RITRATTO DI UN PROTAGONISTA

Il piano Mustier senza paracadute
«Più dividendi e sofferenze zero
Unicredit è tornata sull’Olimpo»

Pino Di Blasio

LONDRA

«SOLO UN PAZZO lascerebbe che un altro ripiegasse il paracadute al posto suo dopo un lancio». C’è la filosofia di vita di Jean Pierre Mustier dietro questa frase. La mitologia del chief executive officer, che in un anno e mezzo ha riportato il gigante malato Unicredit nell’Olimpo delle banche europee, racconta che abbia al suo attivo 600lanci senza un graffio. Una passione per il rugby, una formazione scolastica al Polytechnique, la fucina degli ingegneri e dei manager delle multinazionali francesi, l’equivalente dell’ENA per i boiardi di Stato, una laurea in Scienze minerarie, con annesso periodo di lavoro in una miniera di platino in Sudafrica. E poi il passaggio a Société Générale, la banca fondata da un gruppo di industriali e dai Rotschild, che proprio nell’anno in cui Mustier fa il suo ingresso nella finanza, viene privatizzata. Per venti anni il giovane Jean Pierre si occupa dei derivati, studia i segreti degli algoritmi e dei nuovi prodotti finanziari che generano ricchezza grazie alla matematica. «Era un mondo nuovo, venni assunto come numero due, ma non c’era un altro che aveva il numero tre».

DILUNGARSI sul ritratto di un manager da giovane, è fondamentale per interpretare la sua fedeltà inalterabile alla missione da compiere. Occhi di ghiaccio e fisico senza un grammo di grasso, costringe i collaboratori a sveglie antelucane per preparare le riunioni nel dettaglio. E mentre loro si siedono al tavolo con le facce da letto sfatto, lui è fresco reduce dalla sua corsetta mattutina nei parchi di Londra. Perché, dopo aver lavorato a Parigi, negli Stati Uniti e in Estremo Oriente, Jean Pierre Mustier ha scelto Londra come città di residenza. Niente affatto preoccupato della sua possibile perdita di centralità finanziaria. «La Brexit e l’accordo tra la May e l’Europa? Much ado about nothing» ha detto, citando Shakespeare e commentando con «molto rumore per nulla» quel finto epilogo della fase 1 della trattativa. Proprio la giornata che ha segnato il bilancio del primo anno di rivoluzione in Unicredit, l’aggiornamento del piano strategico «Transform 2019» è stata l’esaltazione dell’essenza di JPM, come lo chiamano, almeno per spedirgli le mail, gli alti dirigenti della banca. Nessuna digressione dal piano, niente retroscena, parentesi, possibili scenari alternativi. Pochi punti chiave, ma molto ambiziosi. Come l’azzeramento del portafoglio di crediti deteriorati entro il 2025, che qualche mese fa era di 29 miliardi di euro. O il dividendo che potrà crescere fino al 50% alla fine del piano, nel 2019.Mustier ha spiegato a Londra, punto per punto, come farà a toccare quelle vette. Poggiandosi sui 25 milioni di clienti e sul milione di imprese che hanno scelto Unicredit come loro banca.

CONTINUERÀ con la politica del contenimento dei costi (10 miliardi e mezzo la stima totale), ammorbidirà l’impatto delle nuove regole europee sugli Npl e Basilea4, convinto che non stravolgeranno affatto i conti di Unicredit. Considera strategica la partecipazione in Fineco («è proficua per entrambi») e sacrificabile quella in Mediobanca («è una partecipazione finanziaria, potremmo venderla quando i prezzi saranno più alti, staremo a vedere»). Ma non intende buttarsi direttamente nelle assicurazioni, cosa che provocherebbe una deviazione di percorsi e problemi di costi e coefficienti. Semmai all’orizzonte potrebbe esserci un accordo con un grande gruppo assicurativo, e il pensiero va automaticamente a Generali e al suo amico e compagno di caccia Philippe Donnet. Ma Jean Pierre Mustier è allergico alle deviazioni dalla missione. Il ceo che, nella sua seconda vita a Unicredit (dopo i tre anni e mezzo accanto a Ghizzoni), ha chiesto al mercato 13 miliardi di nuovi capitali, ha trasformato una banca di sistema in una public company in cui solo Aabar e Capital Research hanno più del 5%, non vuole tornare sui suoi passi. Ha ceduto Pekao e Pioneer e ha messo sul mercato una bella fetta di Fineco, non vuole stringere legami troppo forti, farsi piegare il paracadute da altri. Anche sulle acquisizioni e fusioni, Mustier è stato tranchant: «Non c’è nessun dossier aperto, non vogliamo né aggregarci, né comprare altre banche». Un secchio di acqua gelida su chi vagheggiava l’alleanza con Commerzbank. Anche la risposta di JPM, nel corso del Capital Market, sui bonus e le liquidazioni milionarie concesse agli ex amministratori di Unicredit nonostante i loro fallimenti, è stata tagliente. «Quando ho presentato il piano di contenimento dei costi – ha ricordato il ceo – mi sono tagliato il compenso del 40%. Non avrò bonus dorati, né liquidazioni o altro in caso di piani non rispettati. E ho preteso lo stesso dai miei collaboratori». Al suo fianco il direttore generale Papa annuiva: dopo il summit è tornato a Milano volando in Economy. Gelido con i critici, magnanimo con il sistema del credito italiano. «Spagna, Germania e Portogallo hanno salvato le loro banche con soldi pubblici. Il Governo, con le operazioni su Mps e le banche venete, ha scacciatolo spettro di una crisi di sistema». Sul portafoglio azioni, l’esegesi mustieriana rivela che ha comprato 2 milioni di euro di titoli Unicredit per far vedere al mercato che era il primo a credere nell’aumento di capitale. Stessa cosa per la nuova governance, con la scelta dell’ex ministro Saccomanni come presidente. Solo se avrà una percentuale robusta, JPM resterà ceo. Scommessa facile, visto che i fondi non sono interessati ai posti di comando. Ma è la prova che Mustier, dopo il lancio, il paracadute se lo piega da solo.

Di |2018-05-14T13:14:16+00:0019/12/2017|Finanza|