STEFANO VENTURI

Dai pc ai Big Data: Hpe torna alle origini
«Innovazione tecnologica nel nostro Dna»

Alessia Gozzi
MILANO

TRE anni fa abbiamo deciso di tornare alle origini: fare innovazione pura nell’ambito dell’avanguardia tecnologica». Stefano Venturi, presidente e amministratore delegato di Hewlett Packard Enterprise Italia e vice presidente Hewlett Packard Enterprise Inc., racconta la nuova pelle di un’azienda simbolo della tecnologia, nata nel 1939 quando due giovani laureati, Bill Hewlett e David Packard, fondarono in un garage di Palo Alto la prima start–up della Silicon Valley. Il primo prodotto fu un oscillatore audio utilizzato nel film di Walt Disney Fantasia. Nel 2015 la decisione di abbandonare computer e stampanti per concentrarsi sulle nuove autostrade tecnologiche: quelle sulle quali corrono i Big Data.

Nel 2015 la svolta: quale è il volto dell’azienda oggi?

«I settori computer e stampanti sono stati scorporati un un’azienda diversa, HP, che abbiamo quotato e ceduto completamente. Il nostro focus adesso è costruire le tecnologie che abilitano la cosiddetta data driven society, cioè la società fondata sul possesso dei dati e sulla possibilità di analizzarli. Questo significa spaziare dagli strumenti diagnostici nella sanità, ai super computer spaziali fino al mondo finanziario e alle piccole imprese. Ad esempio, il super computer a bordo della stazione spaziale orbitante europea è una nostra creatura, sia a livello di hardware che di software di intelligenza artificiale per elaborare i dati».

La società dei dati è già una realtà…

«Sì, siamo nel pieno del vortice. Basti pensare che, nel 2020, si stima avremo 200 miliardi di sensori nel mondo che trasmettono dati e sei miliardi di utenti web. Le aziende e le varie organizzazioni giocheranno il proprio successo sulla capacità di estrarre senso e valore da questa enorme mole di dati ».

E qui entrate in campo voi…

«Per elaborare tutti questi dati servono piattaforme di nuova generazione. Nel concreto significa, ad esempio, essere in grado in prospettiva di fare previsioni meteo a lungo termine, prevedere i comportamenti del mercato finanziario, scoprire marcatori precoci di malattie grazie all’esame di milioni di cartelle cliniche».

L’intelligenza artificiale è un pezzo fondamentale di questa trasformazione tecnologica.

«È una delle frontiere più affascinanti. Da un lato, l’intelligenza artificiale spaventa ma, dall’altro, la creatività umana non sparirà, anzi. Ci sarà un’estensione delle nostre capacità. Uno dei settori principali è quello della manutenzione predittiva, cioè la capacità di prevedere quando si guasterà un treno, un aereo o una linea di produzione con i conseguenti risparmi in termini di efficienza dei ricambi. Poi c’è la ricerca scientifica, più dati riesco ad analizzare più riesco ad aumentare le mie capacità. Ad esempio, stiamo partner del progetto Blue Brain con il politecnico di Losanna, un sistema di mappatura del cervello umano: grazie ai nostri sistemi di intelligenza artificiale la capacità di sviluppo è aumentata di 250 volte».

Quali sono invece i filoni più promettenti dell’Internet delle cose?

«In sostanza si tratta di sensori collegati alla rete. In ambito industriale l’IoT ci permette di gestire sistemi complessi. Noi abbiamo investito moltissimo in questo ambito, soprattutto sul fronte della cyber security: abbiamo ideato un sistema di sicurezza che monitora il sensore e si accorge se viene hackerato. Con Msc crociere abbiamo fatto un progetto per le navi di nuova generazione: ogni passeggero in ogni momento attraverso lo smartphone sa esattamente dove si trova all’interno della nave, in orizzontale e in verticale, come in una smart city».

In Italia il governo ha provato a incentivare Industria 4.0. A che punto siamo a suo avviso?

«Industria 4.0 è stato un piano positivo che ha fatto uscire gli imprenditori dal guscio spingendoli a fare innovazione. Mi auguro che gli incentivi proseguano. La mano pubblica è importante per la parte di invenzione, la ricerca di base, ma l’innovazione devono farla le imprese: sono due mondi che devono coesistere».

Cosa è per lei l’innovazione?

«Inventare significa trasformare il denaro in idee, l’innovazione è il processo inverso: trasformare le idee in business, che significa denaro ma anche benefici per la società ».

L’Italia non brilla nelle classifiche mondiali dell’innovazione, riusciremo a recuperare questo gap?

«Se si guarda alla somma di tutti gli elementi l’Italia non va molto bene, la nostra capacità di innovazione è limitata. Ma se andiamo a guardare sotto la superficie, vediamo che ci sono delle eccellenze spettacolari. Magari medio-piccole, ma gli altri Paesi non le hanno. Sono delle minimultinazionali che hanno innovato e si sono aperte al mondo: queste aziende ci chiedono il meglio dell’innovazione che abbiamo, e pretendono sempre di più».

Come è stato, invece, l’anno di Hewlett-Packard Enterprise?

«L’anno fiscale chiuso il 31 ottobre è stato un anno record, di crescita in tutte le business unit, con 30,9 miliardi di fatturato complessivo. Non potevo sperare di meglio ».

Di |2018-12-24T11:52:57+00:0024/12/2018|Primo piano|