La holding per ora può attendere
Bologna e Rimini restano divise
Bonaccini vuole la svolta storica

BOLOGNA

UNA HOLDING regionale unica delle fiere emiliano-romagnole. Sulla carta è un’operazione semplice, tanto più che gli assetti azionari dei principali quartieri sono tutti a controllo pubblico. Lo è Fiere di Parma Spa – titolare del gioiellino Cibus – con il Comune e la Provincia al 28% ciascuno, la Camera di commercio al 10% e la Regioneal 5%. Lo è Rimini Fiera, controllata anch’essa da Comune, Provincia e Camera di Commercio. Ed è ritornata ad esserlo di recente – sebbene in misura inferiore alle altre due: solo un 52% – BolognaFiere, grazie a un aumento di capitale cui hanno partecipato Comune e Camera di Commercio.

SU QUESTI presupposti, fin dall’inizio del suo mandato, il presidente della regione Stefano Bonaccini non perde occasione per ricordare il grande progetto di holding. «Siamo impegnati in una svolta storica – sono parole di settembre 2016 –: nei prossimi anni vorremmo tre poli, da Parma a Rimini passando per Bologna, che invece di competere, collaborino e si mettano assieme». Più economici che politici i motivi: «Nella globalizzazione – chiariva Bonaccini – ce la puoi fare se ti metti insieme ad altri, e si può competere così con la fiera di Milano e altre fiere europee». Vero, anche se si considerano gli sforzi che le singole fiere fanno per promuoversi nel mondo, ognuna per conto loro, puntando sostanzialmente su un unico, grande evento ciascuno: il Cibus a Parma, Riminiwelness a Parma e Cosmoprof a Bologna.

TANT’È che proprio nell’ottica di una holding era stato chiamato, a marzo 2016, il presidente uscente di Fiera di Parma, Franco Boni, a presiedere BolognaFiere, che da secondo gruppo fieristico nazionale e tra i primi in Europa, di quella holding sarebbe vocato a fare la capofila. Solo che… Boni da qualche tempo non è più presidente: chiamato per un anno a governare una transizione resa complessa da uno storico braccio di ferro tra soci pubblici e soci privati, candidato al rinnovo da Camera di Commercio e Comune, per la giravolta di quest’ultimo da qualche settimana ha passato la mano. «Potrò rendermi disponibile – ha detto comunque, andandosene – nel ruolo di facilitatore di una holding regionale che reputo di capitale importanza». Certo, la holding. Solo che, solo che… Rimini, che non ha mai visto di buon occhio la possibilità di finire sotto l’egida di Bologna, nel frattempo ha preferito rafforzarsi all’esterno, fondendosi con Vicenza e dando vita a fine 2016 a Italian Exibition Group, un giochino da 119 milioni di fatturato annuo, 100 milioni di patrimonio netto, 22 milioni di Ebitda e oltre 160 tra eventi e congressi, cheda sempre sonoil piatto forte della città romagnola.

E DALL’ALTRO lato a poco sono valse finora le dichiarazioni di intenti fatte finora dai due sindaci di Parma e Bologna, Federico Pizzarotti e Virginio Merola, di rendere consanguinee le due expò con uno scambio di quote azionarie. Questo lo stato dell’arte, che ha un solo nome: impasse. Anche se tutti, città per città, pensano che una holding tra i quartieri emiliano-romagnole potrebbe essere oggi l’unico antidoto a uno strapotere ormai imperante di Milanoe a una sfida internazionale dominata da giganti, perlopiù tedeschi. Di mezzo c’è solo un gap da superare, ed è proprio quello di BolognaFiere. L’ammiraglia che, a eventi proprietari di caratura mondiale (il Cosmoprof, da solo, genera 51 milioni di fatturato destinati a diventare 80 in tre anni), controbilancia le diatribe societarie e un piano di restyling infrastrutturale in predicato da troppo tempo. Partirà a breve e, al termine, più forte, potrà vedersela alla pari con una Rimini più piccola ma al contempo nuova di zecca.


Educazione finanziaria di ALESSIA GOZZI

LA GIUNGLA DEI COSTI SUI CONTI CORRENTI

Quanto costa un conto corrente? Dipende. Essendo un prodotto al quale possono essere collegati una serie di servizi offerti dalla banca, le spese di gestione possono variare sensibilmente. In generale, il costo complessivo di un conto corrente è composto da una parte fissa e da variabile. Vediamo allora come orientarsi per scegliere il prodotto più adatto alle proprie esigenze.

CI SONO sono alcune spese fisse di gestione che non variano, perché sono indipendenti dal tipo e dal numero di movimenti che vengono effettuati sul conto, come ad esempio: il canone annuo (cioè il costo del ‘possesso’ del conto corrente), le spese per l’invio delle comunicazioni al cliente che la banca è tenuta a fare (estratto conto e documento di sintesi), il canone delle carte di pagamento (es. carta di debito e/o carta di credito) eventualmente collegate al conto, il canone per l’accesso all’home-banking. Infine, va considerata anche l’imposta di bollo. Vi sono poi alcune spese che variano in base al tipo e al numero di operazioni che si fanno (ad esempio: prelievo di denaro con la carta di debito, incasso assegni) e dipendono da come si utilizza il conto e dalle scelte commerciali della banca. Appartengono a questa categoria: le spese per la registrazione sul conto di ogni operazione, le spese di liquidazione periodica (ogni volta che la banca calcola gli oneri e gli interessi), le commissioni per bonifici, addebiti diretti e prelievi (sia quelli eseguiti in filiale sia quelli fatti attraverso gli sportelli automatici/ATM), il cui ammontare può variare in base al numero di operazioni fatte e al tipo di canale utilizzato (filiale, online, ATM), le commissioni per il pagamento di imposte e tasse, gli interessi e altri oneri in caso di scoperto. Un utile parametro di valutazione dei costi del conto corrente è l’ISC – Indicatore Sintetico di Costo – contenuto nel Foglio Informativo del conto corrente. L’ISC fornisce un’idea del costo complessivo del conto corrente in base alle spese e alle commissioni che possono essere addebitate al cliente nel corso dell’anno, senza considerare gli oneri fiscali e gli interessi.

*In collaborazione con la Fondazione per l’educazione finanziaria (Abi)