Eurizon brinda ai suoi conti d’oro
«Finita l’era delle scelte fai da te
Il risparmio cerca strade nuove»

Luca Zorloni

MILANO

IL CONTESTO è roseo. «Già nel 2016 avevamo registrato una buona crescita del risparmio gestito italiano e, anche quest’anno, il nostro mercato sta facendo bene, ma tutta l’industria del risparmio gestito a livello globale sta vivendo un momento molto positivo». E i risultati ottenuti dal gruppo sono ancora migliori. «Testimoniano la bontà del nostro modello di servizio». Così Tommaso Corcos, ad di Eurizon, società di gestione del risparmio a cui fa capo la divisione asset management di Intesa Sanpaolo, guarda al percorso compiuto dall’azienda che guida. La semestrale di giugno ha registrato sul valore del patrimonio la soglia dei 300 miliardi di euro, prima volta nella storia di Eurizon, e l’utile netto ha raggiunto i 241,8 milioni di euro, in aumento del 32% rispetto all’anno precedente. «Siamo contenti dei risultati, abbiamo costruito un modello di servizio basato sulla prossimità con i gestori della banca e con i  financial advisor, una responsabilità condivisa tra sgr e consulente che mette al centro gli interessi e i bisogni del cliente», osserva Corcos.

D’ALTRONDE, questo non è più un mercato del fai-da-te, riconosce il manager. «È aumentata la complessità anche per effetto delle nuove normative. Basti pensare alla normativa sul bail in che ha trasformato il profilo di rischio dell’investimento in obbligazioni bancarie. Anche i tassi bassi hanno spinto i risparmiatori a cercare nuove soluzioni di investimento», aggiunge il vertice di Eurizon. E davanti alla normative sul bail in e all’obbligazionario che ha perso lo smalto di un investimento al sicuro dai rischi, «i risparmiatori sono stati costretti a trovare nuove soluzioni». A giocare a favore del ritorno alla gestione degli asset di investimento da parte di società specializzate sono anche il migliore andamento dei mercati finanziari, ora in apprensione per le tensioni tra Stati Uniti e Corea del Nord, e, nel caso dell’Italia, l’incentivazione dei Piani individuali di risparmio (Pir), che hanno il «duplice obiettivo di favorire lo sviluppo del risparmio di lungo periodo e creare un canale di finanziamento alternativo alla banca», osserva Corcos.

TANTO che le previsioni del governo sull’effetto dei Pir nel 2017, che stimavano un impatto di 1,8 miliardi di euro, sono state, positivamente, smentite. «Verosimilmente quest’anno si supereranno i 10 miliardi», chiosa l’ad di Eurizon. I motivi? «L’incentivazione fiscale è il primo. Le strutture di consulenza hanno potuto indirizzare i risparmiatori verso obiettivi di investimento su un orizzonte temporale più lungo. Ha stimolato l’idea di finanziare la struttura ossea del nostro sistema Paese cioè il sistema industriale delle Pmi. Infine avendo il 30% di investimento libero, si possono creare soluzioni diversificate anche a livello geografico oltre che con diversi profili di rischio», argomenta Corcos. La stessa Eurizon a fine giugno è arrivata a 1,2 miliardi di raccolta ni Pir. Nel complesso, Corcos stima che se non ci saranno scossoni sui mercati finanziari, Eurizon potrebbe continuare ad accrescere asset gestiti e patrimonio alla stessa velocità dei primi nove mesi dell’anno. Una spinta potrebbe arrivare dai servizi innovativi, da algoritmi a supporto dei processi aziendali, all’intelligenza artificiale a meccanismi di veicolazione veloce di contenuti finanziari a consulenti o clienti. «Su queste direzioni ci stiamo muovendo da tempo», assicura l’ad.

 


Il report Ai ricchi piace l’economia digitale, ma non rinunciano al fattore umano

IL ROBOADVISOR piace. Almeno ai grandi patrimoni. A svelarlo è l’ultimo World wealth report, il rapporto sul wealth management mondiale firmato da Capgemini, azienda specializzata nella consulenza e nei servizi esternalizzati. Dalla ricerca emerge che i cosiddetti high net worth individuals, ossia coloro che hanno investito almeno un milione di dollari, al di fuori delle spese per la prima casa, i capricci da collezioni e le canoniche spese di consumo, apprezzano una consulenza ibrida sulla gestione dei propri patrimoni, che unisca alle tradizionali competenze dei manager l’interazione con strumenti digitali. Tanto che il 56,2% di questa popolazione di ricchi investitori si dice pronta ad affidare la gestione del proprio patrimonio non più ai tradizionali uffici di consulenza o alle banche, bensì ai colossi dell’economia virtuale, come Google e Alibaba. Le big company, per l’appunto, si stanno attrezzando per rispondere a questi nuovi bisogni ed estendere i propri tentacoli a un altro settore, quello finanziario, di cui finora hanno curato solo l’aspetto dei pagamenti collegati all’e-commerce. Tuttavia, gli intervistati dichiarano a Capgemini di considerare queste società più efficienti, trasparenti, eccellenti online e innovative.

LE ABITUDINI degli investitori non cancellano del tutto l’apporto del consulente, al contrario. La relazione con il wealth manager è considerata dal 60% degli investitori utilissima all’inizio, quando bisogna stabilire la strategia di gestione dei risparmi e delle ricchezze. Nella fase più creativa, quindi, l’uomo resta un elemento fondamentale. Successivamente, il 42,7% dice di preferire soluzioni ibride uomo-macchina, il 19,7% di avere solo un consulente digitale e automatizzato, mentre il 37,5% non si allontana dal wealth manager in carne e ossa. Questo indica, quindi, che nelle attività più ripetitive e meccaniche, il robot viene considerato più affidabile dell’uomo. «Con la ricchezza mondiale ai massimi storici, i risultati del World wealth report 2017 sono fondamentali per quei wealth manager che si stanno orientando verso l’hybrid advice», ha dichiarato Monia Ferrari, head of banking di Capgemini Italia. «Le società possono dare inizio al loro percorso verso l’ibrido, concentrandosi sulla trasformazione connessa a persone, processi e progetti». Il private banking europeo esce da un 2016 non brillante. Secondo un rapporto di McKinsey, «nel 2016 l’industria del private banking nell’Europa ha registrato risultati non soddisfacenti sia nella crescita degli asset gestiti sia della profittabilità», per questo deve individuare «nuovi modelli di business che richiedono cambiamenti significativi». E la tecnologia è uno di questi. Per Capgemini le aree che necessitano di una trasformazione strategica includono: modello di consulenza, reclutamento dei talenti, segmentazione della clientela, analisi dei dati, personalizzazione del percorso dei clienti e delle strutture di tariffazione, esecuzione del programma, cultura e marketing.

Luca Zorloni