Beretta, salumi mondiali
«Il nostro mantra? Qualità»

I piani del gruppo che da due secoli porta in tavola tradizioni e innovazione

Alberto Beretta è alla guida del colosso alimentare: «Guardiamo con attenzione alle esigenze del consumatore che negli ultimi anni sono cambiate parecchio»

di Giuliano Molossi
MILANO

Da più di due secoli portano sulle tavole degli italiani i salumi della nostra tradizione. Oggi, con un fatturato che supera i 700 milioni e con 30 stabilimenti, i Fratelli Beretta i loro prodotti li vogliono portare sulle tavole del mondo. Ci hanno già provato negli Stati Uniti ed è andata bene: producono là, in tre impianti diversi, hanno fatto investimenti in logistica e marketing, il brand si è affermato. L’export (in sessanta Paesi) vale il 40 per cento del fatturato. Diventata un colosso della produzione alimentare italiana, è guidata da Alberto Beretta, 61 anni, alla settima generazione (ma l’ottava è già pronta a scendere in campo), che ha iniziato a lavorare in azienda quando aveva ancora i calzoni corti, recentemente premiato fra i ceo più brillanti dell’imprenditoria italiana per impegno e creatività.
Come riuscite a conciliare tradizione e innovazione? Si riescono a fare cose nuove senza tradire il passato?
«Il nostro mantra è l’attenzione alla qualità. Questa è la base di partenza. Poi dobbiamo guardare alle esigenze del consumatore che negli ultimi anni sono cambiate parecchio. I salumi italiani sono i migliori del mondo. Innovare non è facile perché dobbiamo comunque mantenere la tradizione del grande salume italiano».
I gusti del consumatore cambiano molto rapidamente. Un’azienda come la vostra deve essere in grado di anticipare questi cambiamenti o comunque coglierli al volo, non è così?
«Esattamente, questo è fondamentale. Girare il mondo ci aiuta a capirlo prima di altri. In Italia siamo un po’ tutti conservatori, i prodotti innovativi nascono oltreoceano normalmente, in particolare modo sulla west coast americana dove il potere di acquisto permette di poter sperimentare. E’ lì che il consumatore detta le tendenze. Non a caso è partito da lì il mondo green, il mondo bio, quello dell’organico. Noi teniamo conto di tutto questo. Abbiamo creato la linea Puro Beretta e la linea Low Sodium che vanno in questa direzione».
Come va il consumo di salumi?
«Direi che è stabile, 18 chili di carne suina e salumi consumati pro capite all’anno. Prosciutti e salami sono nel menu quotidiano della famiglia italiana, probabilmente con un’attenzione maggiore ai prodotti con meno grassi. Il consumo fuori casa poi è in notevole espansione».
Si passa meno tempo in cucina?
«Sì, però noi abbiamo creato la linea cucina che è fatta di alcuni prodotti indispensabili, dai cubetti di pancetta, o di guanciale, che ha avuto un boom negli ultimi anni, per fare l’amatriciana o la carbonara. Vediamo un grande sviluppo nella pancetta bacon, un classico americano, che nelle grandi città del nord Italia è diventato un prodotto abituale. Poi da quasi vent’anni siamo nel mercato dei piatti pronti con il marchio “Viva la mamma Beretta“ che ci sta dando ottime soddisfazioni ».
Il consumatore chiede innanzitutto un prodotto che sia buono, un prodotto di qualità. E poi? Bada più al prezzo o alla praticità? Più alla sicurezza del prodotto o alla sua durata?
«Chiede soprattutto freschezza e sicurezza. Noi dobbiamo stare attenti al prezzo, i salumi sono in una fascia medio alta ma parliamo di prodotti eccellenti ad alto contenuto proteico».
E il packaging quanto conta per il successo di un prodotto? L’innovazione riguarda anche il confezionamento?
«Sì, noi siamo stati la prima azienda a mettere sotto vuoto i salumi. I primi a dare al consumatore un salume che durava e che poteva conservare nel frigorifero. Fino agli anni Settanta il salume poteva durare 24 ore, non di più. Il confezionamento è stato alla base del nostro successo. Siamo partiti dal sottovuoto per arrivare al mondo dell’atmosfera modificata. Il packaging ha dato un grande impulso alla nostra azienda. Oggi stiamo puntando all’innovazione green, quella che riesca a coniugare durata, sicurezza alimentare e packaging biodegradabile e sostenibile».

Il denaro non dorme mai

Aziende in crisi da risanare
In Italia torna la voglia di Iri

di Giuseppe Turani

La ‘voglia di Iri’ circola in Italia, sottotraccia, da almeno un mese. Ma adesso è venuta allo scoperto e ci sono politici (5 stelle soprattutto) che non si vergognano a chiedere esplicitamente una ‘nuova Iri’, cioè uno scatolone, finanziato dallo Stato in cui infilare tutte le cose che non si è riusciti a risolvere. Queste cose, purtroppo, si sa come cominciano, ma mai come finiscono. L’Iri nasce all’inizio degli anni Trenta per fare fronte a crediti sbagliati alle industrie, e serve allo scopo. Dopo la guerra diventa appunto lo scatolone di cui si diceva prima. La sua crescita è spaventosa: arriva a avere circa 700mila dipendenti, un migliaio di aziende, perde molti soldi, ma viene finanziata dallo Stato attraverso i ‘fondi di dotazione’, cioè versamenti diretti di denaro. Di fatto l’Iri è, in quegli anni, la più grande holding occidentale non petrolifera. Ma è anche un mostro ormai ingestibile, nel quale i politici fanno quello che vogliono e dove, soprattutto, infilano le aziende dei loro collegi elettorali andate a male. Quando si comincia a fare sul serio l’Europa, gli altri partner insistono perché la si finisca con questa storia dell’Iri, una sorta di scandalo permanente. E l’Iri, pezzo dopo pezzo, viene smontato: basta con lo Stato imprenditore e con le imprese fatte con il denaro del Tesoro. Le imprese si devono finanziare facendo e vendendo cose, non con le tasse dei cittadini.
Adesso, siamo di nuovo in tempo di crisi, ci sono parecchie aziende in difficoltà e allora ecco spuntare di nuovo la formula Iri: passiamo tutto a carico dello Stato, lo Stato è grande, i cittadini sono tanti, qualche euro a testa che differenza vuoi che faccia? Naturalmente, si tratta di una pura scemenza: mai Bruxelles consentirà una nuova Iri in Italia. Ma in Parlamento non ci sono studiosi della storia industriale italiana. C’è soprattutto tanta gente che vuole evitare le grane. E un nuovo scatolone Iri dove infilare tutte le cose andate a male sembra essere l’ideale (dall’Ilva all’Alitalia). Si tratta di sogni. Le crisi vanno gestite e risolte, non infilate in un nuovo contenitore. Il cambiamento sarebbe anche questo: imparare a gestire le crisi invece di nasconderle. In passato si è fatto, ma quei tempi sono finiti.