SFIDE APERTE

Quando i cinesi clonarono il marchio
«Impossibile difendersi in tribunale
Li abbiamo battuti con la qualità»

Antonio Del Prete
BOLOGNA
«QUANDO ne venni a conoscenza, reagii malissimo, ero ferito». Virgilio Rende ricorda così uno dei momenti più difficili vissuti dalla Mt. È il 2001 e un’azienda cinese comincia a vendere motori elettrici con il marchio dell’impresa di San Giovanni in Persiceto. Il prodotto è ovviamente diverso, ma il logo identico e inequivocabile: le lettere M e T maiuscole inscritte in un motore stilizzato bianco e blu. «Evidentemente è piaciuto tanto», ironizza il titolare dell’originale. Il quale non si accorge subito della contraffazione in atto: «Nel ’99-2000 esportavamo un container e mezzo di merce al mese in estremo oriente, per un valore di 600mila euro all’anno su 3,5 milioni di fatturato complessivo». Insomma, da un momento all’altro si crea un bel buco. «Ci tagliarono fuori dai mercati cinese e coreano – spiega Rende -, ma lì per lì non ci allarmammo più di tanto, perché può capitare di perdere clienti per i motivi più vari e contemporaneamente conquistarne degli altri».

NON è questo il caso. La situazione è un’altra e ben più anomala: il marchio di una piccola impresa bolognese viene sfruttato da un’azienda di mille dipendenti, che lo affibbia a prodotti venduti a un terzo del prezzo degli originali. «Ce ne accorgemmo grazie alla segnalazione di un cliente che ci chiese cosa fosse cambiato nei nostri motori». Di fronte a una domanda del genere, alla Mt si guardano un po’ interdetti. Poi si fanno mandare una foto del prodotto incriminato. L’immagine ricevuta svela l’arcano e la contraffazione. A quel punto Rende e i suoi collaboratori provano a mettersi in contatto con i concorrenti sleali. Lettere, diffide. Nessuna risposta. Si valuta l’ipotesi di intentare una causa, «ma il processo si sarebbe svolto in Cina, le incognite e i costi ci indussero a desistere». Che fare, dunque? Di modificare il logo non se ne parla. Meglio, invece, rivolgersi ad altri mercati. «Puntammo decisamente sulla qualità dei nostri prodotti, migliorandola; così il nostro target cambiò», racconta Rende. È impossibile, infatti, competere con i prezzi bassi dei concorrenti cinesi, i quali peraltro perseverano nella contraffazione ancora oggi. E nel tempo raffinano la loro abilità di falsari. La Mt, dal canto suo, scrive a tutti i vecchi clienti per informarli della convivenza sul mercato di prodotti che, pur essendo molto diversi, si presentano con la stessa effigie. L’imitazione sarà pure sinonimo di successo, ma in un settore caratterizzato dalla competizione fa più danni della grandine.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Nuovi trend In Italia l’imprenditore arriva da Pechino

MILANO
L’IMPRENDITORIA straniera aumenta e nel 2017 è stata pari all’ 8,8% del totale Italia; nel 2009 la quota era del 6,2 (in termini assoluti pari a 599.036). Nello stesso arco temporale, invece, gli imprenditori italiani sono scesi da 8,9 a meno di 8,3 milioni (pari al -7,5%). Rispetto al 2009, le attività economiche guidate da cinesi presenti in Italia sono aumentate addirittura del 61,5%, contro un incremento medio dell’imprenditoria straniera presente in Italia che si è attestata al 34,5. «Sebbene in alcune aree d’Italia esistono delle sacche di illegalità riconducibili all’imprenditoria cinese che alimentano l’economia sommersa e il mercato della contraffazione – spiega il coordinatore dell’Ufficio studi degli Artigiani di Mestre, Paolo Zabeo – non dobbiamo dimenticare che da sempre i migranti cinesi si sono contraddistinti per una forte vocazione alle attività di business. Nel momento in cui lasciano la nazione d’origine, infatti, sono tra gli stranieri più abili nell’impiegare le reti etniche per realizzare il loro progetto migratorio che si realizza con l’apertura di un’attività economica». I settori maggiormente interessati dalla presenza degli imprenditori provenienti dall’«impero celeste» sono il commercio e i venditori ambulanti, con 26.200 titolari, il manifatturiero, con poco più di 20.000 persone (quasi tutte impiegate nel tessile-abbigliamento e calzature) e la ristorazione-alberghi e bar, con oltre 18.000 imprenditori. Ancora contenuta, ma con un trend di crescita molto importante, è la presenza di imprenditori cinesi nel settore dei servizi alla persona, ovvero tra i parrucchieri, le estetiste e i centri massaggi: il numero totale sfiora le 6.000 persone, ma tra il 2016 ed il 2017 l’aumento è stato di quasi il 10%. Se l’incidenza degli imprenditori stranieri sul totale dei residenti stranieri presenti in Italia è pari al 15,7%, quelli cinesi sono addirittura il 27,7: su oltre 290.600 cinesi residenti in Italia, ben 80.500 guidano un’attività economica.


