STARTUP INNOVATIVE

«Fate come noi, imparate a rischiare»
Il segreto per diventare Startup Nation

MILANO

SAUL SINGER, nel suo libro ‘The Startup Nation’ ha coniato un termine che ormai tutti usano riferendosi a Israele e ha cercato di rispondere alla domanda da un milione di dollari: com’è possibile che Israele – un Paese di appena 8milioni di abitanti, nato solo 70 anni fa, circondato da nemici, in costante stato di guerra dalla sua fondazione, senza risorse naturali – riesca a produrre più startup innovative di nazioni grandi, pacifiche e stabili come l’Italia, la Francia o il Regno Unito.

Israele è un Paese ossessionato dall’innovazione e dagli ecosistemi nascenti. Può spiegare il perché?

«La cosa importante da capire sull’innovazione è che non si tratta di idee. Ci sono grandi idee ovunque. Quello che conta è ciò che si aggiunge alle idee per produrre innovazione, che è soprattutto un grande slancio e la volontà di rischiare. Il nostro libro parla principalmente di dove Israele ha ottenuto questi due ingredienti aggiuntivi».

Quali sono i fattori fondamentali di questa crescita?

«Da un lato, Israele è di per se stesso una startup, è un’idea che ha richiesto molto impegno e molti rischi personali per trasformarsi in realtà. Dall’altro lato, ci sono i valori e le capacità che gli israeliani imparano nell’esercito, come lo spirito di sacrificio, la leadership, l’orientamento alla missione e il lavoro di squadra. Infine c’è un terzo elemento importante: Israele è un Paese di immigrati e gli immigrati tendono a essere più motivati e disposti a correre dei rischi».

Quali sono i tre consigli che lei darebbe a un imprenditore ai suoi esordi?

«Prima di tutto: trova un problema importante che ti interessa davvero risolvere. Visto che dovrai lavorare duro, tanto vale farlo su qualcosa che ti sta molto a cuore. In secondo luogo: esci fuori da casa tua, esponiti ai grandi problemi degli altri Paesi, che non avresti mai immaginato. Lungo la strada troverai grandi imprenditori che capiscono meglio i problemi del proprio Paese, ma hanno bisogno anche di uno sguardo esterno. Insieme, avrete una possibilità molto migliore di trovare il problema giusto e risolverlo rispetto a quello che fareste ognuno per conto proprio. In terzo luogo: ragiona oltre gli Stati Uniti, l’Europa e la Cina. Ci sono grandi problemi di rilevanza globale da affrontare in molti altri luoghi e questi altri luoghi possono essere il punto di partenza migliore per iniziare a costruire qualcosa di grande».

Dall’uscita del suo primo libro a oggi Israele si è evoluto da una Startup Nation a una Unicorn Nation. Cosa succederà adesso?

«Israele e la Silicon Valley sono i primi ecosistemi arrivati al terzo livello, quello di aver prodotto più di dieci unicorni (ovvero le imprese innovative con un valore superiore a un miliardo di euro, ndr), nel mondo di oggi. Molti altri Paesi stanno cercando di superare una soglia raggiunta da Israele alla fine degli anni ‘90, quando abbiamo avuto le nostre prime storie di successo, quelle che ci hanno messo sulla mappa globale dell’innovazione. Dovremmo aiutarli a raggiungere quella soglia più velocemente, innovando con loro, combinandole nostre forze. Non possiamo limitarci a dialogare con il mercato americano, dobbiamo gettare ponti con altri Paesi e continenti. Se lo faremo, la StartUp Nation potrebbe ampliarsi per dimensioni e impatto. Allo stesso tempo, dobbiamo colmare il divario all’interno d’Israele tra l’hi-tech e il resto dell’economia. Credo che aumenterebbe notevolmente sia l’equità sociale che la crescita».

Elena Comelli

 

IL DENARO NON DORME MAI
di GIUSEPPE TURANI

IL LATO OSCURO DELLA LIRA

C’È UN ASPETTO che i sovranisti, cioè quelli favorevoli al ritorno alla lira, trascurano: esiste un lato oscuro della moneta nazionale. La cosa non è difficile da capire. Se io dispongo di una moneta mia, la lira ad esempio, è evidente che posso svalutarla e riacquisto competitività. Se svaluto del 20% verso il dollaro (o l’euro, a quel punto) per tutti quelli dell’area euro e del dollaro le scarpe che voglio vendere costeranno (a loro) il 20% in meno. E quindi venderò di più. E non avrò fatto alcun sforzo. Non ho ridotto l’occupazione, non ho riorganizzato i miei impianti, cambiato le leggi sul lavoro o migliorato il marketing. Niente di niente. È bastato abbassare il valore della mia moneta, e di colpo sono diventato più efficiente. È un comportamento che l’Italia ha adottato per anni. E che alcuni ritengono interessante anche oggi. Questa è la storia che raccontano i sovranisti. Ma è solo la prima metà della storia. La seconda è decisamente più angosciosa. In due modi. 1) Per il cliente americano o europeo le mie scarpe costano il 20% per cento in meno. Ma anche la mia azienda costa il 20% in meno: per gli stranieri, cioè, diventa più vantaggioso comprare le imprese italiane perché le pagano meno, esattamente come le scarpe. In sostanza, espongo il mio sistema produttivo agli appetiti di chi dispone di dollari o di euro. 2) Il secondo aspetto sembra più intricato, ma non è così. Con la svalutazione, io vendo le mie merci più facilmente all’estero perché per gli stranieri costano meno di prima. Il rovescio della medaglia è che tutto quello che invece devo comprare io (dalle auto ai computer al petrolio) all’estero, mi costa esattamente il 20% in più.

ATTRAVERSO QUESTA VIA, i miei costi di produzione cominciano a salire e, dopo un certo periodo di tempo, sarò costretto a alzare i prezzi. Azzerando di fatto i vantaggi della precedente svalutazione. Morale: abbassare il valore della moneta nazionale sembra una grande idea. Invece è una specie di spirale infinita. Se scelgo di essere competitivo svalutando la moneta, invece di riorganizzarmi e di diventare più bravo, devo essere pronto a farlo una volta, poi un’altra e un’altra ancora. Un inferno. E infatti non a caso il paese che oggi va meglio in Europa, la Germania, ha sempre seguito la strada inversa, cioè quella di una moneta forte.

Di | 2018-05-22T14:18:50+00:00 22/05/2018|Primo piano|