Albertini, il rampollo della Borsa
«Troppi banchieri improvvisati
Colpa loro se manca la fiducia»

Giuliano Molossi

MILANO

ALBERTO Albertini è amministratore delegato di «Banca Albertini Syz», una delle più accreditate banche private. Il padre Isidoro fu un leggendario agente di cambio, uno dei signori di piazza Affari, e lui stesso si è formato in Borsa. Oggi detiene il 37,5 per cento della banca. Amministra i patrimoni di grandi famiglie imprenditoriali, attraverso gestioni su misura, individuando soluzioni ad hoc.

Albertini, è finita la crisi del settore bancario? E quali sono le cause di ciò che è accaduto?

«È un momento di svolta per le banche ma la crisi non è finita per niente. Le cause sono molteplici. La prima è la mala gestione dei consigli di amministrazione, lo scadimento della professionalità,la faciloneria nel concedere prestiti senza garanzie agli amici, la superficialità, la sciatteria di tanti banchieri improvvisati. Questa gente ha fatto disastri incalcolabili. Pensi solo al Veneto. L’economia del territorio veniva finanziata da quelle banche: è evidente che hanno subito gravi danni anche le imprese sane, anche i buoni debitori che si sono visti ridurre o negare i fidi».

Altre ragioni?

«Un’altra è che il sistema bancario è ingabbiato in un coacervo di norme e regolamenti nati allo scopo lodevole di proteggere i risparmiatori. Ma il risultato è che non li protegge affatto e che limita inutilmente l’operatività della banca. Le nuove tecnologie hanno rivoluzionato il modo di operare delle banche con un contenimento dei costi ma con una spersonalizzazione del rapporto con il cliente, il quale viene valutato in modo freddo, asettico. E così, ad esempio, in forza di una malintesa modernizzazione, si finisce per negare credito a chi invece lo meriterebbe e viceversa. Ci vorrebbe invece professionalità sul territorio, il direttore della filiale dovrebbe conoscere le aziende, entrare in sintonia con l’imprenditore, persino diventarne amico, capire se i suoi progetti meritano di essere finanziati».

Voi offrite competenza a famiglie con patrimoni importanti. Qual è l’approccio? Esistono linee guida valide per tutti?

«Certo. Poi però ogni cliente, anche a parità di patrimoni, è diverso dall’altro. Cambiano le aspettative, gli obiettivi, la propensione al rischio. Il nostro compito è di guidarli secondo le diverse esigenze che hanno. La chiave del nostro mestiere è la conoscenza del cliente; guardi che non è una cosa semplice e scontata perché il cliente spesso è reticente».

Qual è il cliente migliore?

«Quello che si affida a noi e ci dà il tempo per ottenere i risultati che abbiamo individuato insieme».

E il peggiore?

«Quello che chiama tutti i giorni per sapere come ci siamo mossi. Quello che vuole decidere la strategia e se le cose non vanno bene se la prende con noi».

In questo momento lei consiglierebbe di investire nel mercato azionario europeo, viste le previsioni economiche dell’eurozona?

«Direi di sì, meglio privilegiare l’Europa degli Stati Uniti che hanno già un mercato azionario ai massimi e un Trump che è sempre un’incognita…».

Però su Brexit, terrorismo islamico, le Borse hanno reagito in modo opposto alle aspettative degli analisti. Si attendevano disastri che non ci sono stati. Come mai?

«Gli investitori sono diventati molto più cinici. E questo va di pari passo con la caduta della fiducia della gente per le istituzioni. La gente non crede più nelle banche, nei governi, nella giustizia, nella stampa. Non si fida. È un po’ il qualunquismo populista che sta crescendo. Quindi il fatto che vinca Trump piuttosto che un altro non importa più di tanto».

Il mercato è dominato dall’incertezza. Quanto pesa l’instabilità politica sui mercati finanziari? L’affermazione di Macron in Francia è una buona notizia?

«Uno vede un europeista convinto come Macron stravincere, avere una grande maggioranza che vuol dire grande governabilità, si aspetterebbe di vedere fuochi d’artificio in Borsa e invece niente di tutto questo, anzi. Torniamo sempre lì, alla mancanza di fiducia. È questo, alla fine, quello che fa più paura. Il menefreghismo è peggio dell’instabilità».


Contro corrente MACRON CRISTALLIZZA
L’EUROPA CHE SBAGLIA

MI HANNO molto colpito i commenti sulle elezioni in Gran Bretagna e in Francia. Trasudavano entusiasmo a conferma che gran parte di quelli che scrivono sui giornali o fanno tv non sono osservatori ma eurofanatici. Io invece sono fedele all’Europa e sono convinto che solo se cambia potrà sopravvivere. Offro pertanto una lettura non convenzionale dei fatti: in Gran Bretagna non mi sembra che fosse Brexit l’oggetto del voto. La scelta è già stata fatta con il referendum e solo un’altra consultazione popolare potrà cambiare le cose. Credo che sul risultato del voto abbia pesato molto di più il terrorismo e, in generale, la trascuratezza amministrativa delle istituzioni britanniche. A confermare drammaticamente tanto disordine sono stati i morti nell’incendio di Londra. Una torre ristrutturata in maniera criminale. Risulta che l’immobile appartiene a un ente molto simile al nostro istituto per le case popolari.

PER QUANTO riguarda la Francia io credo che la vittoria di Macron sia stata soprattutto una forma di protesta nei confronti dei partiti tradizionali (socialisti e gollisti) che infatti sono spariti. Personalmente considero la sua affermazione una sfortuna per l’Europa. O per lo meno per quell’Europa diversa nella quale, da europeista convinto continuo a sperare. Sull’asse Parigi-Berlino si consolideranno tutti i vizi attuali dell’euro. Bruxelles che chiede ai governi di combattere la disoccupazione ma boccia l’idea di un fondo comune a sostegno dei disoccupati. Sulle banche impone il bail-in ma, su ordine della Germania, si guarda bene dal varare un sistema comunitario di assicurazione dei depositi . Il risultato è quello di indebolire banche, come quelle italiane e spagnole, già fragili. Inutile parlare di eurobond o di altre iniziative di solidarietà. L’elezione di Macron cristalizzerà gli errori impedendo la nascita di un’Europa moderna, innovativa, attenta alle diseguaglianze. Eppure un’economia così poco omogenea come quella dell’euro può stare insieme solo se c’è un governo centrale come cassa di compensazione tra le aree forti e le altre. Altrimenti le differenze cresceranno fino a diventare insostenibili.