Dal Pacchetto Treu al Jobs Act
La lunga stagione delle riforme
per dar vita a un nuovo lavoro

di TIZIANO TREU*

LA NORMATIVA e le politiche del lavoro nel nostro Paese sono sempre state oggetto di controversie e di interventi riformatori diversi, spesso contraddittori. Ma presentano alcune linee direttrici che vanno in un verso abbastanza chiaro. Possiamo considerare significativa una periodizzazione ventennale che fa seguito al grande accordo sociale del 1993, si avvia con la riforma delle pensioni del 1995 e con la legge 196/1997 e arriva al Jobs Act del 2014/2015. Ho avuto la fortuna di cominciare la mia attività politico-istituzionale diretta all’inizio di questo periodo e di continuare il mio impegno, sia pure con diverse responsabilità, fino alle ultime riforme del Jobs Act. Per quanto riguarda le politiche del lavoro in senso stretto e del mercato del lavoro – escluse cioè le pensioni – la linea ispiratrice originaria si rifà alle guidelines europee del 1996-97. A distanza di vent’anni la riflessione ci restituisce una traiettoria sorretta da un filo conduttore, anche se con non poche rotture e deviazioni. E’ da quegli anni che comincia una profonda trasformazione del diritto del lavoro tradizionale, formatosi nel secolo scorso, motivata da ragioni strutturali. Infatti le guidelines europee, ma già le riflessioni della dottrina di vari Paesi, mettevano in discussione alcuni caratteri fondativi di quel sistema giuridico o, come si dice, del suo «paradigma»: il concetto di subordinazione, la generalità e la rigidità delle norme protettive del lavoratore, la centralità della regolazione del rapporto individuale rispetto a quella del mercato del lavoro. Queste trasformazioni del sistema, accentuate dalla competizione globale, richiedevano alle imprese e ai lavoratori accresciute capacità di «adattamento», come si esprimevano le prime guidelines, o di flessibilità, come si dirà poi. Il che comportava modifiche sia nell’organizzazione fordista e nella cultura delle aziende e dei lavoratori, sia nel carattere inderogabile delle norme regolatrici del rapporto di lavoro, nel senso della flessibilità e variabilità.

GLI INTERVENTI del primo governo Prodi sono caratterizzati dalla introduzione di innovativi aspetti di flessibilità non solo in entrata (lavoro interinale) ma anche nella gestione del rapporto di lavoro, (sul part time in particolare) e da una nuova attenzione alla transizione fra scuola e lavoro, con la promozione di apprendistato e stage. Ma risentono di non poche limitazioni rispetto alla impostazione iniziale, per la necessità di contemperare le proposte del governo con le richieste del sindacato, come risulta dal confronto dei primi progetti (Liberalizzazione del mercato del lavoro e Statuto dei Lavori) con il Patto del lavoro del 1996 e con la versione finale della legge 196/1997. A questo limite se ne aggiunse uno più grave, conseguente alla crisi del governo Prodi, che impedì di varare le ambiziose proposte di riforma degli ammortizzatori sociali elaborate dalla Commissione Onofri. In tal modo il progetto di aderire alle indicazioni europee della flexicurity viene amputato di parti essenziali, quelle delle tutele sul mercato del lavoro.

LE RIFORME del governo Prodi, nonostante questi limiti, hanno innescato un processo di apertura e di flessibilità del mercato del lavoro che doveva favorire un miglioramento delle performance occupazionali, sia pure contenuto per la scarsa dinamicità della nostra crescita economica. Sono convinto, per esempio, che il superamento del monopolio pubblico del collocamento e il riconoscimento della promozione delle Agenzie di lavoro interinale, pur toccando solo un aspetto della regolazione del lavoro, abbiano dato un forte segnale nel senso dell’apertura e della flessibilità del mercato. È un caso non comune nella nostra storia, in cui l’intervento normativo ha avuto un effetto liberatorio e moltiplicatore anche oltre le aspettative.

*Presidente del Cnel


Il peso delle Agenzie In venti anni 8 milioni di contratti

ROMA

IL PACCHETTO TREU compie venti anni. La prima e più organica riforma del mercato del lavoro entrò in vigore il 24 giugno del ’97. In primo piano la fine del monopolio pubblico del collocamento e l’introduzione in Italia del lavoro interinale o temporaneo. Da allora sono 8 milioni le persone che hanno avuto accesso a un’occasione lavorativa attraverso un contratto interinale prima, di somministrazione poi. La media annua su base mensile di questa tipologia di occupati è passata dai 7.950 del 1998 ai 378 mila del 2016. È quanto emerge dalle rilevazioni effettuate da Assolavoro DataLab, l’Osservatorio promosso da Assolavoro. «Nel corso di questi venti anni di attività – osserva Stefano Scabbio, presidente dell’Associazione nazionale delle Agenzie per il Lavoro – le nostre strutture hanno contribuito a qualificare sempre più il mercato del lavoro, tanto da diventare modello europeo. Siamo partiti in ritardo rispetto ad altri Paesi, ma i continui investimenti in formazione e welfare ci hanno permesso di recuperare terreno rapidamente e di essere capofila nel passaggio dall’idea di job security a quella di employment security».

NEGLI ULTIMI TRE ANNI, principalmente, la somministrazione registra una costante crescita che si accompagna a un sensibile aumento dei lavoratori con contratto a tempo indeterminato. Solo nel 2016 il settore è cresciuto del 9% rispetto all’anno precedente e, nei primi mesi del 2017, sono già due i record raggiunti: ad aprile i lavoratori con contratto di somministrazione sono stati 442.350, il dato mensile più alto degli ultimi vent’anni e ancora più interessante è il numero di contratti a tempo indeterminato che a gennaio hanno toccato quota 43.940. «La somministrazione – commenta Scabbio – è stata riconosciuta universalmente come il migliore modello di flessibilità. Garantisce ai lavoratori gli stessi diritti, le stesse tutele e la stessa retribuzione dei lavoratori dipendenti delle imprese presso le quali lavorano». Nei prossimi mesi le sfide da affrontare saranno legate soprattutto al diffondersi dei nuovi modelli produttivi e delle nuove professionalità dell’Industria 4.0. «Automazione e digitalizzazione stanno trasformando processi, tempi e modalità di lavorare – conclude Scabbio – La competizione si sposta sulla capacità di impiegare al meglio, nei tempi dovuti, i talenti giusti per ogni posizione lavorativa. Su questo il contributo delle Agenzie per il lavoro è noto a imprese, lavoratori e sindacati».

Al. Pi.