Club Med, il lusso della vacanza ’all inclusive’
«A gonfie vele il turismo estero, l’Italia arranca»

Parla Arnaldo Aiolfi, ad di Club Med Italia

«È un Paese meraviglioso il nostro, potremmo essere la Florida d’Europa, ma la burocrazia ostacola la nascita di nuove infrastrutture»

di Giuliano Molossi
MILANO

C’era una volta il Club Med dei villaggi con i bungalow dai tetti di paglia dove le valigie si mettevano sotto la branda perché non c’era altro posto. Oggi, alla vigilia dei suoi 70 anni, dopo una trasformazione a 360 gradi, il Club Med ha ancora la formula ’All inclusive’ e i ’g.o.’ ma per il resto è cambiato tutto. Dal 2015 dopo un’Opa durata 18 mesi il colosso del turismo è di proprietà del gruppo cinese Fosun. I villaggi sono dei resort e ogni anno diventano sempre più lussuosi. Il presidente è Henri Giscard d’Estaing, figlio dell’ex presidente della Repubblica francese. L’ad Italia e direttore dello sviluppo progetti per il Sud Europa è Arnaldo Aiolfi, 52 anni, parmigiano. «I cinesi di Fosun – dice Aiolfi – hanno una visione di lungo termine e hanno dato un impulso positivo al Club Med accompagnandolo in quella che era la strategia di alta gamma, quella di essere i leader mondiali delle vacanze ’All inclusive’. Hanno investito molto, dando fiducia alle scelte del management. La nostra è oggi una clientela molto internazionale. I nostri resort oggi sono occupati al 70% da turisti che arrivano dal mondo intero».
Quando è finita l’epoca dei villaggi spartani coi tucul di paglia?
«Nel 2005 con la chiusura di Caprera e Cefalù. Oggi Cefalù è un resort ’exclusive collection’, l’equivalente dei cinque tridenti, la porta d’entrata del lusso, elegante, raffinato, con il massimo del comfort. Ci sta dando grandi soddisfazioni, è la nostra struttura più bella nel bacino del Mediterraneo ».
Il Club Med ha oggi 65 resort nel mondo, fra America, Europa e Asia. Puntate di più a ristrutturare quelli esistenti per farli diventare sempre più belli o a nuove aperture?
«Entrambe le cose. Oggi quasi tutti i resort sono a già 4 tridenti o exclusive collection con all inclusive premium. Significa, tanto per fare un esempio, che dalle sei del pomeriggio hai lo champagne offerto o i liquori migliori al bar. Da una parte miglioreremo il livello di comfort di quelli esistenti e dall’altra pensiamo di fare dalle tre alle cinque aperture di resort mare e una neve ogni anno nel mondo».
Per andare in vacanza al Club Med si può partire lasciando il portafoglio a casa?
«Certamente. Nell’all inclusive sono comprese tutte le attività sportive, pranzi e cene».
È cominciata la stagione invernale. Ci sono parecchi Club Med sulle Alpi. Va bene la montagna?
«È uno dei nostri asset strategici dello sviluppo nei prossimi anni ».
Come si è chiuso il 2019?
«Abbiamo avuto una performance importante rispetto all’anno prima e sul 2020 abbiamo già sull’inverno un +6% rispetto all’anno scorso. Stiamo aumentando il numero dei clienti della fascia alta».
Abbiamo detto della rivoluzione fatta dal Club Med. E il turismo, in generale, come sta cambiando?
«In Europa dieci anni fa c’erano cinque grandi players nel turismo. Oggi siamo rimasti in due: noi, che non c’eravamo prima, e Tui. Cambiano le esigenze dei clienti che chiedono dalle vacanze esperienze che possano disconnetterti dal quotidiano. In più sono molto attenti alla sostenibilità, all’impatto ambientale, agli aspetti culturali».
Chi prenota una vacanza al Club Med con quali modalità lo fa?
«Nel mondo per il 60 per cento è vendita diretta, dal nostro sito. Abbiamo 33 siti in 15 lingue diverse. Poi in Italia molti lo fanno ancora nelle agenzie, in Asia solo con lo smartphone. Stiamo investendo somme importanti sul digitale, per noi è un canale di vendita molto importante».
Qual è la clientela straniera che sta crescendo di più?
«Sicuramente i cinesi. In montagna quest’anno avremo più di ventimila brasiliani che verranno a sciare nei nostri resort. Abbiamo mercati emergenti come Sud America, Russia a Asia».
I vostri villaggi, oggi resort, sono aperti quasi tutto l’anno…
«Assolutamente. Questo è il nuovo modello di business, il turismo si salva se ha la possibilità di lavorare su una clientela internazionale. Cefalù ha l’80% di clienti non italiani che viaggiano per il mondo in ogni periodo dell’anno ».
Siamo rimasti noi che andiamo in vacanza solo in agosto?
«Questa è la drammaticità del modello Italia che per me è al capolinea. Siamo ancora fossilizzati agli anni Settanta quando le fabbriche chiudevano il primo agosto. Noi oggi quando inauguriamo un resort sappiamo che dobbiamo tenere aperto almeno nove mesi all’anno, è questo il nostro modello economico».
Se avesse qui ora davanti a lei il ministro del turismo cosa gli direbbe? Cosa c’è che non va?
«Molte cose non vanno, a cominciare dalle infrastrutture. Ma la cosa più grave è un’altra: tanti vorrebbero investire in Italia ma noi li facciamo scappare perché dal giorno in cui si decide un progetto, ad esempio l’apertura di un resort, al momento in cui quel resort apre i battenti possono passare cinque o sei anni. Ci sono incertezze e lungaggini burocratiche pazzesche. L’iter per ottenere un permesso a costruire è di 420 giorni. Io vorrei che il ministro si rendesse conto che il turismo oggi rappresenta il 13 per cento del Pil italiano, vorrei che ci fosse la consapevolezza che il turismo è un elemento fondamentale dello sviluppo economico. È un Paese meraviglioso il nostro, potremmo essere la Florida d’Europa».