RESPONSABILITÀ SOCIALE D’IMPRESA

«L’opinione pubblica giudica i colossi
Ma servono leggi per le buone pratiche»

MILANO

E’ANCORA PRESTO per cantare vittoria, ma l’attenzione delle imprese per il loro impatto sull’ambiente e sulla società sta aumentando. Per continuare su questa strada, serve però il contributo dello Stato. Ne è convinto Mario Molteni, professore di Economia aziendale alla Cattolica di Milano e fondatore e direttore scientifico del Csr Manager Network Italia, l’associazione che raccoglie i professionisti della responsabilità sociale d’impresa nelle aziende italiane.

Professore, perché la responsabilità sociale d’impresa è importante per le aziende?

«Perché è ineludibile per la gestione. Un’impresa ha implicazioni sociali e un impatto ambientale: non può non misurarsi con questi temi. Pensiamo ai problemi ambientali, al cambiamento climatico, alla plastica nei mari: questa situazione è stata generata dai comportamenti delle imprese. E queste devono affrontarla, non possono scaricare la responsabilità sulla politica. Soprattutto le grandi industrie sono chiamate dall’opinione pubblica a rispondere. Alcune replicano in termini puramente reattivi, facendo il meno possibile; altre hanno capito che cavalcare attivamente questo trend può costituire un vantaggio competitivo. Così alcuni colossi energetici hanno compiuto o stanno compiendo una sterzata verso le rinnovabili (Erg, Enel, Eni), ci sono imprese automobilistiche che, da decenni, hanno scommesso sull’ibrido o sull’elettrico, o altre chimiche che hanno sviluppato cementi con impatto positivo sull’ambiente. Così anche per la sfera sociale. Pensiamo alle filiere che iniziano nel sud del mondo: Illy, Lavazza, Ferrero, Barilla sono impegnate e si muovono per qualificare socialmente la loro catena produttiva, aiutando i piccoli coltivatori con la formazione tecnica e manageriale».

Come è cambiata storicamente la Csr?

«Qualche decennio fa era piuttosto diffuso il pericolo di confondere la responsabilità sociale con piccole iniziative di tipo filantropico. In questi anni è cresciuta e si è diffusa la consapevolezza che responsabilità sociale è un modo responsabile di fare business».

Come si aspetta che cambi?

«Io penso che un ruolo importante sia quello delle leggi. Una diffusione ampia è aiutata da buone norme, che impongano comportamenti virtuosi alle aziende. Oggi c’è la legge sulla dichiarazione non finanziaria, che obbliga le imprese di determinate dimensioni e con un particolare interesse pubblico a fornire una rendicontazione sui risultati sociali e ambientali. Certo, c’è il pericolo che ci si attesti al minimo indispensabile, ma questa legge può avviare un processo virtuoso. L’impresa che deve rendicontare, infatti, prende coscienza che, su alcune aree, ha performance non soddisfacenti e mette in cantiere delle politiche che cambiano i comportamenti. Tra il timore del formalismo e la speranza di un cambiamento, io propendo per la seconda posizione ».

L’attenzione alla responsabilità sociale sta crescendo?

«Sì. È sempre più un tema che, seppur marginalmente, entra nei cda. Stanno aumentando i manager e le persone dedicati alla sostenibilità. La responsabilità sociale sta iniziando a entrare negli schemi di remunerazione dei vertici di alcune società. Nei siti delle grandi imprese la voce ‘sostenibilità’ è in prima fila. Alcune, nel piano industriale, hanno la sostenibilità tra i temi principali. Non è il caso di cantare vittoria, ma c’è un miglioramento».

Quali sono le differenze tra l’Italia e il resto del mondo?

«Direi che il Nord Europa è più avanti di noi, ma non trovo vero che l’Italia sia in grave ritardo. L’Italia ha dimostrato vivacità su questo tema. E ha una tradizione di sensibilità sociale, di imprese e cooperative gestite con attenzione al personale. La cultura imprenditoriale legata alle famiglie ha sempre avuto un orientamento di lungo periodo».

Riccardo Rimondi

IL DENARO NON DORME MAI
ALITALIA BUCO NERO DA CHIUDERE

TUTTO SI POTEVA pensare, meno che a qualcuno venisse in mente di nazionalizzare Alitalia e di riproporci la retorica della «compagnia di bandiera» (che, ormai, nel mondo non ha quasi più nessuno). Nella sua lunga vita l’Alitalia ha chiuso solo 2 bilanci in positivo (credo di ricordare per sopravvenienze attive, vendite di aerei). Per il resto ha solo perso soldi, una pentola con un grande buco sul fondo. Dalle origini a oggi siamo oltre i 7 miliardi di euro di perdita. Il ministro Tommaso Padoa-Scoppia aveva riassunto bene la questione: dal punto di vista formale Alitalia è un’impresa, ma, poiché perde solo soldi, possiamo definirla come un consumatore o un ente benefico. Una compagnia di bandiera, si dice, è però utile per il nostro turismo. Forse, in questo caso converrebbe comprare non Alitalia, ma Ryanair che trasporta verso l’Italia più passeggeri della nostra compagnia. E qui sta il punto. L’Italia non ha alcun bisogno di una compagnia di bandiera. Il mondo è pieno di società di trasporto aereo che si fanno una concorrenza spietata. E quindi è sicuro che nessuno resterà mai a piedi: qualcuno che li porta a Firenze o a Roma lo si trova sempre.

IL PROBLEMA riguarda invece gli aeroporti, in gran parte inadeguati o poco efficienti. Servirebbe non una compagnia di bandiera, ma un piano aeroporti ben fatto e non troppo costoso. Solo che fare un piano aeroporti è una cosa complessa, decine e decine di appalti e decisioni. Invece comprare il 51% di Alitalia pare facile: basta dire alla Cassa depositi e prestiti di darsi una mossa e di tirare fiori i soldi. Solo che i soldi della Cdp non sono della Cdp: sono il risparmio postale. Cioè i soldini che l’Italia più minuta ha affidato, 50 euro alla volta, alle Poste: non grandi speculatori, ma pensionati, casalinghe, operai previdenti. Ha un senso gettare i soldi di queste persone in un affare, l’Alitalia, che probabilmente andrà a perdere un milione di euro al giorno? Quasi sarebbe meglio bruciarli in piazza: più immediato e spettacolare.

I MALIGNI dicono che però l’Alitalia, con tutti i suoi dipendenti, vale 70-80mila voti: di nuovo, meglio pagare direttamente gli elettori, se non fosse proibito dalla legge. In realtà l’unica cosa saggia da fare con Alitalia è venderla, in blocco o a pezzi. Ma, a quanto sembra, a parte il governo italiano, nessuno smania dal desiderio di portarsela a casa. Allora, si potrebbe anche chiudere. Fine delle perdite che durano da decenni.

Di |2018-10-02T09:24:22+00:0023/07/2018|Primo piano|