato in crescita attorno ai 120 milioni (45% in Italia e 55% all’estero). Dove c’è uno scontrino loro ci sono. Dove c’è un codice a barre loro ci sono. Dietro quel pezzetto di carta c’è questa azienda di ticketing (ma non solo, come vedremo), leader nei prodotti per l’automazione dei servizi al pubblico. Più di 300 aeroporti nel mondo utilizzano la loro tecnologia per stampare carte d’imbarco, i loro prodotti sono venduti in 56 Paesi, hanno 422 dipendenti, 7 stabilimenti di produzione (tre in Italia, due in Cina, uno in Romania e uno in India).

OGGI fanno registratori di cassa, stampanti fiscali per qualunque esigenza, ma anche cellulari, app per smartphone e tablet. «La chiave del nostro successo – dice Carlo Stradi, il quarantenne presidente e amministratore delegato di Custom – è forse nella diversificazione strategica dell’offerta. Qualche concorrente, soprattutto multinazionali americane e giapponesi, è forte in un certo ambito, ma nessuna azienda come la nostra offre ai clienti un menu fatto di hardware, software e servizi. Oggi Custom è l’unico player worldwide a offrire soluzioni complete». Ma non basta questo a spiegare la formidabile espansione nel mondo di un’azienda nata per caso, come spesso capita nelle storie di successo, da uno scambio di battute fra due ragazzi svegli e intelligenti com’erano, venticinque anni fa, l’allora studente e rappresentante di stampanti Carlo Stradi e il perito elettronico Alberto Campanini, il ‘geniaccio’ della compagnia, che ancor oggi è la preziosa e insostituibile mente tecnica del gruppo. Nel ’92, ai tempi della normativa anti-inquinamento, i due si inventano una stampante collegata all’opacimetro, lo strumento per misurare i gas di scarico delle auto. Comincia tutto così, in un garage di Fontevivo. LA PROGETTAZIONE oggi è ancora qui, a due passi da quel garage, ma le loro macchine stampano i biglietti per i mondiali di calcio o quelli per entrare nei musei di Londra o New York. E invece di qualche officina del parmense, i loro clienti sono in 56 Paesi del mondo. Custom opera in sei ambiti differenti. Dal ticketing (automazione per eventi, trasporti e parcheggi) alle carte d’imbarco ed etichettature dei bagagli, dai giochi e lotterie ai Pos e registratori di cassa, da stampanti e scanner industriali fino ai telefoni, smartphone e app. I settori sono diversi, ma le direttive che lo staff di ingegneri ha ricevuto (tutta la progettazione è in Italia) sono le stesse: realizzare tecnologie di facile utilizzo, di immediata comprensione, per un servizio efficace e veloce. «L’obiettivo che mi pongo sempre – dice il presidente Stradi – è quello di ascoltare e capire le esigenze dei clienti e anticipare i loro bisogni. Insomma, essere già pronti a fare quello che stanno per chiedermi e non mi hanno ancora chiesto».

È CON QUESTO MODO di ragionare, ad esempio, che Custom ha conquistato la fiducia e la stima di grandi gruppi come Bulgari, Prada e Calzedonia. Uno staff di tecnici specializzati gestisce quotidianamente oltre 5mila punti vendita nel mondo. «Sono clienti importanti che devono pensare al loro core business, non hanno tempo da perdere con scontrini e bancomat. Si affidano a noi per non aver problemi». Un settore partito quasi per gioco, ma sicuramente destinato a crescere, è quello degli smartphone e cellulari con soluzioni personalizzate. E così, accanto al Ranger 2.0, smartphone di ultima generazione che fa di tutto e di più, c’è il Giuly, un mini cellulare con lo sportellino che ricorda il celebre Motorola Startac, appositamente studiato per le persone più anziane: telefona e si collega a Facebook.


Richard Ginori No delle banche, un gioiello a rischio

SESTO FIORENTINO

INCATENATI gli uni agli altri con le mani in bella vista per dimostrare la volontà di lottare, fino alla fine, per il proprio posto di lavoro. Volti tesi quelli dei lavoratori della storica manifattura Richard Ginori di Sesto Fiorentino che, nei giorni scorsi, hanno manifestato davanti alla sede fiorentina di due delle banche creditrici del vecchio fallimento Ginori Real Estate: Unicredit (al cui interno è lo sportello doBank che gestisce il credito pari a circa 23 milioni di euro) e Bnl. La permanenza sul territorio in cui è nata, nel 1735, per opera del marchese Ginori, ma anche la stessa sopravvivenza della storica manifattura delle porcellane è fortemente a rischio per la decisione degli istituti di credito che non hanno accettato l’offerta d’acquisto presentata dalla proprietà dell’azienda, gruppo Kering, per i terreni dove sorge lo stabilimento di Sesto Fiorentino. Nel maggio scorso in una riunione convocata dal Ministero dello Sviluppo economico l’accordo di massima tra l’azienda e le banche (nel pacchetto rientra anche la Popolare di Vicenza) sembrava raggiunto e trapelava un cauto ottimismo. Invece, poche settimane fa ancora in sede ministeriale, è arrivata la doccia fredda inaspettata e drammatica per i 280 lavoratori Ginori con il no di doBank all’offerta di 4,5 milioni di euro. La richiesta delle banche creditrici è quella di portare avanti la trattativa «sulla base del valore reale dell’immobile» stimato in 22,7 milioni di euro nel febbraio 2012, nell’asta pubblica andata deserta.

IL DIVARIO sembra dunque, almeno sulla carta, enorme anche perché la proprietà della Richard Ginori ha ribadito che la proposta rimarrà sul tavolo solo fino al 30 settembre e che comunque la vicenda dell’acquisto dei terreni dovrà concludersi entro la fine di quest’anno. Solo con la piena proprietà dell’area infatti l’azienda, che attualmente paga un canone di affitto di 900mila euro l’anno, sosterrà gli investimenti, circa dieci milioni di euro, previsti nel piano industriale per l’ammodernamento dello stabilimento e dei macchinari. Per cercare una soluzione il presidente della Toscana Enrico Rossi nei giorni scorsi ha lanciato un appello anche al ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda e ha annunciato che contatterà i vertici delle tre banche creditrici per superare lo stallo, drammatico, attuale. In gioco sono 280 posti di lavoro e la permanenza sul territorio della ‘fabbrica’ Ginori, ma non solo: nonostante gli impegni presi nel marzo scorso dal ministro Franceschini infatti non è ancora stata concretizzata l’acquisizione del Museo di Doccia confinante con lo stabilimento di Sesto. Un museo d’azienda che avrebbe davvero poco senso e poca vita senza la Richard Ginori accanto.

Sandra Nistri