SOSTENIBILITÀ E INDUSTRIA

Tra green bond e quote rosa
l’attenzione al sociale paga
Dalle imprese 1,4 miliardi
In testa le aziende quotate

Riccardo Rimondi
MILANO

NEL 2017, A GIUGNO, Intesa Sanpaolo ha emesso il suo primo green bond da 500 milioni di euro: l’importo raccolto serve a finanziare progetti su energie rinnovabili ed efficienza energetica. Enel si è data diversi obiettivi per incentivare l’inclusione e la parità di genere: tra questi, far sì che le donne siano il 50% nella short list (l’elenco ristretto dei candidati per un lavoro) entro il 2021. Ferrovie dello Stato nel 2016 ha istituito un comitato di sostenibilità: ne fanno parte i vertici delle principali società operative e ha l’obiettivo di integrare gli aspetti sociali e ambientali nelle strategie economico-finanziarie. L’elenco delle ‘buone azioni’ delle aziende italiane sarebbe ancora lungo ed è destinato ad ampliarsi, visto il momento di gloria che sta vivendo, da qualche anno, il tema della responsabilità sociale d’impresa.

IN INGLESE si chiama ‘corporate social responsability’ ed è per questo che l’acronimo Csr è diventato universale. Identifica l’intenzione di un’impresa di considerare l’impatto sociale ed etico della propria azione. In Italia, dicono alcuni studi, l’attenzione in materia sta crescendo a ritmi vertiginosi. Lo sostiene l’Osservatorio Socialis, che stima in 1,4 miliardi l’investimento in azioni di responsabilità sociale d’impresa di aziende italiane nel 2017, con una crescita del 25% (300 milioni) in due anni. Analizzando un campione di 400 imprese con oltre 80 dipendenti l’osservatorio ha rilevato come l’85% di queste abbiano deciso di intraprendere azioni di Csr: erano poco più della metà, il 44%, nel 2001. In media le imprese italiane hanno speso in responsabilità sociale 209mila euro a testa, 33mila in più rispetto al 2015 e 58mila in meno di ciò che si aspettano di spendere quest’anno.

NEL 52% dei casi sono spinte dall’interesse a migliorare i rapporti con i portatori d’interessi, ma contano molto anche la sensibilità ambientale e il bisogno di aumentare i clienti o migliorare la propria immagine. Il tema è attuale per le quotate, come emerge da uno studio di Csr Manager Network, associazione che riunisce oltre 130 professionisti del settore: tra il 2013 e il 2017 la percentuale di società del Ftse Mib che hanno inserito nel proprio piano strategico obiettivi socio-ambientali è salita dal 40 al 70%, mentre cresceva dal 25 al 43% la quota di quelle che hanno agganciato parte del compenso dei consiglieri esecutivi a performance socioambientali dell’azienda.

C’È ANCHE un salone dedicato, che il 2 ottobre approderà a Milano, all’Università Bocconi, dopo dieci tappe in giro per l’Italia. Tappe nel corso delle quali sono state presentate diverse esperienze tra cui il calendario di Lavazza dedicato ai 17 obiettivi dell’Agenda 2030 dell’Onu e il contributo di Cardinalini Spa per promuovere la filiera del tessile umbro. Tra i membri del gruppo promotore c’è Rossella Sobrero, docente di Comunicazione pubblica e sociale all’Università di Milano: «Siamo partiti nel 2005, prima di arrivare al format attuale 6 anni fa. Le cose sono cambiate, il pubblico oggi ha un’alfabetizzazione molto più alta». Negli anni è cambiato il modo di concepire la responsabilità sociale: «All’inizio c’erano soprattutto report di sostenibilità ambientale. Oggi invece si considerano tre dimensioni, ambientale, sociale ed economica, e c’è maggiore consapevolezza che devono stare insieme». Per Sobrero, la sfida è spingere le imprese a collaborare tra loro nei progetti. Non è solo una questione d’immagine, per le società. «La Csr riduce dei costi – sostiene Sobrero – Avere un buon clima interno riduce il numero delle assenze, il turnover, le cause di lavoro».

Di |2018-10-02T09:24:22+00:0023/07/2018|Primo piano|