Stati di famiglia nelle aziende

Rifle, la storia nel futuro
«Non siamo trendy Vestiamo le persone»

RAPPRESENTA la terza generazione della Rifle fondata, nel 1958, da suo nonno e poi diretta per molti anni da suo padre Sandro. Giulio Fratini ha solo 25 anni e da circa un anno è subentrato alla guida dell’azienda. Ingegnere laureato al Politecnico di Milano, ha conseguito poi una laurea specialistica in Finanza e un successivo Master a Londra.

Il suo curriculum e profilo apparentemente sono lontani dal mondo della moda…
«Vengo da un mondo completamente diverso in effetti ma credo fortemente che le aziende si basino non solo su concetti di crescita di fatturato, ma anche di ottimizzazioni interne che, per me, sono fondate su efficienza ed efficacia. Poi è ovvio che la parte stilistica in un mondo come quello di Rifle deve rinnovarsi continuamente, ma quando i miei amici mi chiedono se faccio moda rispondo che in realtà non faccio moda, ma abbigliamento, una cosa ben diversa».

Qual è il suo obiettivo facendo abbigliamento?
«Il mio obiettivo è vestire le persone normali in tutte le fasi della giornata, sia per andare al mattino al lavoro che per fare l’aperitivo la sera o quando sono in tenuta di riposo da casa, è un marchio trasversale. La moda invece è arte. Poi abbiamo anche sfumature fashion in una parte della nostra collezione che è quella di chi osa un po’ di più per essere più attuale possibile. Non che il nostro marchio non sia attuale, ma quello che sto cercando di dare all’azienda è un tocco di giovinezza, cercare di andare dalla storia di Rifle a ricostruire il nostro futuro».

Come si unisce il passato di Rifle al futuro?
«Anche attraverso la rivisitazione, in chiave moderna, di elementi e prodotti storici della Rifle. A giugno, per lo scorso Pitti, abbiamo fatto un progetto importante con il fotografo Giovanni Gastel che ha fatto 12-13 scatti della nostra collezione andando a cogliere in parallelo elementi di opere d’arte del Novecento italiano. I dettagli fotografati da Gastel riportano alle nostre origini, una molto bella è quella di un bottone dei nostri jeans che noi utilizzavamo trent’anni fa e che è stato modificato, modernizzato ed applicato alla nuova collezione».

Quindi l’attualità legata alla storia del marchio…
«Una modernità che si rifà alla tradizione e che ha una storia da raccontare. Il nostro obiettivo è cercare di riprendere le nostre vestibilità, il nostro stile, il nostro Dna, riguardarlo, modernizzarlo e cercare di adeguarlo a quelle che sono le necessità del mercato con un rapporto qualità-prezzo competitivo per il prodotto che diamo. Non vogliamo essere un marchio di tendenza, vogliamo vestire le persone».

La produzione di Rifle non è da tempo effettuata in Italia, ma voi avete gli uffici e la sede a Barberino del Mugello e gran parte delle vendite sono in Italia.Quali sono i vostri progetti di espansione come vendite?
«L’obiettivo è quello di poter diffondere il nostro prodotto in Paesi e mercati in cui un tempo eravamo molto forti, penso ad esempio ai paesi dell’Est, alla Germania, Russia, Bulgaria cercando di inserirci anche in nuovi mercati. Abbiamo 23 negozi retail, ma vorremmo espandere questa rete in città strategiche: avere un negozio in centro a Milano ad esempio per noi sarebbe fondamentale. Io però vorrei puntare molto anche all’e-commerce affrontandolo come fosse un mercato reale. Da un anno e mezzo poi abbiamo implementato molto il mondo social: la nostra pagina Facebook, ad esempio, ha una media di 280-300mila visualizzazioni a settimana».

Cavalli Rilancia su Firenze, ma deve fare i conti con 200 esuberi

LA DOCCIA fredda è arrivata lo scorso ottobre con la presentazione del piano di riorganizzazione aziendale della ‘griffe’ Cavalli. Il progetto presentato meno di due mesi fa ai sindacati, che ha dato il via ad una mobilitazione dei lavoratori con scioperi e presidi effettuati a più riprese davanti allo stabilimento Roberto Cavalli di Sesto Fiorentino in provincia di Firenze, prevede infatti la chiusura della sede di Milano dell’azienda e la riduzione dell’organico, nel mondo, di circa 200 unità.

IN PARTICOLARE gli esuberi previsti a livello nazionale sono 115, 77 dei quali solo per la sede di Firenze, nella zona industriale dell’Osmannoro. Il piano presentato, con la dismissione della sede milanese ed il trasferimento dell’Ufficio Stile da Milano a Firenze (un dietrofront immediato ed inaspettato visto che il comparto stile era stato portato a Milano meno di un anno fa), secondo la proprietà avrebbe l’obiettivo dichiarato di voler rafforzare il legame del brand con il territorio fiorentino e toscano ma in questi propositi, a detta delle rappresentanze sindacali, c’è qualcosa che stride. L’elemento che in questo senso balza maggiormente agli occhi è quello della annunciata chiusura della stamperia a Firenze, vero fiore all’occhiello da sempre dell’azienda per la realizzazione delle fantasie, quelle animalier particolarmente note ma non solo, che hanno fatto la fortuna del marchio fin dall’inizio, con la successiva esternalizzazione dell’attività.

ALTRO NODO da gestire quello del ritorno a Firenze dei circa 80 lavoratori che, nel novembre 2015, con la precedente riorganizzazione della griffe Cavalli (che aveva portato anche a 39 esuberi) si erano trasferiti, armi e bagagli, in terra lombarda pur di non perdere il lavoro: «Vogliamo discutere soprattutto tre punti con la proprietà – sottolineano infatti le rappresentanze sindacali – il primo è proprio quello della riduzione dell’organico che è del tutto incompatibile con gli annunci di rilancio della sede di Firenze prospettati dall’azienda, il secondo è quello della chiusura della stamperia che riteniamo del tutto paradossale visto che da sempre rappresenta il tratto distintivo di Cavalli ed il terzo è relativo al trasferimento dei lavoratori da Milano a Firenze che, francamente, non abbiamo capito come sarà affrontato». Per adesso le posizioni sembrano piuttosto lontane: l’azienda, in un recente confronto con i sindacati ha avanzato la proposta di un indennizzo di alcune mensilità ai lavoratori in esubero ma il passo è giudicato «insufficiente ed irricevibile» dai sindacati che chiedono un ripensamento e, comunque, l’utilizzo di ammortizzatori sociali.

Di |2018-10-02T09:25:40+00:0001/12/2016|Focus Moda|