SCAMBIO DI COMPETENZE

«Sul brevetto dell’Unione
a un passo dall’accordo
Germania e Brexit,
due nodi da sciogliere»

Dall’inviato
Pino Di Blasio
BRUXELLES

PER LA PRIMA volta nella sua lunga storia l’European Patent Office ha infranto il muro dei 100mila brevetti registrati. E da un paio di anni riesce ad evadere più domande di quante ne arrivino sulle scrivanie dei 4.700 esaminatori (più altri 2.400 funzionari), dislocati nel quartier generale di Monaco di Baviera e nelle sedi di Vienna, Bruxelles, Berlino e L’Aja. Primati ed efficienza, qualità e regole nuove sono state le parole chiave della conferenza del presidente Benoit Battistelli, nella grande sala della Solvay Library. Un inno alla quarta rivoluzione industriale, che vede l’Europa protagonista. «L’aumento delle richieste di brevetti europei conferma che il Vecchio Continente – ribadisce Battistelli – rimane un mercato tecnologico di interesse primario. Mai come lo scorso anno le imprese europee hanno inviato un numero tanto cospicuo di domande di brevetto, segno tangibile del loro potenziale innovativo e della fiducia che ripongono nei nostri servizi. European Patent Office ha risposto con successo all’aumento della domanda attraverso procedure efficienti che hanno aumentato produzione, produttività e puntualità. Allo stesso tempo, siamo riusciti a migliorare la qualità dei nostri prodotti e servizi offerti».

Ma le classifiche sono sempre guidate da Stati Uniti e dai giganti cinesi e coreani…

«I dati veri dicono il contrario. Guardiamo i flussi di scambio tra Paesi. Ci sono 97.300 richieste di brevetti dall’Europa verso gli Usa, 40.100 che fanno il percorso contrario. 36.500 domande dal Vecchio continente per la Cina, 7.200 da Pechino a noi. E con la Corea del Sud il rapporto è 11.800 brevetti europei contro 6.800 coreani. Numeri che provano come l’Europa diffonda innovazione in tutto il mondo. E che è la vera protagonista della quarta rivoluzione industriale».

Come si traduce in pratica questo primato?

«L’economia dell’innovazione, l’industria 4.0 ha prodotto 5.700 miliardi di euro, il 42 per cento della ricchezza nel mondo. Se guardiamo solo all’effetto dei brevetti, sono stati generati 2mila miliardi di euro. Con l’innovazione sono stati creati 82 milioni di posti di lavoro, 36 milioni dei quali grazie ai brevetti. Che hanno pesato sull’export per il 66%. L’effetto sarà ancora più enorme se consideriamo che, nel 2025, ci saranno dai 26 ai 30 miliardi di devices connessi a quella che si chiama Internet of Things».

I brevetti crescono grazie agli investimenti in ricerca e sviluppo. E solo le multinazionali hanno soldi sufficienti per destinare soldi all’innovazione…

«Se è vero che il 69% delle domande di brevetto viene dalle grandi imprese, prova tangibile che sono gli investimenti in ricerca a fare la differenza, è altrettanto vero che il 24% è frutto di piccole e medie imprese e di genio individuale. E l’altro 7 per cento viene da università e politecnici. L’Italia ha dimostrato un dinamismo interessante, nelle classifiche sull’aumento di domande viene dopo Cina e Stati Uniti. E la crescita di brevetti è dovuta soprattutto alle piccole e medie imprese».

Ha parlato di economia dell’innovazione, di un’Europa che vuole giocare un ruolo da leader nell’intelligenza artificiale. Ma come può contrastare la Cina? Pechino riconosce i brevetti dell’Europa?

«Le procedure in Cina sono notevolmente migliorate negli ultimi anni, gli standard di protezione e tutela sono quelli internazionali. D’altronde la Cina è tra i cinque Paesi che richiedono più brevetti. E dieci anni fa Huawei non la conosceva nessuno fuori dalla Cina. Parlo di procedure e di richieste, però, non di difesa della proprietà intellettuale».

Su questo tema come ci si può difendere? L’Epo deve limitarsi a fare da notaio dell’innovazione degli altri?

«Abbiamo fatto notevoli passi avanti nell’esame delle domande, da due anni riconosciamo più brevetti di quante richieste arrivino. Abbiamo ridotto i tempi, sono scesi da 26,6 a 19,5 mesi di attesa. E tagliato i costi, risparmiando 25 milioni di euro all’anno, riorganizzando il personale. Non riceviamo nessun finanziamento pubblico, siamo un’eccellenza europea che si mantiene da sola. L’obiettivo resta l’accordo sull’Unitary Patent Package, il pacchetto sul brevetto europeo. Sarà firmato entro la fine del 2018 o al massimo entro il 2019, ma siamo a buon punto. Dovrà essere ratificato da 15 Paesi, tra i quali obbligatoriamente Francia, Germania e Gran Bretagna. Francia e Italia hanno già firmato».

Perché la Germania no? Temete l’effetto Brexit?

«Gli ostacoli che si sono frapposti in Germania saranno superati. Per quanto riguarda la Gran Bretagna, la firma sull’accordo dovrebbe arrivare prima che il Paese esca formalmente dalla Ue. Quello che accadrà dopo non lo sa nessuno».

Di | 2018-05-14T13:14:08+00:00 12/03/2018|Primo piano|