La strategia cinese per far rete in Italia
«Zte cerca talenti, andremo oltre il 5G»

Raffaele Marmo

ROMA

ZTE CORPORATION, attraverso la sua «costola» ZTE Italia, va alla conquista del Belpaese. 5G, banda ultra larga, intelligenza artificiale sono solo alcuni dei segmenti sui quali il colosso cinese si sta concentrando nel nostro mercato. Quotata in Cina alle Borse di Shenzhen e Hong Kong, ZTE Corporation (fondata a Shenzhen nel 1985) è un’azienda leader nella fornitura di prodotti e servizi per le telecomunicazioni. Negli ultimi anni, ZTE Italia si è resa protagonista di diversi accordi e operazioni strategiche, nei settori di infrastruttura di rete e dei dispositivi mobili. Lo attestano la partnership con Wind Tre, che permetterà la riconversione tecnologica di ammodernamento orientata al 5G in tutto il Paese, e la partnership con Open Fiber per la realizzazione della rete in banda ultra larga nel territorio nazionale.

In poco meno di un anno da 60 a oltre 600 dipendenti. Che cosa c’è dietro l’improvvisa crescita di ZTE in Italia?

«Non crediamo a successi inaspettati, è tutto frutto di scelte razionali – spiega Hu Kun, ceo di ZTE – A fare la differenza sono stati una pianificazione efficace e investimenti nell’innovazione tecnologica, oltre che un impegno costante associato alla fiducia nell’Italia». Guardate solo al 5G o anche oltre?

«Guardiamo anche oltre. Il 5G, che cambierà la vita di tutti noi come quando si passò dal telefono fisso al mobile, è la punta di diamante della nostra tecnologia ma non è tutto. Prevediamo di andare oltre il 5G per applicare soluzioni altrettanto innovative a infrastrutture di telecomunicazioni “end to end”, IOT, smart cities e intelligenza artificiale. Tutto ciò che facciamo è finalizzato a soddisfare le necessità della vita di tutti i giorni».

Sembrate molto sicuri. Come intendete vincere la concorrenza?

«Il nostro focus non è battere i concorrenti. Crediamo che il mercato sia grande abbastanza per più soggetti. Abbiamo grande rispetto per i nostri competitor, ma allo stesso tempo siamo certi di essere molto bravi in ciò che facciamo. Alla base di ciò che siamo – 85.000 dipendenti in oltre 120 paesi e un fatturato di oltre 100 miliardi di Euro – vi è un enorme impegno a migliorare la qualità della vita delle persone».

Qual è la vostra strategia per l’Italia?

«La nostra strategia è piuttosto semplice: investire nei talenti italiani e creare un ecosistema per lo sviluppo di nuove tecnologie. In un paese in cui si ascoltano innumerevoli storie di giovani talenti, intelligenti e innovativi, costretti ad andare all’estero, ZTE intende fare esattamente l’opposto: intendiamo crescere con questi giovani italiani e lavorare con loro. Per questo stiamo aprendo il nostro centro di formazione e il nostro centro di ricerca e innovazione insieme a diverse università locali, con l’apertura a collaborare con chiunque sia interessato ad aderire. A livello globale stiamo investendo circa il 13% delle nostre risorse nella ricerca. Vogliamo portare in Italia le nostre competenze e la nostra capacità di fare innovazione».

Quindi l’Italia sta tornando a diventare appetibile per investimenti multinazionali?

«Crediamo che in Italia vi siano le condizioni giuste per lavorare bene. Ne siamo così convinti che abbiamo scelto Milano per il nostro quartier generale europeo. E per sottolineare il nostro impegno a far diventare l’Italia il nostro hub strategico, abbiamo cambiato il nostro nome da ZTE Italy a ZTE Italia. Questo cambiamento è la prova del ruolo strategico che l’Italia avrà nei piani di sviluppo della nostra azienda. L’Italia diventerà uno dei principali cardini del nostro mercato nel mondo. Siamo qui per rimanere a lungo e per fare la nostra parte nello sviluppo di nuova occupazione. In meno di un anno abbiamo creato direttamente più di 600 posti di lavoro, e indirettamente ancora di più attraverso i nostri importanti partner locali»

IL DENARO NON DORME MAI
di GIUSEPPE TURANI
LE PENSIONI MINA SOTTO I CONTI PUBBLICI

BERLUSCONI (siamo in campagna elettorale) propone di portare le pensioni minime a mille euro. Proposito lodevole e giusto. Sull’altro fronte la Cgil, ormai una specie di lobby dei pensionati, si batte perché non venga alzata l’età in cui si va in pensione. Altri, dalla Lega ai grillini, si propongono, se mai dovessero arrivare al governo, di eliminare la legge Fornero che ha messo un po’ di ordine nelle pensioni. Ma tutte queste idee idea fanno a pugni con tutto il resto. E il resto è che l’Italia sta morendo di pensioni. Uno studio della Cgia di Mestre analizza i dati (del 2013, ma non credo che sia cambiato molto) e vengono i brividi. C’è solo da scegliere. Ad esempio il numero dei pensionati. In Italia ne abbiamo 74 ogni cento lavoratori. La media Ue è di 63,8 e la Germania ne ha solo 61. La spesa italiana per le pensioni era (nel 2013) il 16,8 del Pil contro una media Ue del 12,6: siamo il Paese in cui la spesa è più alta. Sempre nel 2013, la spesa per pensioni risultava essere superiore a 4 volte quella per l’istruzione, contro una media Ue del 2,63%. Visti questi numeri è anche inutile prendersela con le pensioni d’oro: nel passato ne sono state erogate alcune, è stato uno sbaglio clamoroso. Ma la verità è che le pensioni in Italia sono tante (anche se povere) e questo costa. In più l’occupazione non è abbastanza alta e quindi non basta per finanziarle.

LA MORALE è che le pensioni, in Italia, sono dinamite. Basta fare un intervento sbagliato e salta per aria tutto il bilancio pubblico, che già sta in piedi quasi per miracolo. Quindi le pensioni minime a mille euro sono destinate a rimanere un sogno, e la legge Fornero (nonostante tutto lo strepitare di Salvini) rimarrà al suo posto. E la signora Camusso potrà organizzare tutti gli scioperi che vuole con la Cgil, ma non potrà cambiare un impianto pensionistico da cui dipende la stabilità della finanza pubblica italiana. Se tutti questi dovessero insistere, alla fine dovranno vedersela non con il presidente del Consiglio che ci sarà, ma con un signore assai più severo e determinato: lo spread. Lo stesso già incontrato nel 2011, e sono state settimane di paura che ancora ricordiamo. Berlusconi, che era premier, dovette andarsene.