Finanza, sostenibilità e digitalizzazione
«Scelte strategiche per vincere la sfida»

MILANO

I RISCHI finanziari si sono ridotti, lo spread è sceso ma il Paese è ancora in stagnazione. La manifattura d’Europa soffre, a partire dalla locomotiva tedesca dove il calo soprattutto nel settore auto e della chimica ha pesato anche sulle economie del Vecchio continente più dipendenti all’export, come quella italiana. È in questo scenario, delineato dall’Ufficio studi di Intesa Sanpaolo, che resiste con resilienza il capitalismo di filiera e territorio made in Italy. Un’ossatura di piccole e medie imprese che da sole valgono il 50% dell’export italiano e contribuiscono ad oltre l’80% del valore aggiunto della nostra manifattura. «In aggregato – spiega il capoeconomista di Intesa Sanpaolo, Gregorio De Felice – siamo tornati ad essere resilienti, c’è stata una selezione e adesso le imprese sono più patrimonializzate e più liquide».

LA NOTA dolente sono gli investimenti, crollati di 60 miliardi in dieci anni (2008-2018) contro l’aumento di 79 miliardi che ha messo in campo la Germania. Uno spread di 139 miliardi da colmare al più presto per vincere la sfida della produttività. A partire dai due macrotrend del futuro: sostenibilità e digitale. Gli studi dimostrano che le imprese che puntano sulla sostenibilità, ambientale e sociale, vantano maggiori incrementi di produttività. Una marginalità evidente soprattutto per quanto riguarda le piccole e medie imprese. E poi c’è il capitolo cruciale della digitalizzazione, che comprende anche il mismatch di domanda e offerta per quanto riguarda le competenze richieste: un quarto delle imprese, ad esempio, fatica a reperire tecnici e ingegneri.

L’INDUSTRIA italiana «ha fatto grandi passi e molti cambiamenti, a partire dalla rivoluzione digitale e Industria 4.0», sottolinea il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, evidenziando come «il rapporto tra imprese e territori sia fondamentale ». Per il numero uno degli industriali «la finanza diventa una delle funzioni strategiche per le imprese. Costruire degli strumenti per avere delle imprese eccellenti dovrebbe essere una priorità per l’intero Paese». Un tema che sta a cuore anche al gruppo bancario guidato da Carlo Messina. L’obiettivo, spiega Stefano Barrese è di «sostenere il sistema economico ma anche proporre soluzioni che vadano oltre il credito guardando al futuro del Made in Italy e al suo sviluppo nel mondo». Attraverso la Divisione Banca dei Territori, articolata in otto direzioni regionali, dedica quasi 3.300 filiali a 11,5 milioni di clienti. Oltre 250 filiali sono specializzate per i clienti imprese, mentre al servizio della clientela nonprofit ci sono oltre 80 filiali. Nel milione abbondante di imprese gestito, oltre 200.000 sono di dimensioni piccole e medie, con fatturato fino a 350 milioni.

PER competere in un contesto globalizzato e sempre più difficile, la sfida delle imprese più piccole è anche quella della crescita dimensionale. Può passare attraverso l’aggregazione in filiere e distretti ma anche utilizzando la leva finanziaria. In quest’ottica va anche il nuovo segmento di mercato nato in Borsa Italiana, quello dei minibond dedicato alle piccole e medie imprese e società non quotate con ambiziosi piani di crescita. La quotazione di strumenti di debito, secondo uno studio realizzato dall’Istat in collaborazione con Piazza Affari, aiuta le imprese a crescere con un aumento della produttiva del lavoro di oltre il 2,6%. Il nuovo segmento dei minibond – ExtraMot Pro3 – consentirà alle aziende di essere più visibili e mira ad agevolarne l’accesso ai mercati dei capitali. Nel segmento entrano 157 strumenti emessi da 114 società, provenienti da 10 settori diversi e da 15 regioni italiane, per una raccolta complessiva di più di 5 miliardi.

Alessia Gozzi

IL DENARO NON DORME MAI
LA GUERRA INFINITA CON IL FISCO

OGNI volta che nasce un nuovo governo, il primo impegno è sempre quello di combattere l’evasione fiscale. Sempre, da almeno vent’anni. Segno che forse tanti successi non sono stati raggiunti. E infatti ancora oggi si parla di 100-150 miliardi di evasione. Come mai? Quella del fisco è una partita dura. L’accertamento del reddito fisico delle persone diventa sempre più complesso. Da una parte abbiamo uno Stato che emana norme fiscali a getto continuo (creando confusione), dall’altra un esercito di commercialisti che hanno imparato a nuotare in quel mare di norme, trovando passaggi insperati cunicoli, scappatoie. Una battaglia senza fine. Un rimedio ci sarebbe: spostare progressivamente il peso del fisco dalle imposte dirette a quelle indirette: dall’Irpef all’Iva, per intenderci. L’Iva, dal punto di vista allo Stato tassatore, è meravigliosa: non deve fare niente, ma i cittadini pagano. Vai al ristorante e ordini una bottiglia di vino: nel conto finale hai pagato anche l’Iva. Senza discussioni senza pratiche, senza contestazioni, senza commercialisti che presentano ricorsi. Compri un chilo di pane? Stessa cosa. Una vera meraviglia. Ma allora perché non si lascia più spazio all’Iva? Per una ragione molto semplice: l’Iva non è progressiva. Sul pane o sul vino o sugli abiti, paga tanto il povero quanto il ricco. E la Costituzione, e il buon senso, dicono che invece ci vuole un po’ di progressività: chi ha di più, paghi proporzionalmente di più. Si tratta di un principio di giustizia sociale accettato ovunque. L’Iva, bellissima e comodissima, non è progressiva. Quindi va usata con cautela e in misura non eccessiva.

E SI TORNA all’Irpef, cioè, alle imposte sul reddito. Negli anni sono stati elaborati vari marchingegni per arrivare ad avere, almeno, un’idea del reddito vero (stili di vita, possesso di beni di lusso, ecc.), ma la lotta fra il fisco e i cittadini rimane intensa e senza fine. Qualche volta, il fisco da prova di ingegnosità e vince, ma non sempre. Anni fa, si riuscì a mettere di fronte alla realtà un medico specialista, che aveva nascosto molti proventi con grande abilità, contestandogli l’acquisto e l’uso delle lenzuola di carta che usava per il lettino delle visite: il loro numero contrastava visibilmente con i pochi pazienti che diceva di aver avuto. D’altra parte, la lotta fra il fisco e i contribuenti è un classico ovunque. Alla fine, vince chi è più bravo.