Venti mesi di salvataggi
Le banche a caccia
della fiducia perduta

Camilla Cresci

MILANO

VENTI MESI che hanno ridisegnato il credito italiano. Così sarà ricordato il periodo che va dal dicembre 2015 (risoluzione delle quattro good bank) al settembre scorso, quando Crédit Agricole ha salvato le casse di Rimini, Cesena e San Miniato da un fallimento certo. Con questo salvataggio sale a dieci il numero di banche messe in sicurezza nell’arco di quasi un anno; il sistema può ora guardare al 2018 con maggiore tranquillità. Nel frattempo, infatti, Banca Mps è stata nazionalizzato con un’iniezione da 5,3 miliardi e le due ex popolari venete sono finite sotto le insegne di Intesa Sanpaolo con un’inedita liquidazione soft. L’incendio è stato insomma contenuto, se non proprio domato, e la fiducia è tornata tra gli investitori come dimostrano gli andamenti borsistici. È quindi già possibile fare un primo bilancio, per valutare chi siano i vincitori e chi gli sconfitti.

IL GOVERNO, regista dei salvataggi, ha mantenuto quasi tutte le promesse, soprattutto quella di evitare un bail-in che avrebbe avuto esplosive conseguenze sociali e finanziarie. C’è però la sensazione che Roma si sia mossa tardivamente, lasciando incancrenire piaghe aperte da molto. Si pensi a Mps, banca traballante almeno dal 2012, per la quale si è testardamente cercato fino all’ultimo una soluzione di mercato invece di allestire un intervento pubblico. Se Palazzo Chigi avesse percorso la seconda strada, agli azionisti sarebbero stati risparmiati aumenti di capitale miliardari e pesanti minusvalenze. Anche nella trattativa con le autorità europee l’esecutivo ha dato prova di eccessiva cautela, mettendosi alla mercé dei tecnici di Bruxelles, mentre miliardi di raccolta defluivano dalle casse delle banche. Un po’ di fermezza in più non avrebbe guastato. Fatti questi distinguo, va comunque riconosciuto alla delegazione guidata da Alessandro Rivera di aver completato la missione. Dalla partita dei salvataggi, il sistema bancario esce invece assai ammaccato. Le operazioni di sistema, dal 2015 a oggi, sono costate una decina di miliardi mal contati. Decisamente troppi, anche per far fronte a un rischio sistemico come un bail-in. Soprattutto perché la socializzazione delle perdite non è bastata a evitare l’intervento dello Stato che, a Siena come in Veneto, ha dovuto comunque impegnare i denari dei contribuenti. Si dirà che le banche italiane hanno fatto una polizza contro la speculazione, ma il premio versato al Fitd, al fondo di risoluzione o ad Atlante appare comunque spropositatamente alto. C’è però un’eccezione ed è Intesa Sanpaolo: con l’acquisto degli asset di Bpvi e Veneto Banca ha fatto indubbiamente un affare. Non solo perché l’operazione è a costo zero in termini patrimoniali, ma soprattutto perché il compratore ha l’opportunità di guadagnare quote di mercato in alcune delle aree più ricche del Paese.

E VISTO che Ubi ha fatto qualcosa di molto simile con l’acquisto di Banca Marche, Etruria e Carichieti, si potrebbe vedere nell’establishment bazoliano (promotore anche del fondo Atlante) il vero vincitore della partita dei salvataggi. Una lettura che richiama alla memoria quel primo, grande salvataggio del credito italiano che fu il Banco Ambrosiano. Nell’agosto del 1982 al capezzale dell’istituto che era stato Roberto Calvi fu chiamato proprio il professor Giovanni Bazoli che, su mandato del ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e del governatore Carlo Azeglio Ciampi, divenne il regista del turnaround.

MA UN BILANCIO di questa stagione non sarebbe completo senza gli sconfitti. E questi sono le migliaia di cittadini che hanno visto andare in fumo i risparmi investiti nelle banche. Anche se il bail-in è stato evitato, il conto delle perdite resta pesante tra azioni svalutate, diluizioni e bond subordinati convertiti. Il governo ha preso l’impegno di ristorare nei limiti del possibile i risparmiatori, ma la strada resta stretta, le risorse poche e i paletti di Bruxelles stringenti. Si vedrà se, almeno per qualcuno, il peso della sconfitta sarà meno bruciante.


MontePaschi Siena ritorna in Borsa, mentre aspetta la nuova governance

MILANO

L’ULTIMO PASSO per la normalizzazione del Montepaschi è ormai questione di giorni. I vertici della banca senese passata ad agosto sotto il controllo del Tesoro (dopo un’iniezione ricostituente da 5,3 miliardi) attendono solo il via libera Consob per deliberare il rientro in Borsa. Le azioni Mps sono infatti sospese dagli scambi dal dicembre scorso quando, fallito il tentativo di salvataggio privato pilotato da Jp Morgan, la banca ha chiesto l’intervento dello Stato. Il salvataggio non è stato impresa semplice, se si pensa che per condurre Siena sotto l’egida del Mef ci sono voluti sei mesi di trattative serrate con la Bce e la commissione europea. Il sospirato via libera è arrivato solo alla fine di giugno, quando Roma ha potuto predisporre l’intervento. Ora il rientro in Borsa chiude in un certo senso il cantiere, anche se non tutto è stato ancora definito. È stata definita anche l’offerta di scambio che consentirà di ristorare gli obbligazionisti retail. L’operazione, definita la scorsa settimana metterà a disposizione 1 miliardo e mezzo di euro per chi ha comprato allo sportello il bond Antonveneta da 2,16 miliardi, in modo da scambiare le nuove azioni con bond senior.

ATTRAVERSO questa operazione, via XX Settembre potrà aumentare la propria quota dall’attuale 53% al 70%. Altro tema sul tavolo è la definizione della nuova governance, figlia naturalmente dei nuovi assetti proprietari. Lo statuto sarà messo in votazione a novembre e fonti vicine alla banca suggeriscono che si tratterà di una pura formalità. Sempre in quella sede i soci dovranno nominare il nuovo consiglio di amministrazione, espressione dei nuovi azionisti della banca. E non è del tutto escluso che qualche cambiamento avvenga anche ai vertici del top management.

Camilla Cresci