Le nuove frontiere della farmaceutica
«Italia al top nelle scienze della vita
Ma servono più ricerca e innovazione»

Sandro Neri
MILANO

I NUMERI, di per sé, sarebbero rassicuranti: 32,2 miliardi di euro di valore della produzione e una crescita dell’export costante (+117% in 10 anni, pari a 26 miliardi nel 2018), che vede l’Italia nella top ten degli esportatori a livello globale. Ma, stando allo studio Pharma Manufacturing 2030, realizzato da The European House-Ambrosetti, la leadership italiana nell’industria farmaceutica è messa a rischio dallo sviluppo di nuovi poli nel settore delle Life sciences e dall’affermazione della nuova rivoluzione tecnologica basata su digitale e genomica. «Per questo diventa ora impellente che il Paese sviluppi competenze innovative, digitali e interdisciplinari, per rispondere così alle esigenze del mercato del lavoro e promuovere ricerca e innovazione attraverso incentivi agli investimenti stabili nel tempo », precisa Sergio Dompé, tra i promotori dello studio e a capo di una delle principali aziende biofarmaceutiche italiane. Un polo da 60 milioni di confezioni vendute in 40 Paesi (per un fatturato di circa 300 milioni di euro), nato a Milano dalla ottocentesca farmacia di piazza della Scala e artefice di un farmaco da Nobel. «Il segreto? La fede nell’innovazione. Mi piace pensare come Henry Ford: c’è vero progresso solo quando i vantaggi di una nuova tecnologia diventano per tutti».

Nel farmaceutico l’Italia vanta oggi un ruolo di leadership in Europa, insieme alla Germania. Ma, sembra di capire, non bisogna fermarsi. Lei cosa suggerisce?

«Il risultato di oggi è il frutto di una politica di investimenti partita molti anni fa. Il mondo sta cambiando, la medicina pure; si stanno raggiungendo risultati importanti anche nella lotta al cancro. Però bisogna fare investimenti sul futuro. E ancora questi non si vedono in misura tale da poter essere ottimisti».

Per colpa di chi? Degli imprenditori?

«Non mi piace dare colpe. Diciamo che le cause sono anche nella difficoltà che si riscontra a promuovere l’innovazione e la ricerca. A dispetto della poca cultura istituzionale in questo campo, il nostro Paese ha un approccio positivo con la ricerca per quel che concerne il rapporto investimento effettuato-valore generato. Bisogna aiutare a decollare le università e le aziende biotecnologiche che già hanno fatto sforzi incredibili ».

Molto fanno anche le charity.

«Due esempi meritano di essere citati: Telethon e Airc. Tutto ciò che riguarda le scienze della vita va visto come un unicum. Bisogna spingere sulle nostre eccellenze, pubbliche e private, per rendere il comparto competitivo e in grado di farsi traino per il nostro futuro».

Cosa devono fare le aziende del farmaco?

«Per fare gli interessi delle imprese occorre prima fare quelli dei precursori dell’innovazione. Cioè sostenere università e centri di ricerca ».

È sufficiente?

«No, ma è un punto di partenza imprescindibile. C’è un comparto, che definire farmaceutico è riduttivo, che, solo in Lombardia, assicura il 12 per cento del Pil nazionale. Dobbiamo imparare a esportare il modello italiano di scienze della vita».

Voi cosa state facendo?

«Abbiamo una progettualità in Europa e negli Usa e saremo presto più presenti in Cina. Questo con un farmaco a base di Ngf che cura una malattia rara dell’occhio e che è il risultato di una ricerca partita dagli studi effettuati da Rita Levi Montalcini. Poi abbiamo progetti importanti già convalidati clinicamente, per un investimento di 100 milioni».

Quella delle startup è davvero la nuova frontiera?

«Noi ne stiamo sostenendo una da tre anni. Movendo Technology – si chiama così – sta vendendo bene anche in Germania e negli Stati Uniti. Opera nel campo della robotica riabilitativa, siamo i primi al mondo a farlo con queste caratteristiche».

Per le imprese una strada obbligata è quella dell’internazionalizzazione. Che prospettive intravede?

«Investiremo ulteriormente negli Usa e puntiamo a crescere anche in Cina».

Lei ha ereditato una piccola azienda di famiglia e l’ha trasformata in un’impresa internazionale. La domanda è banale: come ha fatto?

«Ogni generazione fa del suo. Con più o meno coraggio e, a volte, con fortuna. Io ho deciso di puntare sulle biotecnologie. Viste però non solo come un approccio tecnologico, ma anche come una cultura di tipo organizzativo della ricerca. In questo ho avuto molti maestri, ho discusso con premi Nobel, sono andato in America a imparare. Il mio sogno era tornare in California a vendere le nostre tecnologie. Oggi lo faccio. E ho anche una figlia che vive lì e che mi ha dato un nipote americano».

Un cerchio che si chiude…

«A patto di restare coi piedi per terra e di lavorare sempre con molto senso della misura e senza prendersi troppo sul serio. C’è da imparare sempre molto di più di quanto pensiamo».