SFIDA ALL’INNOVAZIONE

Viaggio nel modello Israele
terra promessa dell’hi-tech
«Quasi il 20% del Pil
va in ricerca e istruzione»

Elena Comelli

TEL AVIV

DAI POMPELMI JAFFA all’alta tecnologia, la strada non è breve. Israele l’ha percorsa in una ventina d’anni e ora la bilancia commerciale del Paese è in attivo proprio grazie all’hi-tech, che costituisce oltre il 50% del suo export. Se è vero che il modello israeliano non si può copiare, dal successo di questo ecosistema innovativo si può trarre comunque qualche insegnamento anche per un Paese come l’Italia, che nel 2017 era al 43° posto dal Competitiveness Index del World Economic Forum, contro il 16° posto di Israele.

MALGRADO il perenne stato di conflitto, l’economia israeliana è florida: nel 2017 è cresciuta del 3,3%, con un Pil pro capite di oltre 37mila dollari (contro i 32mila dell’Italia), un debito pro capite di 23mila dollari (contro i 42mila dell’Italia) e un rating S&P di A1 (contro il BBB dell’Italia). Qual è il segreto di questo successo? «Ricevo delegazioni da tutto il mondo che mi chiedono come abbiamo fatto, ma non esiste una ricetta valida ovunque per mettere in moto una rivoluzione tecnologica», spiega Avi Hasson, Chief Scientist del ministero dell’Economia.

LA CAPACITÀ israeliana di cavalcare l’onda hi-tech affondale sue radici nella valorizzazione del suo capitale umano: in Israele ci sono alcuni dei dipartimenti universitari più avanzati al mondo in settori chiave quali l’intelligenza artificiale, i big data, le nanotecnologie, le biotecnologie, la cybersecurity. Attorno a questi dipartimenti, tra Haifa, Tel Aviv e Gerusalemme, si sono sviluppati nel tempo tre distretti tecnologici fra i più avanzati al mondo. Non a caso, Israele spende il 14% del suo Pil per l’istruzione (contro l’8% dell’Italia) e il 4,3% in ricerca e sviluppo, più di Paesi campioni dell’innovazione come la Svezia, la Svizzera o la Germania, per non parlare dell’Italia (1,29%), con una forte prevalenza di investimenti privati sui contributi del governo, che coprono appena il 15% della torta. In questo contesto nasce la Silicon wadi, una straordinaria fioritura di startup innovative, che rivaleggia con la Silicon Valley americana: l’anno scorso oltre 6mila startup israeliane hanno raccolto quasi 5 miliardi d’investimenti dai capitalisti di ventura. TEL AVIV è stata per lungo tempo l’epicentro del settore, ma ora le aziende innovative nascono come funghi anche a Gerusalemme, dove perfino il sindaco, Nir Barkat, è un ex-startupper di successo, e dove si è sviluppato l’unicorno più famoso, Mobileye. La società israeliana leader mondiale nei sistemi di guida assistita, nata dal dipartimento d’intelligenza artificiale della Hebrew University, dove insegna il suo fondatore Amnon Shashua, è stata acquisita l’anno scorso da Intel per 15,3 miliardi, una cifra record anche per un Paese abituato alle iperboli. Nel distretto di Har-Hotzvim a Gerusalemme, dove Mobileye ha i suoi uffici, un centinaio di altre startup stanno lavorando a questo mercato del futuro. Accanto a loro si concentrano i centri di ricerca di molte grandi multinazionali tecnologiche, da Cisco a Bae Systems, in un circolo virtuoso che garantisce la piena occupazione per gli scienziati che escono dalle prestigiose università locali.

«LO SVILUPPO di questo ecosistema è stata una felice combinazione fra il boom della net-economy, la concentrazione di centri di ricerca di alto livello e le politiche del governo», sostiene Erel Margalit, il fondatore di Jerusalem Venture Partners, selezionato da Forbes come unico non americano tra i grandi capitalisti di ventura del mondo. «Vengo spesso in Italia perché è un bellissimo Paese, ma purtroppo non brilla per imprenditorialità innovativa nelle nuove tecnologie, peccato per le giovani generazioni che se ne vanno», commenta Margalit, che fuori da Israele ha una sede a New York e un’altra a Parigi. Insieme a una settantina di altre società, Margalit anima il vivace mercato israeliano dei capitali di rischio, pronti a mettersi in gioco per finanziare innovazioni promettenti. Dalla fondazione nel ‘93, Jvp ha raccolto oltre un miliardo di dollari e creato 120 società, 12 delle quali sono state quotate con successo al Nasdaq.

INSIEME ai suoi incubatori collegati, Jvp Media Labs per l’hi-tech e The Lab dedicato agli artisti, Jvp ha completamente trasformato la faccia di un quartiere di Gerusalemme contiguo alla vecchia stazione ferroviaria dismessa, German Colony, oggi fra gli indirizzi più ambiti della capitale. Qui affluiscono giovani imprenditori anche dall’estero, da quando l’Israel Innovation Authority ha lanciato un programma chiamato Innovation Visa, che offre un visto per 24 mesi e incentivi agli stranieri con un’idea in testa, con un prolungamento di 5 anni se il progetto riesce a diventare una società. In questo modo Israele allarga la platea: il pallino del governo è diventare il centro di ricerca e innovazione del mondo. Seguendo il motto di Steve Jobs: «Stay hungry, stay foolish».

Di |2018-05-22T14:19:04+00:0022/05/2018|Primo piano|