Fare impresa come regola di vita
«Il lavoro è stata la mia università
All’inizio pulivo da solo l’azienda»

Antonio Del Prete

BOLOGNA

VIRGILIO RENDE supera il conflitto tra capitale e lavoro nello spazio di una sola vita, la sua. Lo spinge la voglia di migliorarsi e di migliorare la propria condizione. La stessa che, una ventina di anni fa, lo indusse a troncare una vacanza a Courmayeur per soddisfare un potenziale cliente. La sua famiglia sta trascorrendo qualche giorno in un rifugio sul Monte Bianco. L’unico collegamento con la realtà di tutti i giorni è rappresentato da un dispositivo che chiamare telefonino oggi sembrerebbe paradossale. Il titolare dellaMt lo descrive così: «Uno di quei Motorola dell’epoca, pesava un chilo». È collegato al centralino dell’azienda. A un certo punto squilla. Rende è in funivia, ma decide di rispondere. All’altro capo del telefono c’è un uomo svizzero che lo supplica di risolvergli un problema. L’azienda tedesca per la quale lavora necessita urgentemente di 8 motori elettrici per un impianto di sollevamento pullman, poiché quelli acquistati da una concorrente della Mt non funzionano. La vacanza finisce lì.

RENDE DECIDE di accontentare quello che poteva diventare un cliente; torna a San Giovanni in Persiceto, carica la merce richiesta in auto e riparte alla volta della Germania. Giunto a destinazione, consegna i motori ai tecnici, i quali provvedono a montarli. Ma non vanno, il problema permane. «Secondo loro era dovuto ai miei prodotti, non sufficientemente potenti», racconta l’imprenditore. Che non li contraddice. Il cliente ha sempre ragione, pensa. Sebbene, facendo un giro intorno alla macchina che non funziona, si sia accorto che l’albero non è rettificato. Insomma, la questione è un’altra. Rende non lo esplicita, ma sfruttando la traduzione dello svizzero che lo ha contattato, chiede ai tecnici tedeschi il disegno di quell’albero. E ai dirigenti un’altra possibilità. «Torno in Italia a prendere i motori della potenza giusta», promette loro. In Italia ci torna, ma per rivolgersi a un attrezzista di Anzola Emilia, nel Bolognese, poco distante da San Giovanni in Persiceto. Gli dice: «Fammi otto alberi con questo disegno». Poi riparte per la Germania, portandosi dietro gli stessi motori della prima volta. Una volta lì, si rivolge agli interlocutori: «Però montateli con questi alberini». L’idea funziona, il meccanismo è perfetto.

L’AZIENDA TEDESCA, vent’anni dopo, è ancora cliente della Mt. L’impegno e i sacrifici pagano, dunque. Come all’inizio dell’avventura, quando gli affari non sono ancora decollati, e Rende per mesi lavora senza stipendio: «In quel periodo passavo in azienda anche il sabato e la domenica, facevo personalmente le pulizie per risparmiare». Il lavoro, d’altra parte, non lo spaventa. Ha vissuto un’infanzia dura a Camugnano, sui monti che dividono l’Emilia dalla Toscana. «È stata la mia Università». A tredici anni e mezzo il primo impiego, in un’officina meccanica: fa il gommista, il carrozzaio, si occupa di riparazioni. Da lì in poi non si ferma più. Durante il servizio militare prestato a Cagliari viene inserito in una Orme, l’officina di riparazione delle macchine dell’esercito. Rende rievoca quel periodo con nostalgia: «Ho sfruttato il tempo per approcciarmi alla carta, alla scrivania, e ho imparato a scrivere con dieci dita senza guardare la tastiera». Quella vissuta in Sardegna è una parentesi in quasi trent’anni trascorsi a lavorare da operaio.Ma con un approccio personale, fondato sul merito. Tanto che, quando non si trova più a suo agio in un’azienda per via di un conflitto tra i soci, e non riesce a rendere al massimo, mette il direttore e la responsabile dell’amministrazione di fronte a una scelta: «O mi togliete un milione (di lire, su tre e mezzo complessivi, ndr) dallo stipendio o vado via». Loro non possono accontentarlo, lui se ne va. «Mi chiamò un signore di Anzola – racconta -, mi offrì la metà di quanto guadagnavo prima e una piccola quota della sua azienda». Non resiste alla tentazione. Accetta. L’idea della Mt nascerà qualche tempo dopo, ma, in fondo, Virgilio Rende imprenditore lo è già.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Di |2018-10-02T09:24:19+00:0027/08/2018|Imprese|