RICCARDO ZACCONI

«Vi svelo il segreto di Candy Crush
Idea innovativa, mercato globale»

Elena Comelli
LONDRA

«IN ITALIA non mancano i soldi, ma le idee internazionali ». È questo il segno distintivo del declino del Paese per Riccardo Zacconi, 51 anni, papà di Candy Crush Saga (il gioco scaricato da quasi 2 miliardi e mezzo di persone) e fondatore di King Digital, la società simbolo del mondo del gaming che è stata venduta per 5,9 miliardi di dollari ad Activision Blizzard, rendendo ricchi lui e i suoi soci. Per Zacconi, che vive all’estero ormai da 27 anni e continua a guidare King come amministratore delegato, il punto fondamentale per far uscire l’economia italiana dalla stagnazione è liberarsi da questo provincialismo.

Come si fa ad avere un’idea internazionale?

«Bisogna puntare su concetti innovativi a livello globale, non locale, e smettere di focalizzarsi sul mercato italiano, che è l’orizzonte tipico delle startup nate in Italia. Noi abbiamo fondato la nostra società in Svezia, un mercato minuscolo da 10 milioni di persone, dove a nessuno verrebbe in mente di chiudersi dentro».

La differenza con l’Italia?

«In Italia, con 60 milioni di persone, le imprese hanno un orizzonte più ampio e credono di potersi limitare a quello, ma in realtà è un enorme svantaggio ed è il motivo per cui qui ci sono meno società di successo. Una startup che non è innovativa sul piano globale non attrarrà mai i capitali esteri e non diventerà mai un unicorno (un’impresa valutata oltre un miliardo di dollari, ndr.)».

Partiamo dall’inizio, per lei com’è andata? L’idea di Candy Crush è venuta come un fulmine a ciel sereno?

«Naturalmente no. Quando ho cominciato l’università a Roma non sapevo cosa volevo fare da grande e ho scelto Economia perché mi sembrava la facoltà che lascia più strade aperte. Anche dopo, quando ho cominciato a lavorare, non sapevo che cosa scegliere e quindi sono andato in consulenza, che offre molte possibilità».

Dove?

«A Monaco, in Germania. Ci sono rimasto per otto anni».

Perché a Monaco?

«Perché sapevo il tedesco, lo parlavo da piccolo con mia madre».

Quindi è già partito con un’impostazione internazionale…

«Sì e questa è stata la mia salvezza ». Poi cos’è successo? «Nel ‘99 ho fondato un provider Internet, Spray, insieme a un gruppo di amici svedesi che avevo conosciuto in Germania. La sede di Spray era a Stoccolma e così ho lasciato Monaco per andare a Londra».

A Londra?

«Lì ho lavorato in un fondo di venture capital, Benchmark, noto per avere investito in diverse startup famose, come eBay, Dropbox, Twitter, Instagram e altre. Qui ho imparato molto su come si sviluppano idee vincenti e ho fondato un’altra società, di incontri online, che poi ho venduto. Con quei soldi, nel 2003 ho lasciato Benchmark e ho fondato King con i miei soci svedesi».

Ma Candy Crush ancora non c’era…

«Abbiamo sviluppato decine di giochi, alcuni di successo e altri no. Per imparare quali funzionavano ne abbiamo provati tantissimi, finché abbiamo avuto l’idea giusta, che è venuta al mio socio svedese, Sebastian Knutsson, mentre faceva il bagno. Ma è stato un percorso lungo, non un’illuminazione ».

Hai avuto momenti difficili?

«La sfida più difficile che abbiamo affrontato è stata nel 2009, quando Facebook ha aperto ai giochi online. Noi eravamo su Yahoo, che era il più grande portale web, ma nel 2009 i giochi su Yahoo hanno perso il 45% degli utenti. Sapevamo di dover cambiare, ma non è stato facile: ci sono voluti due anni prima di lanciare il nostro primo gioco su Facebook ».

Che lezione ne ha tratto?

«In quel periodo ho imparato l’importanza della trasparenza. Bisogna dire alle persone in azienda e agli investitori come stanno davvero le cose: o si va su Facebook o si muore».

Come siete riusciti a farcela?

«Abbiamo diviso la nostra organizzazione in due parti: una parte si è concentrata sul business esistente, per mantenere il maggior numero di utenti… e continuare a pagare le bollette. L’altra metà era focalizzata sulla configurazione del gioco per Facebook. La squadra ha dimostrato grande umiltà: molti avrebbero voluto dedicarsi ai nuovi giochi e invece sono rimasti a presidiare il mantenimento della posizione. Così abbiamo fatto il grande salto».

Ci dia qualche numero…

«Nel 2010 avevamo un fatturato di 50 milioni di dollari e nel 2012 eravamo già a 2 miliardi. Nel 2014 ci siamo quotati in Borsa e nel 2016 abbiamo venduto ad Activision. Da 100 persone nel 2011 oggi l’azienda impiega 2000 persone su una decina di sedi nel mondo».

Morale?

«L’unico modo per avere successo è creare qualcosa di veramente nuovo, ma le novità non sempre funzionano, talvolta falliscono. Se si ha paura di fallire, non si va lontano».

Di |2018-11-05T14:39:31+00:0005/11/2018|Primo piano|